Allodole e Specchietti (rotti)

ago 1, 2012 by

Allodole e Specchietti (rotti)

A costo di risultare sgradevole mi permetto di esprimere qualche perplessità sull’unanimismo che sembra aver compattato la categoria – Ordine dei Giornalisti e FNSI, precari e garantiti - sulla battaglia in corso nelle nostre aule parlamentari per l“equo compenso”. Le mie perplessità sono diverse da quelle espresse dal ministro Fornero, nel senso che trovo più che giusto, sacrosanto, penalizzare gli editori che con i soldi pubblici si accaniscono nel praticare una de-regulation selvaggia, a discapito della qualità e della dignità del lavoro giornalistico. Molto più arduo mi sembra però la strada verso un compenso equo per chi fa questo lavoro senza contratto.  E farne “la madre di tutte le battaglie” mi sembra - voglio essere franco – un modo per eludere i tanti problemi che attanagliano la categoria, sempre più incapace di ripensarsi e di affrontare le sfide che ci pone il futuro.

Partiamo dalla legge. Che è piena di buoni propositi (art. 1) ma si limita a predisporre l’introduzione di un tariffario (art. 2), che verrà stabilito da una apposita Commissione, della quale faranno parte sia membri dei ministeri competenti che degli organi di categoria. L’applicazione di questo tariffario dovrebbe essere garantita dalle sanzioni che si applicheranno agli editori inadempienti, di cui la Commissione suddetta si premurerà di redigere l’elenco. Benissimo. E però mi chiedo: una legge del genere, ammesso che venga approvata in questi termini e senza modifiche che ne annacquino (come spesso accade) le intenzioni, sarà in grado di scoraggiare il caporalato giornalistico e di favorire quindi  l’inversione di rotta che tutti noi ci auspichiamo? Dico questo perchè in fatto di tariffari il passato non è certo di conforto. Anzi, direi che in Italia - e non solo nel campo giornalistico - c’è una consolidata abilità ad eludere le disposizioni di legge. Mi si risponderà che la legge sull’equo compenso ha un valore simbolico, che serve a porre dei paletti, che ristabilisce un principio. E sia. Credo però che fuori dalla porta restino almeno un paio di questioni essenziali, direi lapalissiane, su cui i nostri organi di categoria continuano a sorvolare e che invece, assieme all’arroganza  sfacciata degli editori, sono un oggettiva con-causa della precarizzazione selvaggia a cui si cerca faticosamente di porre rimedio.                                             

La prima questione sta nei numeri. A fronte della crisi che affligge il mondo dell’editoria, i giornalisti oggi sono troppi. In Italia come altrove. E questo non può che riflettersi nei compensi che vengono offerti ai non garantiti. I quali sono poi costretti a subire gli effetti sia della Rivoluzione Digitale che della Rete Partecipativa, da cui è scaturita una nuova leva di citizen-journalist e comunicatori che sono ormai in grado di competere – se non altro in termini di velocità – con noi professionisti dell’informazione. Sarà pure concorrenza sleale – non ne sono convinto ma è un’altra storia – sarà pure dumping, ma il problema esiste e non sarà certo la legge sull’equo compenso a scoraggiarla.  Nulla infatti impedirà agli editori – che già lo fanno, peraltro - di ricorrere a questo (vastissimo) mercato per arricchire la propria offerta di informazioni, by-passando chi è tutelato dalla legge perchè iscritto all’Ordine dei Giornalisti. D’altronde è  il mercato, direbbe la Fornero, ed è un po’ difficile darle torto, stante la situazione. In giro per il mondo, purtroppo, ci sono troppi indicatori negativi al riguardo – leggi ad esempio qui - ed è inutile ficcare la testa nella sabbia, come fanno gli struzzi, perchè non serve. Il rischio, insomma, è che le legge tagli fuori da un  mercato del lavoro che non è più irrigimentabile fette crescente di giornalisti, troppo tutelati (secondo gli editori) per essere utilizzati secondo le esigenze che il new business impone.

Disfattista? Non direi. Sono piuttosto i nostri organi di categoria che hanno fallito, non riuscendo finora a proporre nè una  riforma credibile dell’accesso alla professione nè piattaforme di confronto sindacale con gli editori che tengano conto della precarizzazione crescente. Solo queste mosse possono rendere la legge sull’equo compenso un grimaldello utile per stanare gli editori e costringerli a confrontarsi su un futuro dell’editoria che sia sostenibile anche sul piano dell’occupazione. Ci siamo invece arroccati nel difendere un’idea e una pratica del giornalismo che non corrisponde più alla realtà di oggi – con un sindacato di contrattualizzati che parla a nome dei precari e unOrdine fatto di avvocati e commercialisti che parla a nome dei giornalisti -  e abbiamo provato inoltre a difendere piccole rendite di posizione che non ci hanno portato da nessuna parte. In  tutta questa confusione, e senza alcuna strategia vera, non vorrei che la legge sull’equo compenso fosse diventata una battaglia di facciata su cui giovani e vecchi tromboni, dell’Ordine e del Sindacato, vorrebbero rifarsi una verginità che hanno perso da tempo.  Se non è così mi piacerebbe che a questo passo ne  seguissero degli altri, conseguenti.

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3 Comments

  1. C’è un altro aspetto, forse molto più importante dell’equo compenso: la certezza dei tempi e dei modi dei pagamenti. Altrimenti finisco col preferire i giornali che non pagano, ma “ti danno visibilità”. Almeno ti danno la possibilità di scegliere in maniera consapevole. E’ molto più grave doversi sentire uno/una stalker che ossessiona l’amministrazione per avere quello che spetta. Tra l’altro spesso si tratta di cifre così basse che all’editore basterebbe aprire il suo portafogli…

  2. Orlando

    Forse sarà colpa del caldo infernale che ha colpito anche il mio eremo, ma devo confessare che incomincio a trovare simpatico ed interessante il Suo blog.

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