Adda passà ‘a nuttata

lug 15, 2013 by

Adda passà ‘a nuttata

Sono stato anch’io ad Aleppo e so cosa vuol dire vivere e lavorare sotto le bombe, giorno e notte. Ti cedono i nervi, in quell’inferno, e vai in corto circuito senza nemmeno accorgertene. Se poi ti pagano 70 euro a pezzo e ti fanno scrivere col contagocce, solo quando non possono fare a meno di te, immagino sia un calvario che alla lunga può diventare insopportabile. E che urla vendetta. Eppure…Eppure nessuno ha il diritto di piangersi addosso. Perché non ce l’ha ordinato il medico di fare gli inviati di guerra e perché nessuno ci obbliga a farlo per una paga da fame, di quelle che non accetterebbe nemmeno un muratore rumeno senza permesso di soggiorno. E’ una libera scelta, la nostra, la vostra, che va soppesata attentamente, valutando i pro e i contro di ogni partenza, senza poi lamentarsi se il gioco non è valso la candela. Così almeno la penso io.

Capisco perciò lo sfogo di Francesca Borri. Così come capisco quello dei tanti che, a cadenza ormai ciclica, squarciano il muro del silenzio sulla difficile condizione dei giornalisti precari, in Italia e non solo. Quello che non sopporto è il non voler guardare in faccia la realtà, che è quella di un mercato editoriale in crisi, in cui fra l’altro l’offerta (giornalistica) supera di gran lunga la domanda. Siete in tanti, ragazzi, troppi, vittime di quelle “fabbriche di sogni” che sono state le scuole e le università di giornalismo, spuntate come funghi negli ultimi vent’anni, con il miope benestare di Ordine e Sindacato, incapaci entrambi di tutelare la professione e di progettarne un futuro “sostenibile”. E a poco può servire una legge sull’equo compenso, di cui non a caso si fa fatica a fissare i “paletti”: perché l’informazione, ormai da tempo, è una merce come le altre; e a determinarne il prezzo alla fin fine è sempre il rapporto fra domanda e offerta. E visto che oggi si trovano valanghe di notizie, foto e video gratis o a basso prezzo, perché dovrei pagarle il “giusto“? Se devo sborsare soldi, lo faccio al massimo per le “chicche”, possibilmente  quelle strappalacrime, che sono le più trendy. Niente cronaca spicciola, non mi servono gli occhi di un esperto sul posto, ne posso fare a meno, quasi sempre. E per finire, quale sarebbe “l’equo compenso” per un pezzo?  Siamo sicuri che lo si possa fissare senza scadere nella demagogia populistica?

Non sono però pessimista. Credo che da questa crisi l’editoria, anche quella italiana, riuscirà prima o poi ad uscire e a ritrovare modelli di business che sappiano valorizzare il lavoro dei giornalisti e diano nuovo slancio alla professione. C’è da aspettare e c’è soprattutto da attrezzarsi, piuttosto che lamentarsi. Mettendo in conto che in futuro serviranno giornalisti in grado allo stesso tempo di scrivere, fare video e scattare foto, in grado di lavorare sul mercato internazionale piuttosto che in piccole nicchie protette,capaci infine di essere ottimi imprenditori di se stessi. E’ un discorso che ovviamente non vale per i raccomandati e per “i figli di“. Ma quelli ci sono sempre stati, nel nostro giornalismo, un mondo a sè in cui i curricula sono considerati carta straccia.  Gli altri, quelli senza padrini, devono costruirsi il loro futuro passo dopo passo, con lucidità e lungimiranza, operando come micidiali macchine da guerra, in grado di battere la concorrenza. Ordine e Sindacato promettono da questo punto di vista grandi battaglie, ma temo che il loro unico obiettivo sia quello di puntellare con nuova linfa – cioè contributi freschi per INPGI e CASAGIT – un sistema di welfare che è sempre più a rischio ma che, di fatto, tutela solo noi “garantiti”.  Sta a voi, quindi, a voi precari, darvi una mossa per prendere in mano il vostro futuro.

N.B. Ultima nota. Per prendere in mano il proprio futuro non serve romanzare la propria vita professionale, pur di guadagnarsi qualche “grado” in più sulla spallina. Se c’è una cosa che rende insopportabilmente noiosi i ritrovi fra giornalisti (in particolare quelli fra inviati di guerra) sono i ricordi esibiti e sciorinati come un mantra, che diventano inevitabilmente delle pietose auto-celebrazioni.  Se poi ad esibirsi in questo rito sono giovani colleghi dalla biografia acerba, che le guerre le hanno viste solo dai vetri sporchi di fango ma (abbastanza) ben protette dei blindati Lince dei nostri soldati all’estero, si sfiora il ridicolo. Bene perciò hanno fatto Cistiano Tinazzi e Arianna Ciccone a fare le pulci al post troppo auto-referenziale e un po’ romanzato della Borri, e bene ha fatto Valigia blu a chiedere all’editore il  fact-checking per verificarne le affermazioni biografiche. Chiudo ricordando a me e a tutti che gli inviati di guerra della vecchia guarda, gli Ettore Mo, i Lucio Lami, i Valerio Pellizzari, i Mimmo Candito, il pronome personale “io” non l’hanno mai  pronunciato, nemmeno in privato. Chapeau per tutti loro. Erano altri tempi, ma è il modo di lavorare a cui continuo ad ispirarmi.

