Orgoglio e Pregiudizio

set 26, 2011 by

Orgoglio e Pregiudizio

C’è viaggiare e viaggiare. Perchè non sempre si guarda. E non sempre si vede.  Quello che segue è un estratto da un viaggio in Sudan nel 1982 dell’archeologa Ariane Baghai,  pubblicato sul primo numero di DADA,  rivista di antropologia post-globale. Ed è il modo di viaggiare che preferisco:

“L’autobus che partiva da Souk el Shaaby per Kassala era blu. I vetri erano rotti e i sedili rossi erano strappati. La musica sudanese era assordante, non si poteva chiacchierare, solo urlare in caso di necessità. L’autobus ha imboccato la strada di Wad Medani. Mi sono rilassata, ero riuscita a furia di insistenze a bere un bicchiere di tè e a mangiare un biscotto prima della partenza. Ho scoperto subito che esistevano dei pullman bellissimi con l’aria condizionata, ma costavano ovviamente un po’ di più. Ho detto al mio cicerone, per il quale nutrivo già una forte antipatia – senza conoscere ancora le sorprese che mi avrebbe riservato il futuro –, che la prossima volta lui avrebbe viaggiato con il suo pullman sgangherato e io avrei preso un pullman nuovo con tutte le comodità possibili.
Era meglio concentrarsi sul paesaggio, la vastità della discarica di Khartoum era impressionante: immondizia a perdita d’occhio per chilometri. Buste di plastica multicolori erano disseminate ovunque, da lontano sembravano fiori. Le capre brucavano. Tutto era piatto, polveroso e desertico. Poi, le colture della Gezirah e poi ancora il deserto. Ogni tanto sorgevano degli ammassi di rocce nere che sembravano galleggiare nel mezzo del nulla. Mi sentivo come un Robinson Crusoe che navigava in un mare di polvere, accecata dal sole e ingannata dai miraggi: mandrie di cammelli spuntavano all’orizzonte e parevano camminare nell’acqua alta, immense distese di acqua che si ritiravano appena ci avvicinavamo. Un uomo a piedi emergeva dal nulla e scompariva nel nulla.
Poi il pullman lasciò la strada di terra battuta per una pista, perché la strada era in riparazione. Squadre di cinesi vestiti alla Mao spingevano un rullo compressore d’altri tempi. Si proteggevano dal sole indossando dei cappelli di paglia a larghe falde, come quando lavoravano nelle risaie. E’ così monotono! Continua ancora e ancora! Tutto è vuoto da un orizzonte all’altro, dando l’impressione che la terra sia una grande superficie ovale, piatta e vuota. La musica che batte sempre lo stesso ritmo è rassicurante. E’ come se giustificasse, abbellisse e consolasse per tutte le stranezze sudanesi, quando non ci si è abituati.
Il pullman si è fermato a un “autogrill” locale per il fatur – la colazione sudanese per la quale verso le 9-9.30, tutto il paese si ferma. Il riparo era fatto di stuoie di paglia e di sacchi “gift of the USA”. Un uomo urlava il menu: “fiqibda, fassulia, bahmia, addas…”, “c’è fegato, fagioli, bahmia, lenticchie…”. Dopo l’ordinazione portano la scodella di plastica (ovviamente) e un pezzo di pane. Se si vuole aggiungere aglio, bisogna alzarsi e andare da abu tum, “papà aglio”, l’addetto che schiaccia l’aglio per i clienti, figura molto nota nei ristoranti locali. Poi, si beve il tè e, quindi, arriva la parte più delicata dell’operazione: andare in bagno. Davo nell’occhio: indossavo un velo e una camiciona lunga sui pantaloni, ma non sembravo per niente sudanese. Gli uomini guardavano, alcuni commentavano filistiin! Ma non pensavo che l’espressione riguardasse me. Le poche donne sudanesi che viaggiavano indossavano un velo lungo (taup) e si potevano accovacciare nelle vicinanze del “ristorante” senza destare nessun interesse. Non sapendo come fare e tenendo molto alla mia privacy, ho optato per una lunga camminata nel deserto. Mi sono allontanata così tanto da sembrare un puntino all’orizzonte e ho fatto quello che dovevo fare, con il terrore che vipere cornute e scorpioni mi mordessero il sedere.
Dopo altre ore di monotonia musicale siamo arrivati a Gedaref, dove bisognava passare la notte. Ci siamo messi alla ricerca di un hotel, nel caldo soffocante. Guardavo a terra e mi sono accorta che non c’era un centimetro quadrato senza piedi di capre mozzati, orecchie di pecore, ossa di vario tipo e bucce di banane. Allora ho pensato di guardare attorno a me. Fra gli sciami di mosche intravedevo pochi “sudanesi normali” (questo significava per me, dopo poche settimane di Sudan: sudanesi musulmani, vestiti di galabiya e turbante). Invece era pieno di Dinka che giravano per strada con le loro lance. Erano la manovalanza stagionale per la raccolta del cotone. Viaggiavano sui camion; e l’autista, che aveva paura di essere ucciso, gli confiscava tutto l’armamento per tutta la durata del viaggio. Dormivano per strada. In città si vedevano molte capanne circolari con il tetto di paglia. Dicevano che quella fosse una piazza ricca per via del cotone, ma a  guardare il panorama umano, composto per la maggior parte di storpi, malati di mente e mendicanti, mi chiedevo dove nascondevano tutta la ricchezza. Ebbi bisogno di un bagno. Andammo in un hotel, dove non c’era posto per dormire ma dove mi concessero l’uso del gabinetto al primo piano. Salii le scale e entrai in quello spazioso bagno alla turca. C’erano piccoli cumuli di escrementi sparsi ovunque, anche spiaccicati sulle pareti. Visto che indossavo dei sandali, non entrai neanche ma spinta dalla disperazione m’infilai invece nella stanza di qualcuno che, per fortuna, era uscito lasciando aperto la porta. Scoprii che c’era una doccia…

