Adotta un giornalista

mag 18, 2012 by

Adotta un giornalista

E’ possibile migliorare la credibilita’, la qualita’ e l’indipendenza dell’informazione di casa nostra ai tempi del web 2.0 ? E lo si può fare dal basso, senza aspettare improbabili rivoluzioni del nostro sistema editoriale ma promuovendo in proprio forme di giornalismo sempre più partecipativo, che da un lato coinvolgano l’opinione pubblica e dall’altro diano più forza ai giornalisti bravi e onesti, in  particolare ai precari e ai free-lance? Secondo me sì. E con non pochi vantaggi, sia per il giornalista che per l’opinione pubblica. Quello che sto per presentarvi più che una proposta è un sogno, fatto però ad occhi ben aperti, che trae spunto dal  mio ultimo lavoro in Siria. Vi invito a seguirmi nel  ragionamento e, se vi va, a rifletterci, perche’  lo scenario che provo a tratteggiare credo che stia ormai nella realta’ delle  cose  e sia perciò alla portata di tutti.

Faccio una sola premessa. Mi pare che ormai, grazie al boom delle Reti Sociali, noi giornalisti abbiamo  sia la possibilita’ sia l’interesse a coinvolgere sempre di più il nostro pubblico – che siano lettori, radio o telespettatori – nel lavoro quotidiano che facciamo. E questo sia in fase di reperimento che di trattamento e confezione delle notizie. La community cui ognuno di noi attinge, su Facebook, TwitterYoutube e le altre Reti rappresenta da questo punto di vista un punto di forza, che amplia le nostre fonti e consente in tempo reale verifiche e approfondimenti un tempo impensabili. E allora perchè non ri-fondare su basi nuove,adeguate ai tempi, quel patto di fiducia che dovrebbe sempre legare il giornalista ai suoi lettori?

L’idea e’ di coinvolgere la propria community – sulla piattaforma che si sceglie: il proprio blog, la pagina FB, un sito in cooperativa o altro, anche una piattaforma gestita dalla FNSI -  offrendole la possibilità di partecipare sia al concepimento che alla realizzazione e alla confezione di un servizio: reportage, inchiesta o documentario. E’ un modo per essere trasparenti e per aprirsi ai contributi esterni, arricchendo la qualita’ del proprio lavoro. In fondo è quello che in tanti già facciamo, sia pur nell’improvvisazione. Un salto di qualità può venire invece dal mettere a disposizione delle rispettive  community di riferimento tutta una serie di materiali multimediali – testi, foto e video – che costituiscano una sorta di valore aggiunto rispetto al lavoro quotidiano che si è chiamati a svolgere. Faccio un esempio, per essere più chiaro: l’inviato della carta stampata che deve andare in Siria potrebbe dichiarare  il suo progetto – ovviamente nei limiti del consentito - lo potrebbe mettere a punto anche grazie ai contributi della sua community e in cambio offrire dei contributi informativi che siano un extra rispetto agli articoli  che scriverà sul suo giornale. Al momento non mi pare che questo succeda. I blog di molti colleghi sono solo riflessioni a margine, oppure vengono riempiti con articoli non pubblicati, o di colore, senza alcuna strategia comunicativa che punti a migliorare la qualita’ del lavoro, l’accuratezza o la credibilità. Basta invece poco – anche solo un diario di viaggio o una carta geografica per la geolocalizzazione – per coinvolgere il pubblico e fidelizzarlo. A patto ovviamente di essere poi disposti a subirne il monitoraggio, che è comunque una forma di controllo, per fortuna democratico.

Sarebbero soprattutto i free-lance ad avvantaggiarsi da un simile approccio al mestiere. Avere infatti una community alle spalle – da utilizzare non per narcisismo e smania di protagonismo – ed essere poi in grado di offrire servizi multimediali, anche molto personalizzati, accresce secondo me la propria capacità di contrattazione con le varie testate. Consente inoltre di concepire progetti non solo di crowdsourcing ma anche di crowdfounding, vale a dire di possibile co-finanziamento con cui ammortizzare i costi del mestiere, se non altro per inchieste e reportage particolarmente costosi e/o complessi. E’ un problema reale, sollevato da tanti free-lance bravi e onesti, che fanno fatica a lavorare per le strettoie che condizionano qui da noi il mestiere del giornalista.

ADOTTA UN GIORNALISTA può essere insomma una chiave per far rinnovare ed arricchire il nostro modo di lavorare, aprendoci ai contributi dell’opinione pubblica e creando una sorta di cordone sanitario attorno alla nostra onestà intellettuale, alla nostra passione e alla nostra serietà.

P.S. Non so se sono riuscito ad essere chiaro nè se le mie sono banali fantasie. In tal caso chiedo scusa a chi ha avuto la pazienza di leggerle. Se invece c’è del buono, in tali vaneggiamenti, il dibattito è aperto a tutti.

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8 Comments

  1. Francamente non sono molto convinto. Non perchè la “suggestione” (permettimi di chiamarla così) non sia buona. Mi pare anzi che qualche anno fa la compianta Marilisa Verti avesse lanciato un’idea simile, basata sul sostanziale cofinanziamento dei reportage da parte dei lettori.
    Quello che faccio più fatica a comprendere nella tua proposta è quale sia il vantaggio economico (do per scontato che tutti noi si lavori per vivere e non per la gloria), tranne quello, in realtà piuttosto impalpabile e un po’ presunto, dell’aumento del nostro potere contrattuale nei confronti dell’editore.
    Sarà che non ho grande familiarità con il concetto di “community” (che tendo a percepire come “lettori fidelizzati”: sbaglio?), ma non colgo quale contributo potrebbe venire. Finanziario (cioè la vecchia idea della Verti? Di contenuti? Di “assistenza” (logistica/segreteria/organizzazione)?
    Insomma, non vorrei che vagheggiassimo qualcosa che in pratica già avviene, sebbene in modo non organizzato e coordinato.
    Ciao, Stefano.

