Che ci faccio qui ? (2)

mar 31, 2012 by

Che ci faccio qui ? (2)

Scena n°1. Svegliarsi in piena notte, al buio, non sapendo dove ci si trova: se nel lettuccio di casa propria, in un grande albergo di Tehran oppure in una piccola stamberga di Ouagadougou. Per cercare il bagno procedi a piccoli passi, mani in avanti, sperando che i neuroni si mettano a lavorare e procedano al riconoscimento dei luoghi. Fatta poi la pipì, ti siedi e ti metti a fumare, gustandoti la strana ebbrezza del non-luogo, di tutti i luoghi che hai attraversato e che si sono condensati in te, strato su strato, fino a confonderti.

Scena n° 2. Camminare, a piedi, in moto, in auto, e vedere in uno squarcio di paesaggio che ti si para davanti nello spazio circostante un altro paesaggio, perfettamente identico o quasi, che appartiene però al tempo: di un’altra città, di un altro momento. Ti fermi e provi a mutare lo spazio in tempo, lavorando sul ricordo. Vai su e giù, o meglio dietro e avanti, finchè fissi dei particolari che pacificano il ricordo. Poi tutto svanisce. 

Scena n° 3.  Stilare elenchi. Degli alberghi in cui hai dormito, dei ristoranti e delle bettole in cui hai mangiato, dei taxisti più simpatici (e antipatici) che hai incontrato, dei posti più merdosi (e più belli) in cui sei stato, degli incontri più strani ecc. Esercitare la memoria per organizzare il ricordo e non perdere di peso. Senza il passato si è più poveri. E non si fa presa sul futuro.                                                                                                                                  

Citazione n° 1:  “C’è un paesaggio interiore, una geografia dell’anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita. Chi è tanto fortunato da incontrarlo, scivola come l’acqua sopra un sasso, fino ai suoi fluidi contorni; ed è a casa. Alcuni lo trovano nel luogo di nascita; altri possono andarsene, bruciati, da una cittò di mare, e scoprirsi ristorati nel deserto. Ci sono quelli nati in campagne collinose che si sentono veramente a loro agio solo nell’intensa e indaffarata solitudine della città. Per qualcuno è la ricerca dell’impronta di un altro; un figlio o una madre, un nonno o un fratello, un innamorato, un marito, una moglie o un nemico. Possiamo vivere la nostra vita nellla gioia o nell’infelicità, baciati dal successo o insoddisfatti, amati o no, senza mai sentirci raggelare dalla sorpresa di un riconoscimento, senza patire mai lo strazio del ferro ritorto che si sfila dalla nostra anima, e trovare finalmente il nostro posto.”   (Josephine Hart, Il Danno).

Citazione n° 2: “Il mio proposito nelle pagine che seguono è piuttosto di descrivere il resto: quello che generalmente non si nota, quello che non si sottolinea, quello che non ha importanza: quello che succede quando non succede nulla, a parte il tempo, la gente, le macchine e le nuvole”. (Georges Perec, Tentative d’épuisement d’un lieu parisien).

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