Cheese, please (*)

nov 26, 2012 by

Cheese, please  (*)

Autore:  Annalena Benini        Fonte: Il Foglio 22 novembre 2012

Racconta Sondra Locke, ex fidanzata di Clint Eastwood, che come preludio al sesso lui le sussurrava: “Cara, hai il filo interdentale?”. Milioni di persone (gli americani per primi, creatori ed esportatori di sorrisi perfetti) passano le sere a flagellarsi le gengive con questo filo da pesca, che a volte si incastra pericolosamente e fa restare lì, davanti allo specchio, con la bocca spalancata e una specie di cappio dentale. E molto imbarazzo se non si è soli. Il resto dell’umanità, quella ancora libera dal filo, è comunque preda di terribili sensi di colpa, in attesa della predica del dentista, e si sente ai margini della società civile.         

Non usare il filo interdentale è perfinoo più grave di non fare la raccolta differenziata, perché il fi- lo ha a che fare con l’evoluzione e la consapevolezza: meglio mentire e tenerne uno sempre in bagno, nel caso in cui si rice vano ospiti, per non essere considerati moralmente inferiori. Un umorista americano, David Sedaris, ha scritto sul New Yorker un pezzo sulla cura dentale europea (ovviamente inadeguata), citando un dentista francese che gli aveva detto: “E basta con questo filo interdentale, trovi un modo migliore per passare le sue notti”. Gli americani risero molto a questa battuta, il massi mo del politicamente scorretto, scoprendo denti bianchissimi e provando a figurarsi la folle e seducente possibilità di non usare più chilometri di filo ogni anno.

L’ossessione dentale per un sorriso perfetto, simbolo di giovinezza, ricchezza, salute, si manifesta con il disprezzo verso gli inadatti, i cariati, gli imperfetti, i possessori di denti in cui non ci si può specchiare: Martin Amis, oggetto di scherno per avere investito qualche anticipo di romanzo in denti nuovi, ha raccontato in “Esperienza” le estenuanti e dolorose sedute dal dentista, tanto che lo si immagina passarsi freneticamente il filo dopo quasi ogni Martini. E Inès de la Fressange ha spiegato alle adepte dell’eleganza che un sorriso non splendente affossa qualunque lifting o altro goffo tentativo di ringiovanimento.

 Ebbene, tutta questa frustrazione da mondo (troppo) civilizza- to sta per finire: scrive il Times, felice di vendicarsi delle sofferenze odontoiatriche inflitte dagli americani, che il filo in terdentale non serve a un tubo, è uno spreco di tempo, di sangue e di denaro. Non previene la carie, fa fluttuare i batteri invece di eliminarli e soprattutto non ci rende persone migliori. Niente filo, siamo inglesi, è il nuovo slogan dei dentisti all’avanguardia. Quelli che avevano fatto le scorte di filo possono cominciare a disfarsene (vanno nei rifiuti di plastica), trovando un modo piacevole per impiegare quei quindici minuti di sofferenza serale e recuperare gli anni perduti.

Lo xilitolo è la risposta: un dolcificante estratto dalle betulle (in Finlandia lo danno ai bambini dell’asilo, sotto forma di caramelle, dopo i pasti, e funziona anche per le infe- zioni dell’orecchio; nei paesi del nord pare abbiano denti sanissimi). Ha un buon sapore, si può usare anche per cucinare al posto dello zucchero e non deve essere conficcato come una lama fra i denti. In Inghilterra lo vendono sfuso nei supermercati, da noi lo mettono nei chewingun, ma servono alte concentrazioni perché funzioni. Non fa ingrassare, non fa sanguinare, promette un sorriso moderno ed elimina (se si ha il coraggio di abbandonare culturalmente il filo) la rassegnazione all’idea che solo la sofferenza ci li libererà dal male.

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