Anche Evgenij voleva la sua bandiera

ago 23, 2012 by

Anche Evgenij voleva la sua bandiera

Autore: MICHELE SMARGIASSI      Fonte:  Fotocrazia del 20/08/2012

“La bandiera rossa più famosa della storia era una tovaglia, con una falce-e-martello di carta malamente appiccicata in un angolo. Uno degli eroici liberatori che la sventolava sul cielo corrusco di Berlino era uno spogliatore di cadaveri. Anche il cielo corrusco, del resto, era finto: fu aggiunto più tardi in camera oscura.

Se frugare nella vita privata dei grandi uomini espone al rischio di scoprire piccole miserie, dietro le grandi fotografie si nasconde spesso un falso. Bisogna però riconoscere che Evgueni Ananievich Chaldej, il Bob Capa sovietico, non fece nulla per nascondere che la sua fotografia più celebre, una delle più potenti immagini-simbolo della seconda guerra mondiale, era stata interamente costruita, posata, recitata.

Quasi ottantenne, raggiunto da una troupe televisiva nella Russia di Gorbaciov poco prima di morire, raccontò candidamente come, il 2 maggio del 1945, in equilibrio precario sulla cupola dei Reichstag, fabbricò finalmente l’immagine che aveva in mente fin da quando aveva ammirato su un rotocalco la fotografia di un altro alzabandiera trionfale: quello dei marine americani a Iwo Jima, immortalati il 23 febbraio 1945 da Joe Rosenthal. (Ironia della sorte, o destino comune a tutte le grandi foto: anche questa fu sospettata di essere una messinscena). Solo decenni dopo, però, dagli archivi di Chaldej riemerge l’intera sequenza di quel laborioso set, pubblicata da Marc Grosset nella sua biografia Chaldei: un photographe en Union Soviétique, edita in Francia da Chêne.

È la storia curiosa di un’icona premeditata. Come Rosenthal nel Pacifico, anche Chaldej a Berlino si era perso l’alzabandiera vero. Che avvenne il 30 aprile 1945, alle 10.30 di sera, per mano del capitano Stepan Andejevich Neustroyev, comandante del battaglione che nella Berlino anno zero, mentre Hitler si toglieva la vita nel suo bunker, entrò in quel rudere che era stato il parlamento tedesco, deserto ormai da dodici anni. Chaldej non era lì, ed anche se ci fosse stato l’oscurità della notte non lo avrebbe certo aiutato.                                                                                          

Comunque arrivò solo il giorno dopo. Un bello scoop mancato per il fotografo più instancabile dell’Armata Rossa, l’uomo che aveva seguito la Grande Guerra Patriottica passo dopo passo per 30 mila chilometri in 1414 giorni, «da Murmansk a Norimberga», come intitolò poi il suo album di memorie. Ma Chaldej (detto Stakanov dai colleghi, e non solo perché aveva immortalato l’eroe del lavoro, suo concittadino) non era il tipo da scoraggiarsi per così poco. Figlio del realismo socialista, notoriamente la forma d’arte più surreale e inventata che sia mai esistita, era abituato a comporre le sue fotografie, con ritocchi e fotomontaggi, trasformandole in «visioni».

Visione più visione meno, in quel maggio di vittoria Evgenij pretende e progetta il suo alzabandiera strepitoso. Solo che nella Berlino appena occupata, per strano che possa sembrare, non riesce a trovare una sola bandiera rossa. Un problema? Niente affatto. Sale su un volo militare per Mosca, si precipita nella sede dell’agenzia Tass, per la quale lavora, e strappa alla sconcertata segretaria Grisha tre tovaglie rosse usate per le cerimonie. Poi corre dallo zio sarto e lo obbliga in piena notte a cucirvi sopra tre falci-e-martello di cartone.

