Anatomia di una “bufala”

lug 26, 2012 by

Anatomia di una “bufala”

Come fare a stabilire la veridicità di una notizia, di una foto o di un filmato postati in Rete? Si può fare? E quali sono i metodi  affidabili per la verifica dei cosiddetti UGC, i contenuti informativi generati dagli utenti, che sono diventati ormai la fonte di notizie più popolare all’epoca del web 2.0 e dei social network?  Voglio raccontarvi un episodio capitato a me negli ultimi giorni, per evidenziare da un lato quanto sia frequente imbattersi in falsi, bufale e prodotti variamente tossici di cui pullula la Rete; e suggerire dall’altro un percorso di verifica che sia alla portata di tutti o quantomeno di chi con le notizie ha un rapporto quotidiano e professionale.

Stavo cercando notizie fresche sulla situazione nel nord del Mali, dove da diversi mesi a questa parte c’è una intensa attività di fondamentalisti islamici e gruppi jihadisti. Ne ho già parlato in questo blog - qui e qui – ma mi interessava capire se c’erano sviluppi recenti, dopo la liberazione di Rossella Urru, rapita proprio da uno di questi gruppi. Mi imbatto così in una notizia che si presenta subito ghiotta e choccante: “Sono 6000 i terroristi che scorazzano oggi nel Sahel“. L’articolo riassume il Report di un think thank americano, l’AGWoold, secondo cui il numero di terroristi islamici che circola in questa regione è passato dai 500 del 2010 ai 6000 del 2012. Le cifre sono corredate inoltre da una serie di interviste sul campo a jihadisti provenienti da molti Paesi dell’Africa Occidentale e da una radiografia assai dettagliata dal fenomeno, di indubbio interese.  6000 terroristi islamici, che perdippiù circolano liberamente in una regione che sta alle porte del Mediterraneo, beh, mi pare una notizia che scotta…                                                                   

Bene, mi dico. E’ una notizia che vale la pena di dare, anche perchè il riscatto pagato per la Urru andrà di certo ad ingrassare le attività di questi gruppi. Per saperne di più cerco perciò la fonte primaria, il Report dell’AGWoold. Ma non lo trovo. Insisto, per diverse ore, variando più volte i termini di ricerca, ma senza fortuna. In Rete di questo Centro di sicurezza americano non c’è traccia. Tra i vari siti su cui è rimbalzata la mia notizia non ce n’è uno che linki questo benedetto Report oppure il website del Centro. Niente. Nel mio vagare mi accorgo poi di un’altra stranezza: la notizia è stata sparata in Rete da un giornale algerino, L’Expression, e tutti l’hanno ripresa da lì, senza aggiungere o levare una virgola. Della presunta notizia, quindi, è sparita la fonte primaria – volatilizzata – ed è rimasta solo la sua fonte secondaria, che di fatto si è auto-accreditata. Un’assurdità. Anzi, un caso da manuale. Tanto più che l’Algeria, tramite i suoi servizi segreti, con alcuni gruppi jihadisti operanti nella regione saheliana – vedi l’AQMI – intrattiene da sempre rapporti ambigui.  Il che obbliga a prendere con le pinze qualsiasi notizia sull’argomento proveniente da Algeri, perchè potrebbe essere una “polpetta avvelenata”. Che fare?

Su consiglio del mio amico Lorenzo Declich, che in questo mare di trappole naviga tutti i giorni, decido di scrivere all’Expression e in più all’autore dell’articolo, Karim Aimeur, di cui riesco  a rintracciare  un profilo Facebook, con tanto di foto. Sto ancora aspettando una risposta e temo - pronto a ricredermi- che non l’avrò. Da qui la scelta di non pubblicare quella notizia, che pure non è lontana dalla realtà – almeno così pare, secondo le informazioni che arrivano dal nord del Mali  - ma non soddisfa tutte le condizioni che ne dovrebbe accompagnare la pubblicazione, in primo luogo per via dell’”opacita’” della fonte.

 Morale della favole: le notizie che si trovano in Rete vanno sottoposte a un percorso di verifica nè più nè meno di come si fa con le altre “fonti”. Non c’è da fidarsi nè della “confezione” accurata, nè della ricchezza delle argomentazioni a sostegno. Bisogna resistere all’appeal con cui ci seducono, nnon lasciarsi prendere dalla fretta e procedere ad una disamina accurata. E’ un lavoro che prende tempo, com’è giusto che sia, e richiede competenze di tipo giornalistico. Anzi è la riprova che i giornalisti hanno un futuro nell’universo digitale, a patto di riuscire a muoversi come pesci nell’acqua, riuscendo a valorizzare il proprio contributo. Al proposito, leggo che la BBC ha creato un suo Verification Hub a cui lavorano in 20 ed ha come filosofia proprio quella di giungere alla “persona fisica” che introduce in Rete determinati contenuti informativi, per giudicarne la veridicità. E’ uno dei tanti percorsi che si possono e si devono attivare. Per non lasciarsi ingannare.

N.B. Nel caso riesca a recuperare questo famoso Report del Centro AGWoold  ne darò immediata notizia su questo blog. Ma quanto scritto sopra resta valido in ogni caso. Ed io almeno ne farò tesoro.

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2 Comments

  1. Orlando

    Una magistrale lezione di giornalismo: non posso che porgere i miei ammirati ringraziamenti. La ricerca delle fonti è sicuramente importante. Mi resta però un piccolo dubbio: se la fonte non si può scoprire, posso veramente affermare che la notizia non sia veritiera, oppure la fonte si nasconde per gravi motivi, quali la paura per la propria incolumità? Ed a me, misero lettore qualunque, chi dice che il valente giornalista che ha scoperto la fonte non stia manipolando la notizia per far piacere ai suoi datori di lavoro?

    • admin

      Allora, Orlando, è ovvio che ci sono casi in cui la fonte di una notizia non si può svelare ed è legittimo – a volte doveroso – rispettarne l’anonimato. Non è però il mio caso: qui la fonte, citata, era un presunto rapporto di un presunto think thank americano, che ad una verifica attenta si è dimostrata inesistente, il che lascia presumere che il giornalista in questione stesse bleffando oppure che volesse dare autorevolezza (??) al suo pezzo. Finora nè il giornale (L’Expression) nè l’autore del pezzo hanno risposto alle mie sollecitazioni. Magari mi sbaglio ma temo fosse veramente una “bufala” grossolana.

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