Cartoline dall’Iraq

dic 21, 2011 by

Cartoline dall’Iraq

Non c’è pace per l’Iraq. E il ritiro delle forze di occupazione americane non sembra  aver migliorato la situazione, secondo tutti gli osservatori sul posto. Tutt’altro. Continua infatti lo stillicidio della violenza – con decine di morti al giorno – e si aggrava la crisi di governabilità, con nuove tensioni fra sunniti e sciiti, a dimostrazione che la democrazia – importata con la forza delle armi – resta per ora un pallido simulacro. Nel vuoto di notizie che ci affligge – l’Iraq non “tira”, per la stampa italiana – vale la pena di ripubblicare il lucido e disincantato commento di Sergio Romano, pubblicato sul Corriere della Sera di ieri, nella rubrica delle lettere. 

“Stati Uniti e Pakistan sono ai ferri corti e quest’ultimo minaccia di interrompere ogni rapporto di collaborazione ove gli americani continuino a bombardare il territorio pakistano al confine con l’Afghanistan, al fine di annientare i terroristi che vi si annidano. Va meglio con l’Afghanistan, dove le risorse profuse hanno dato impulso all’economia, facendo sensibilmente lievitare il prodotto interno lordo e facendo nascere e crescere una classe dirigente e un ceto medio desiderosi di pace, benessere e positivi rapporti con l’Occidente. Meno si sa, invece, dell’Iraq, da cui, di tanto in tanto, giungono notizie di attentati terroristici, ma poco o niente sulla situazione di quel Paese dopo l’intervento americano, ovunque ferocemente criticato, il cui fine fu quello di esportarvi libertà e democrazia, oltreché, ovviamente, trarne un qualche vantaggio. La sensazione è che molte cose siano cambiate, ma si può davvero affermare che gli americani siano riusciti nel loro proclamato intento?
Giovanni Bertei , giovanni.bertei@alice.it

“ Caro Bertei, il presidente Obama ha promesso che le truppe americane avrebbero lasciato l’Iraq entro la fine del 2011, e ha mantenuto la sua promessa. È probabile che in questo momento, alla vigilia di una difficile campagna presidenziale, il ritiro sia più importante ai suoi occhi di qualsiasi altra considerazione. Avrebbe desiderato lasciare nel Paese qualche migliaio di uomini per presidiare una piccola base e continuare l’addestramento dell’esercito iracheno, ma ha preteso l’immunità giudiziaria per il contingente americano e si è scontrato con difficoltà insormontabili. Il capo del governo di Bagdad, Nuri al-Maliki, sarebbe stato forse disposto a concederla, ma ha dovuto piegarsi di fronte a un’opposizione composta da sunniti e sciiti. Salvo ripensamenti la sicurezza delle missioni civili degli Stati Uniti e, in particolare, dell’enorme ambasciata di Bagdad, sarà garantita da qualche migliaio di «contractors», l’eufemismo con cui vengono definiti oggi quelli che in passato venivano chiamati mercenari. L’episodio dice meglio di molte analisi quanto sia precaria l’unità del Paese. Fra i sunniti che hanno impedito al governo di concludere un accordo con Washington, vi sono gruppi legati al Baath (il partito di Saddam Hussein) che non hanno mai smesso di considerare la guerra americana del 2003 come una ennesima manifestazione dell’imperialismo occidentale. Fra gli sciiti vi è la milizia dell’esercito del Mahdi, un movimento combattente guidato da Muqtada al Sadr che ha già annunciato la sua intenzione di trattare i diplomatici americani, dopo il ritiro dei militari, alla stregua di una forza d’occupazione. I molti attentati che fanno strage di civili nelle maggiori città irachene hanno registi diversi: nostalgici di Saddam, partigiani di Al Qaeda, sunniti che odiano gli sciiti, sciiti che odiano i sunniti, fanatici musulmani che odiano i cristiani. Nel 2003, alla vigilia della guerra, la presenza cristiana in Iraq oscillava, secondo stime diverse, fra 800.000 e un milione e 400.000 persone. Oggi sarebbero grosso modo 500.000. Molti di essi si sono trasferiti nel nord curdo del Paese dove godono di una maggiore tolleranza. Ma il problema dell’autonomia curda continua a essere il grande problema insoluto dello Stato iracheno: una questione in cui sono coinvolti tutti i Paesi della regione, dalla Turchia all’Iran. Aggiungo, caro Bertei, che l’Iran è oggi presente nella politica irachena molto più di quanto non accadesse all’epoca di Saddam Hussein e che le forze armate turche, quando inseguono i curdi al di là della frontiera, invadono in effetti il territorio iracheno. Questo è l’Iraq che gli Stati Uniti si sono lasciati alle spalle quando l’ultimo dei loro soldati ha abbandonato il Paese.”

P.S. Sull’Iraq c’è un reportage fatto a quattro mani con Cristiano Tinazzi e mandato in onda nel novembre 2010 da RAI STORIA. Il titolo è “CARTOLINE DALL’IRAQ” e nel giro di qualche giorno lo troverete a questo link.  

 

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