Clandestina a Damasco

nov 7, 2011 by

Clandestina a Damasco

Conosco giornalisti che sono rimasti solo una settimana in Afghanistan oppure in Libia ma non hanno esitato a scriverci su un libro, per pavoneggiarsi un po’. Per fortuna, però, ci sono anche giornalisti che si dedicano anima e corpo ad un Paese, visitandoli a più riprese, eppure  non si sognano nemmeno di spacciarsi per esperti e, quando devono esprimere qualche valutazione, volano basso, con grande umiltà. Quella che segue è la prefazione che ho scritto per un bel libro di Antonella Appiano, che ha passato quattro mesi “sotto copertura” nella Siria di oggi, fra proteste di piazza e repressione. E’ edito da Castelvecchi, si intitola “Clandestina a Damasco” e vale la pena di leggerlo per capire quanto sia difficile fare oggi questo mestiere, soprattutto all’estero, fra propaganda e disinformazione, senza perdere la passione.

“Quando Egisto Corradi disse che il vero giornalismo si fa consumando la suola delle scarpe non esistevano i telefoni cellulari e la tecnologia digitale, né tanto meno il web 2.0. L’unica connessione a  disposizione dell’opinione pubblica erano gli inviati speciali. E i loro resoconti erano tanto più preziosi in quanto rappresentavano l’unico modo per essere informati, anche sugli avvenimenti lontani. Oggi invece non è più così. C’è semmai l’imbarazzo della scelta. Le notizie si sono moltiplicate a dismisura e viaggiano in tempo reale, veicolate non sempre e non solo dai giornalisti. Eppure, anche in quest’era di infobesità, e anche se il mestiere del giornalista sta cambiando a velocità vertiginosa, avere delle buone scarpe e riuscire a consumarle fa ancora la differenza. Me lo dice l’esperienza. E lo dimostra anche questo libro di Antonella Appiano, che di un avvenimento complesso come la crisi siriana di oggi ci offre un resoconto straordinario, puntuale ed emozionante. Da inviata vera. Secondo me proprio perché ha mangiato polvere per quattro mesi, nei vicoli di Damasco e nei villaggi della Siria profonda, senza risparmiarsi.

Immagino non sia stato un reportage facile. Perché fin dall’inizio delle proteste di piazza, in marzo, il racconto della crisi siriana è stato viziato da una vera e propria schizofrenia mediatica. Da un lato circolava cioè la versione delle autorità di Damasco, secondo cui era in atto un complotto ad opera di piccoli gruppi di sabotatori ed estremisti sunniti, al soldo di Israele, Stati Uniti e Arabia Saudita. Dall’altro c’era invece la versione degli oppositori, secondo cui le manifestazioni erano spontanee e di massa, dirette contro il regime dittatoriale di Bashar el Assad e indette quindi in nome della libertà, uguaglianza e dignità. Difficile districarsi nel mare di propaganda con cui entrambi gli schieramenti hanno provato a inondare i mass media mainstream, in modo da condizionare l’esito del confronto. Anche perché il governo ha subito vietato l’ingresso in Siria ai giornalisti stranieri, per non avere fra i piedi testimoni scomodi e comunque non controllabili.

Antonella Appiano è riuscita a eludere con grande abilità questo divieto. Rischiando ovviamente tutti i giorni, costringendosi a cambiare spesso identità e facendo poi i salti mortali pur di  poter testimoniare quanto stava succedendo, davanti ai suoi occhi, senza mettere in pericolo quanti la stavano aiutando. E’ stata brava e caparbia – come vedrete – e credo che l’abbia fatto non per il gusto del pericolo ma per l’amore profondo che la lega a questo Paese, alla sua storia e alla sua cultura. Ed è sempre questo amore che deve averle impedito di prendere partito e di giudicare, a favore degli uni o degli altri, una volta calatasi in mezzo agli avvenimenti. Antonella mi pare di un’altra pasta. Lei ha scelto il dubbio, da giornalista di razza. E l’ha praticato fino alla fine, convinta che il suo dovere fosse non solo quello di testimoniare ma anche di aiutare l’opinione pubblica a capire, distinguendo il vero dal falso ed evitando quelle facili scorciatoie che magari semplificano il lavoro ma lasciano l’amaro in bocca, quando non creano problemi di coscienza, a chi ancora ce l’ha.

Un’ultima nota sul racconto “minimalista” scelto da Antonella, che trovo particolarmente appropriato ai fatti che racconta. C’è un racconto di Rudyard Kipling che ho molto amato. Si intitola “A matter of fact” e in italiano è stato inserito nella raccolta “I figli dello zodiaco”.  Racconta la storia di tre giornalisti, un americano, un olandese e un inglese, che si imbarcano su un piroscafo, a Città del Capo, per rientrare in Inghilterra. Durante la traversata c’è una mostruosa creatura degli abissi, se non sbaglio un serpente marino, che prova a ghermire la nave, senza per fortuna riuscirci. E’ uno scoop pazzesco – perché un giornalista, scrive Kiplig, resta sempre e per sempre un giornalista – anche se in effetti ha dell’inverosimile. E infatti due dei tre giornalisti, soprattutto l’americano, entrano subito in fibrillazione, per poterlo piazzare, non appena scesi. Non ci riescono, perché la storia non risulta credibile. E l’inglese, che non ha nemmeno provato a scrivere l’articolo, perché ritiene che quella storia sia più da racconto, consola così il collega americano: “La Verità è una dama ignuda e se per caso è tratta dal fondo del mare è d’uopo darle una sottana di stampato o girarsi verso la parete, giurando di non aver visto niente”. Insomma, non tutto si può raccontare allo stesso modo. E anche la verità ha bisogno di un linguaggio adeguato. ”

 

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