Che ci faccio qui?

dic 2, 2011 by

Che ci faccio qui?

L’incubo che si ha spesso, quando si fa l’inviato all’estero, è di restare fatalmente impigliati alla superficie degli eventi che ci si ritrova a dover raccontare. E’ inevitabile, mi dico, perchè, per quanto puoi essere preparato ed avere una certa dimestichezza con certi luoghi e  certe situazioni, sei sempre costretto a fartene un’opinione in tempi molto stretti, sotto adrenalina, e con l’ossessione di dover chiudere il “pezzo”. Per questo preferisco gli “approfondimenti”, che ti consentono di stare più a lungo in un posto e di calarti meglio nelle situazioni. Di sudare, consumare la suola delle scarpe, chiedere e interrogarti. Solo così si riesce a capire. Purtroppo, le trasferte lunghe sono ormai una rarità. Perchè il ciclo delle notizie è sempre più accelerato e perchè gli editori hanno sempre meno soldi da spendere per i propri inviati. E’ un peccato. Ed è un vulnus per l’informazione. Lo dimostrano queste foto dall’Afghanistan di una foto-reporter di grande talento, Monica Bulaj, che si muove e lavora sempre con i tempi giusti, cioè quelli “lunghi”. Il risultato è uno sguardo “dall’interno” che altrimenti non si riuscirebbe mai ad avere, per via della separatezza che penalizza in genere il giornalista e lo tiene a distanza dall’oggetto della sua indagine.  Quella che segue è la presentazione da lei scritta per un suo Portfolio pubblicato lo scorso anno dalla rivista East.

 

 

Ho viaggiato da sola tre mesi in un “altro” Afghanistan, a piedi, a cavallo, su asini, yak, camion, in autostop e con taxi improvvisati, in mondi invisibili: sufismo, nomadi, spiritualità e magia popolare, minoranze; nelle viscere e tra le fogne di città abbandonate a se stesse e in villaggi dimenticati da Dio, tra talebani e mujahedin pentiti, tra donne che si danno fuoco per disperazione e scolari la cui dedizione commuove, mentre si colgono sguardi di stupore, meraviglia, tenerezza. Accolta come una regina, protetta, sfamata, curata. Il conflitto è a macchia di leopardo. Le zone di pace sono vicinissime a quelle della guerra, secondo una geografica inestricabile. Se la conosci, puoi anche viaggiare. È pericoloso ma non più di quanto lo sia per gli afghani. Bisogna mettersi nei loro panni, per capire.

Sappiamo poco di quei posti dove spendiamo milioni di dollari per mantere il business della guerra, una macchina che si autoalimenta e autoprotegge. La felicità e la sicurezza degli afghani è quasi sempre l’ultima proccupazione. La nostra presenza sarebbe peraltro indispensabile se fossimo diversi e non chiusi sempre di più dentro i nostri bunker, sempre più pervasi da un senso di accerchiamento, dal timore di ciò che non si vede. Perché in Afghanistan il nemico non c’è, come fu per l’imperatore Dario che rincorreva gli sciiti per le steppe del Don. Puoi urlare come lui: «Fatevi vedere!», ma se non cammini per strada, se non vai nelle case degli afghani, oltre il vetro antiproiettile vedrai solo ombre, di patu, chapan, shalver kamiz, turbanti e burqa. Tutti uguali.

 ”MONICA BULAJ, tratto da East, n.31/2010

* La mostra “Nur/Luce. Appunti afghani” di Monica Bulaj verrà esposta alle Officine Fotografiche di Roma dal 16 dicembre al 2 gennaio, e al Salone degli Incanti di Trieste dal 1 marzo al 30 aprile  

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1 Comment

  1. Grazie Amedeo per i tuoi articoli sui posti “caldi”, sempre molto sinceri e chiari nell’esposizione. Grazie per avermi fatto conoscere Monica Bulaj. Sicuramente andrò a vedere la sua mostra.

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