Aleppo come Sarajevo

ott 16, 2012 by

Aleppo come Sarajevo

Per arrivare dal fornaio, nel quartiere di Saqqur, c’è da attraversare una larga arteria stradale che è tristemente diventata famosa come il Viale dei Cecchini. Lo capisci da solo anche tu che sei forestiero, perchè la gente improvvisamente si mette a correre, chinandosi il più possibile e zigzagando fra le carcasse di autobus bruciati e i buchi dei missili e delle bombe. Poi ci si rialza e si riprende a camminare, come se nulla fosse.

Davanti al forno la fila è spaventosa. Il pane viene servito attraverso due finestre minuscole: una per gli uomini e l’altra per le donne. Solo al mattino presto, però: dalle 5 alle 10. Lavorare durante il giorno è diventato infatti troppo pericoloso. E venire a cercarsi il proprio pane quotidiano è una roulette russa a cui  la popolazione di Aleppo si sottopone con un fatalismo che è messo a dura prova. Davanti alle telecamere prevale comunque la rassegnazione. Qualcuno urla contro Bachar al Assad, il presidente, ma la stragrande maggioranza se ne sta in fila muta e rassegnata, con lo sguardo perso fra gli incubi che la guerra ha diffuso in questa città, come un virus maledetto.

E’ come a Sarajevo. Gli stessi, stanchi rituali di una guerra che è impari e che rischia di durare a lungo, Perchè l’esercito regolare ha l’artiglieria e l’aviazione con cui martellare i quartieri controllati dall’Esercito Siriano Libero. E non si fa scrupoli nell’usarle, giorno e notte. A Sarajevo, però, la popolazione assediata aveva l’appoggio di tutto il mondo. Qui ad Aleppo, invece, la scarsa presenza dei mass media internazionali – unita alla propaganda di regime, subdola ma efficace - ha finito per occultare sotto una coltre di silenzio e disinformazione una strage prolungata, che ha già fatto 2500 morti. E che è lontana dalla sua fine.

La proprietaria della casa in cui sono accampato è venuta ieri a prendere coperte e indumenti invernali. Piangendo mi ha detto che ha già cambiato tre case, in quartieri diversi, per portare i suoi figli lontano dalle zone dei combattimenti. Adesso però vuole  lasciare la città, perchè non ce la fa più. Troppa paura. Le ho augurato buona fortuna ed ho pensato a tutti gli aleppini che non hanno nemmeno questa scelta, costretti a vivere come topi in gabbia, sotto le bombe.

P.S. Vedi il video, gli altri reportage e gli approfondimenti tematici sul sito www.lastoriasiamonoi.rai.it

{lang: 'it'}

Related Posts

Share This

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>