    • admin

      Grazie, Stefano. E’ vero , quello di cui parlo in parte lo facciamo gia’, nel senso che chiunque di noi stia nelle Reti Sociali le utilizza anche per avere contatti e fonti per il proprio lavoro. Il salto di qualita’ di cui parlo – o vagheggio, ma non do a questo termine una connotazione negativa – sarebbe farlo in maniera organizzata e trasparente, esplicitando i propri progetti e coinvolgendo la propria community di riferimento nella loro realizzazione. Questo vale sia per un reportage in Siria che per una inchiesta sulle infiltrazioni mafiose in Lombardia. Ci si guadagnerebbe a più livelli: in termini di “assistenza” – come dici tu – ma anche di arricchimento dei contenuti e, perchè no, di co-finanziamento (non solo economico) per i free-lance che hanno scarse risorse. Ma il valore aggiunto sta proprio nella strutturazione e nella “fidelizzazione” della propria community, che conoscerebbe e ri-conoscerebbe le qualita’ del tuo lavoro – onestà, competenza, accuratezza, indipendenza – quelle su cui imposti il tuo patto di fiducia. Infine, ma magari mi sbaglio, un “Diario dalla Siria in guerra” – concepito così come suggerisco io e consistente di vari contributi multimediali – è un “pacchetto” piu’ allettanto per una testata, che potrebbe “spalmarlo” meglio sulla sua piattaforma ed avrebbe comunque gia’ una community di partenza interessata a seguirlo.
      Certo, non si risolve così il problema del precariato giornalistico, nè si migliorano le sorti della nostra professione. E’ già tanto, però, riuscire a sfruttare le possibilità che la tecnologia e la Rete offrono oggi per ottimizzare il proprio modo di lavorare e di proporsi, al pubblico e agli editori.

      • Prima ancora che postassi il tuo pezzo con alcuni colleghi si parlavo, in ambito diverso ma non diversissimo, più o meno della stessa cosa e il punto in cui ci siamo arenati era proprio quello: è vero, avere un “seguito” non solo passivo (lettori fedeli) ma anche attivo (lettori “collaborativi”, diciamo così) è senza dubbio un pacchetto che accresce, in un colpo solo, il tuo “peso” di giornalista e quindi anche nel momento in metti questo peso sulla bilancia di una trattativa economica.
        E’ un passo, non c’è dubbio, non solo opportuno, ma oggi forse indispensabile che forse, come dicevo, inconsapevolmente molti di noi hanno già compiuto o stanno compiendo.
        L’idea di renderlo, come proponi, “organizzato” è intrigante.
        A me rimane ostico però capire come ciò, praticamente, potrebbe avvenire e funzionare. E anche come si raggiunga l’equilibrio tra la necessità di avere lettori “collaborativi” ma pur sempre lettori e collaboratori in senso stretto, che in definitiva, sebbene in modo assai lato e sfumato, sono ciò che ti serve quando stai lavorando a certi progetti complessi.
        Parliamone, naturalmente.

  2. L’idea è interessante. Il rischio per un freelance alle prime armi è quello di scoprire troppo le carte e poi vedersi soffiare sotto il naso il lavoro di ricerca e racconto da qualcuno non tanto più bravo, quanto con contatti migliori con le redazioni.

    Magari sono ossessionata dalla perdita di tempo e dal furto di lavoro, ma credo che sia importante tenere in considerazione questo aspetto.

    ps. mi piace che le chiami “reti sociali”. Suona molto meglio.

  3. Non vorrei sbagliarmi ma mi pare che una cosa del genere già esista. C’è una piattaforma dove i giornalisti propongono i loro lavori, inchieste, reportage, e chiedono una somma tale da poter realizzare il tutto. Detto questo, sono d’accordo con la proposta. Migliorerebbe, a mio parere, la qualità dell’informazione, e valorizzerebbe ancora di più le piattaforme personali (come i blog) . Il punto è un altro: chi è disposto a pagere per questo?

  4. Vaneggiamenti non sono di certo.
    Anzi, parliamone.

  5. Amedeo, lo spunto è interessante. Per funzionare, l’idea presuppone una società civile abituata ad attivarsi sulle issues (mi spiace dirla in inglese) che la riguardano. In questo senso il contesto sociale e culturale italiano rischia di non essere maturo. Esperimenti di questo tipo si stanno facendo egli Stati Uniti non a caso. Ti segnalo – ma probabilmente lo conosci già – il caso di Spot.us, che si definisce come “community-funded reporting”. Ci sono punti di contatto con la tua idea.

  6. Per quanto riguarda il crowfunding per i giornalisti esiste già qualche esempio importante:

    http://www.youcapital.it
    Esisteva anche spotus italia, ma ora il server non risponde: http://www.spotus.it

    La tua idea mi piace moltissimo, e sono pronto a darti una mano per metterla in piedi dal punto di vista tecnologico e di ideazione. Ne vogliamo parlare? :)

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