 

 

 

 

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17 Comments

  1. antonio

    Che la domanda superi l’offerta è vero, che siamo stati illusi è vero, ed è pure vero che l’editoria è in crisi…ma vogliamo anche raccontarci che alcuni giornaloni non abbiano 300 euro per pagare un collaboratore? No, questo è assolutamente falso, tanto più che cronisti/opinionisti (spesso figli d’arte) pagati parecchie migliaia di euro abbondano in ogni redazione (per non dire degli editorialisti). Vogliamo anche dirci che laddove, per altri mestieri, questa sperequazione viene giudicata un’ingiustizia, è invece accetabile in una redazione? E perché mai? Questa retorica della professione ha rotto. Sì, non ce l’ha ordinato nessuno di fare i giornalisti, tanto quanto non è stato ordinato ai pizzaioli di diventare pizzaioli.

    • admin

      Antonio, io ho fatto il precario per una vita – senza e con contratto – e sono stato assunto in RAI dopo una causa di lavoro, a 46 anni. Per sbarcare il lunario – visto che non ero “figlio di” – collaboravo con chiunque, utilizzando anche degli pseudonimi per poter portare a casa i soldi e non inflazionare la firma. A quelli che avendo 30-35 anni protestano e si dibattono come animali portati al macello dico solo che la strada è ancora lunga. Chi non ha voglia di farla, si accomodi pure, senza invocare i Massimi Sistemi…

      • antonio

        La tua tenacia è ammirevole e non posso che farti i complimenti, ma resto della mia idea che non è invocare i massimi sistemi ma semmai quelli minimi: quello del giornalista è un mestiere come un altro e come tale deve essere pagato. Per quanto mi riguarda poi sono anni luce distante dalla retorica di Francesca Borri; la mia non è una missione e difatti ho deciso di cambiare strada. Senza alcun rimorso. Trovo però singolare il fatto che in molti abbiano avuto da ridire sul vittimismo della giornalista (a ragione) e nessuno abbia stigmatizzato il comportamento del suo giornale che paga 70 dollari un pezzo dal fronte. Se non è obbligatorio fare questo mestiere tanto meno lo è uscire in edicola con un pezzo sulla Siria. Volete i giornalisti? Pagateli. Questo è il mio punto.

  2. angelo gabrielli

    Amedeo, ho sempre apprezzato il tuo misurato equilibrio nell’affrontare le questioni di cui scrivi, e anche questa non fa eccezione, salvo per il fatto che stabilire di procedere ad un fact-checking, non significa che i fatti non ci siano. Sembra quindi che, anche, la tua presa di posizione voglia anticiparne l’esito. Come se si volesse scrollarsi di dosso una certa irritazione, che se non traspare dalle tue parole, è strabordante in quella della maggior parte dei tuoi colleghi. In conclusione, prima di spargere tutti questi sospetti, non sarebbe stato il caso di aspettare la conclusione del fact-checking? O è così insopportabile che una free lance sconosciuta pubblichi sulla Columbia Journalism Revew?

    • admin

      ciao Angelo, mi sono limitato a fare miei i dubbi sollevati da Cristiano nel suo post citato, che mi sembrano sensati. Per il resto no trovo niente di insopportabile. Non è però nel mio stile parlare dei proiettili che mi sfiorano o mi colpiscono quando lavoro. E scelgo i colleghi amici fra quelli che adottano lo stesso stile.