Continuammo a girare per trovare un riparo per la notte, ma tutti gli hotel erano pieni. Nel frattempo era calato il buio. Ci siamo seduti in un ristorante per cenare e abbiamo ordinato qualcosa e mangiato. Quando è arrivato il momento di pagare, abbiamo scoperto che un musulmano aveva pagato per noi; era una forma di elemosina legale: ospitare i viaggiatori. Il cassiere aggiunse: “Per i palestinesi!” Mi girai per vedere dove stavano, ma non vidi nessuno che somigliasse a un palestinese. Arrivammo di fronte a un hotel dove due cumuli di terra circondavano una fossa settica. L’odore era insopportabile. Entrammo e vedemmo tanti letti sotto una veranda in rovina, avanzammo in cerca di qualche impiegato, lungo un muro dipinto di “verde ospedale” sporco. I muri erano coperti da jekaw. Per terra scappavano scarafaggi molto indaffarati, e nell’aria rombavano le zanzare. C’era una stanza con un tavolo al quale era seduto un vecchio orbo, gobbo, con la faccia stropicciata e un’enorme tumefazione sulla fronte. Sembrava un triceratopo e la sua gallabiya era così sporca che ho pensato che non si fosse mai lavato da quando gli Inglesi avevano lasciato il Sudan. Ci diede due letti nel cortile. Ci coricammo subito. E arrivarono le cavallette una dopo l’altra, sempre più numerose… e pok nei miei capelli, e pok sulla pancia, sulle braccia, sulle gambe, ovunque e allo stesso tempo. Mi dimenavo per scacciarle ma era inutile. Si aggrappavano ai miei vestiti e mi fissavano con i loro occhi tondi e neri. Quando mi arrivarono sul viso, incominciai a gridare per il disgusto. Per fortuna il preposto alla lavanderia di questo “istituto d’igiene” venne subito a tirarmi fuori dai guai, offrendomi di dormire all’interno della lavanderia, nel suo letto che era coperto da una zanzariera molto spessa. Certo che con il caldo soffocante, là sotto sembrava di stare in un forno! Però non c’erano insetti. Gliene sarò grata per tutta la vita: lui si è preso il mio letto con le cavallette. La mattina dopo lo ringraziai mille volte e lui mi disse, “sei ospite! sei ospite! sei palestinese!”.
Solo allora, finalmente, ho capito di essere io il Palestinese della colazione all’autogrill e della cena al ristorante la sera precedente.” (Ariane Baghai)

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  1. Ho salvato Orgoglio e Pregiudizio | Ferri Vecchi tra i preferiti!

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