Altro volo ed eccolo di nuovo a Berlino, a cercare la location giusta per il suo tableau vivant. Prova su un’aquila di granito, appena sbarcato all’aeroporto Tempelhof: poco identificabile. Ritenta alla porta di Brandeburgo, ma non c’è lo sfondo drammaticamente giusto. Finalmente avvista la cupola diroccata del Reichstag, da cui suppone, giustamente, che si goda un terribile panorama sulla città in fiamme, e vi si precipita. Del resto, dove deve sventolare una bandiera di vittoria, se non sul parlamento dal cui rogo cominciò l’hitlerismo?

Nell’atrio incontra tre soldati russi che scolano vodka. Li scrittura su due piedi. Li fa arrampicare sul tetto reso scivoloso dall’umidità e dal sangue dei cecchini uccisi. Scatta un intero rullino: una follìa, vista la scarsità di materiale fotografico di allora, ma sa bene quel che fa.

Finalmente capisce di avere nel carniere la preda giusta: uno dei soldati in equilibrio precario sl pinnacolo, le statue che ne replicano la silhouette, la bandiera ben dispiegata su un panorama di macerie. Il cielo troppo bianco sarà corretto più tardi con l’aggiunta di colonne di fumo. C’è solo un particolare che non va. Se ne accorge il redattore capo Palgunov: il soldato che sorregge il portabandiera ha un orologio su ciascun polso, dunque almeno uno l’ha rubato verosimilmente a un soldato morto. E si sa che la legge marziale sovietica prevede la pena di morte sul campo per gli spogliatori di cadaveri.

Non è proprio da monumento all’eroismo dell’Armata Rossa che il simbolo della liberazione sia passibile di essere passato per le armi su due piedi. Poco male, si può rimediare: Chaldej gli spennella di nero le braccia. Ed è fatta: l’icona del trionfo sovietico sul nazismo è nata. Sarà riprodotta migliaia di volte, su poster, dipinti, francobolli (il ladro d’orologi, a volte, scomparirà discretamente). Commuoverà milioni di reduci e di militanti. La sua «verità», in fondo, se la conquisterà così, nelle emozioni di chi la vede, riscattando la sua gestazione artificiale.

Le icone, però, sono parricide e cannibali. Divorano i loro padri. Mentre la sua fotografia viaggiava per il mondo esaltando l’eroismo sovietico, senza fruttargli un solo rublo, Khaldei ripiombava nell’oblio. Peggio: nel terrore staliniano. L’integerrimo Chaldej, nato in Ucraina lo stesso anno della Rivoluzione d’Ottobre, sempre fedele alla causa, autore dei più lusinghieri ritratti di Stalin, aveva un peccato originale: la sua nascita ebraica. (Ebreo era anche Rosenthal: altro gioco di specchi tra i due, che infine si conobbero e s’abbracciarono nel 1995, in Francia, scambiandosi copie con dedica delle loro foto gemelle, in una serata molto commovente).

Persa la madre in un pogrom russo, persi gli altri parenti nello sterminio nazista, toccò a lui patire ancora. Nel 1948, col primo vergognoso rigurgito antisemita sovietico, fu licenziato dalla Tass assieme a tutti i reporter ebrei. Si guadagnò da vivere, lui degno collega delle Bourke-White, dei Cartier-Bresson, collaborando a rivistine di propaganda, per le quali fotografava delegazioni in visita ai colchoz e balletti folcloristici. La destalinizzazione di Krusciov lo riportò al lavoro, assunto dalla Pravda: ma di nuovo, nel 1972, in uno dei ricorrenti ritorni di fiamma antisemiti, fu vittima di un licenziamento a sfondo razzista.

E quando finalmente, con la Perestrojka, riottenne il diritto alla parola, le bandiere rosse sventolanti non erano più di moda, neanche la sua. Ma lui morì serenamente nel ‘97, preferendo ricordare una Storia più importante delle infamie che gli toccò sopportare. Dove si vede che, dietro una fotografia falsa, a volte c’è un uomo vero.”     (MICHELE SMARGIASSI)

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2 Comments

  1. una storia affascinante e curiosa che racconta bene come non bisogna fermarsi alle apparenze e alle verità costruite.

  2. Orlando

    La bandiera rossa più famosa della storia era una tovaglia…….grazie, non ho mai riso tanto in vita mia.

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