  3. Ciao Amedeo,
    come puoi immaginare condivido le tue parole, ma terrei separati due aspetti molto diversi della faccenda.
    Una cosa è che non l’abbia ordinato il dottore di fare i giornalisti (in tal senso non fa molta differenza se di guerra o di pace, anche per strada è una guerra) e che se uno lo spazio di sopravvivenza economica non lo trova, essendocene sempre di meno, può anche accomodarsi a fare altro anzichè frignare.
    Su questo si sfonda una porta aperta.
    Altro è il fatto che non esista, a prescindere da ogni ulteriore aspetto (crisi economica, dell’editoria, della professione, etc), una valvola di sicurezza grazie alla quale si possa impedire che un’attività professionale quale, fino a prova contraria, è il giornalismo, debba forzatamente scolorire in hobby per gente ricca o in piacere per maoschisti.
    L’equo compenso, nell’unico senso ragionevolmente possibile, dovrebbe avere proprio questa funzione: mai meno di tanto, a prescindere da chi, cosa, dove e come faccia qualcosa. Sopra la soglia, concorrenza e contrattazione libere.
    E’ vero, l’informazione è una merce che ha un valore dettato dal mercato: senza domanda, il prezzo cala.
    Il punto nodale, però, a questo punto affiora più chiaramente ed è un punto non più economico, ma motivazionale: la stragrande maggior parte dei colleghi aspira a svolgere la professione da assunto e considera l’attività libero professionale un ripiego o una parentesi. Eppure, nell’epoca delle redazioni-desk, se c’è una direzione verso la quale attrezzarsi, questa sembra proprio essere la libera professione. Insomma, dopo ‘a nuttata l’alba potrebbe avere il colore del freelance, ma nessuno sembra davvero volerlo fare.

  4. Chiara

    Tinazzi è un rosicone…nemmeno voi avete fornito spiegazioni convincenti sul sequestro ed è sbagliato accusare chi fa domande di scarsa sensibilità, cattive intenzioni o attaccarsi alla scusa dello stress post-traumatico. Anche quella è “onestà intellettuale”, allora. Lo stress post-traumatico chi va lì lo deve mettere in conto. Perché se il movimento cinque stelle vuole sapere se è stato pagato un riscatto loro sono merde e invece Tinazzi è “competente” e “onesto”? Io penso “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Altrimenti poi preparati a pagarne le conseguenze. Nel senso…Attacchi una collega, vai a invadere il territorio altrui: non ti lamentare se lavori da solo! Preparati a pagarne le conseguenze. Fai il freelance. Stai zitto e non rompere!

    • admin

      Scusa, Chiara, ma in che senso avremmo fornito “spiegazioni non convincenti” sul nostro sequestro. Non mi risulta, se non per le omissioni dovute al fatto che c’era un’inchiesta giudiziaria in corso ed eravamo perciò tenuti al rispetto del segreto istruttorio. Quanto a Cristiano, non mi pare che abbia “attaccato una collega”: si è limitato a chiedere spiegazioni su alcune palesi incongruenze nel suo racconto autobiografico. Non sei d’accordo?

  5. Chiara

    Ci sono incongruenze, a mio avviso, anche nella versione ufficiale da voi fornita sul sequestro. Ma, comunque, non me ne frega nulla, perché io non faccio queste cose. Sono bassezze. Sa quanti ne ho visto inventare storielle? Bè, mai mi sono permessa di fare post del genere. Se lo fate, non lamentatevi se gli altri vi fanno terra bruciata o vi prendono a calci nel sedere. Fate i freelance. Punto.

    • admin

      Chiara, lo sai che non fa bene parlare solo per dar fiato alla bocca?

  6. Chiara

    Bah!

  7. Chiara

    Mi sembrano critiche molto pertinenti, invece. Ma evidentemente voi “vecchi maestri” non accettate le critiche dei più giovani! Fare autocritica mai? E con ciò la saluto!

    • admin

      Senti, non mi sono mai atteggiato a maestro, quindi evita la retorica, e quanto alle tue “critiche” – come le chiami tu – penso di aver risposto facendoti delle osservazioni alle quali TU non hai risposto, preferendo gli insulti. Punto e basta. Per me è chiusa qui.

  8. Chiara

    “Lo sai che non fa bene parlare solo per dar fiato alla bocca” le sembra forse un’osservazione pertinente? No, la verità è che di voi non si può mettere in dubbio nulla…Rideremo quando qualcuno farà un post del genere su di voi. E adesso basta, perché, da lettrice, non sopporto le polemiche tra voi giornalisti. Non ce ne può fregare de meno delle vostre rivalità, lo sapete? Trattasi di non-giornalismo. Gradirei leggere qualche notizia, ogni tanto. Qualche bella storia. Credo che i Mo e i Candito da lei citati portassero notizie a casa e non scadessero in polemiche con gli altri colleghi. Ma, come ha detto lei, erano altri tempi. E bisogna farne fuori qualcuno perché “siete in troppi”. Se magari, invece, il sindacato facesse il sindacato, non si scenderebbe a questi livelli. Ma Ordine e Sindacato sono un’altra casta.

  9. Antonella

    Scusi, come si fa a usare degli pseudonimi? I miei capi sanno qual è il mio vero nome..Se chiedo di firmare con uno pseudonimo me lo lasciano fare? Sono curiosa…

  10. Giada

    Firmare con pseudonimi? Ma lei è un gran volpone! Bisogna vedere se me lo lasciano fare…

  11. Lucido, senza piangersi addosso. Assolutamente da far leggere a giornalisti,fotografi operatori video che decidono di fare gli inviati. Ottime considerazioni.

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