Confessioni di un cronista
A parole, siamo tutti giornalisti perfetti. Onesti, corretti, competenti, attendibili, perspicaci e via dicendo. Scagli però la prima pietra chi non ha i suoi scheletri nell’armadio: chi cioè, nel suo lavoro quotidiano da cronista, non è mai stato cialtrone, scorretto, impreciso, arrogante, marchettaro e quant’altro non si dovrebbe mai essere per poter fare degnamente questo mestiere. Io non me la sento. E se in coscienza non penso di aver mai meritato la matita blu – lo spero, almeno – quella rossa, beh, secondo me dev’essersi spezzata la punta o quasi.
Qualche errore in realtà me lo posso perdonare. Quanto meno quelli dettati dall’ingenuità o dalla scarsa esperienza. Altri li ho fatti sotto stress, perchè l’organizzazione di questo lavoro è micidiale e spesso non ti lascia il tempo di riflettere a sufficienza su quello che dici o scrivi. Finisce perciò che ti lanci in giudizi un po’ affrettati, che ti fidi di una sola fonte senza approfondire le notizie, che scopiazzi o se preferite prendi spunto da quello che ha scritto un collega prima di te. Capita a tutti, prima o poi, e hai voglia a dire che si dovrebbe trovare il giusto equilibrio fra tempi stretti di pubblicazione (o messa in onda) e necessità di verifica di una notizia, non sempre queste ciambelle riescono col buco. Non mi assolvo invece per tutti gli errori fatti per presunzione, scoopismo, ansia da prestazione e smania di emergere, che in questo mestiere sono malattie comuni. Non lo dico nè per un improvviso rigurgito di moralismo nè per un accesso senile di pentitismo. Molto più banalmente credo che questo lavoro lo si possa fare meglio, oggi più che mai, a patto però di mettersi in discussione e di coltivare il dubbio, apertamente. 
Per chi poi, come me, lavora in televisione le trappole sono quotidiane. Perchè raccontare con le immagini ha una forza straordinaria, unica, ma è cosa assai delicata, che non si può improvvisare. E il potere delle immagini va gestito con cura, se non si vuole sciuparlo. Ho litigato spesso con dei cameraman per il fatto che il loro occhio elettronico si soffermava troppo su quello che li colpiva da occidentali e non su quello che era realmente rappresentativo di una detreminata situazione. Nel mondo arabo, ad esempio, troppe telecamere hanno un’attrazione morbosa per le donne velate, possibilmente in niqab; e però se ti trovi a Tunisi oppure ad Algeri e fai vedere solo donne velate dai una informazione scorretta, no?, visto che ce ne sono altrettante, anzi di più, che il velo non si sognano nemmeno di portarlo. Così come se vai in Libia adesso e fai vedere ai telespettatori solo miliziani armati che scorazzano per le strade di Tripoli non fai un buon servizio, perchè la Libia non è solo quello. Sono tutti sintomi del sensazionalismo, malattia da cui non è facile restare immuni, visto che in termini di share i servizi così concepiti pagano, catturando telepettatori. E allora, avanti con le interviste strappa-lacrime sulle piccole e grandi tragedie (anche se sono invasive e irrispettose della privacy), con gli stand-up in zone di guerra con tanto di voce concitata ed elmetto d’ordinanza, che tanto soddisfano il nostro narcisismo (ma non danno alcuna informazione in più sulla guerra in corso), per finire con le pseudo-inchieste che hanno un colpevole fin dall’inizio (ma lo inchiodano solo coi sentito dire). Tanto nel tritacarne della tv - ma nei giornali non è che sia così diverso -tutto fa brodo, se la parola d’ordine è choccare anzichè spiegare, parlare alla pancia e non alla testa.
“E’ forte?”, ti chiedono di un servizio che hai appena girato. E tu al free-lance che ti propone un servizio chiedi a tua volta: “E’ forte?”. E tutti si attrezzano perchè un servizio sia forte, anche se la vera roba forte richiede tempo e a te nessuno te lo da quel tempo e ai free-lance nessuno lo paga il giusto. E allora finisce che in onda va la fuffa, oppure che si saccheggia Youtube, che si fanno finti scoop e finte esclusive, pur di avere in mano qualcosa che interessi chi deve decidere e che ti consenta di fare carriera o anche solo di mantenere un contatto. Io mi ritengo fortunato, da questo punto di vista, perchè ho lavorato quasi sempre in trasmissioni televisive di approfondimento, che mi davano quanto meno lo spazio e la pezzatura giusta per mostrare, argomentare e provare a spiegare. Il tempo no, quello è sempre stato ridotto e il dramma è che si riduce ogni giorno di più, con la scusa che i budget sono ormai risicati. E certo non invidio i colleghi che lavorano con le news, costretti troppo spesso a saccheggiare Internet o a passare il comunicato di turno per stare nei tempi e continuare a stare nel giro. D’altronde, se ti mandano a Tripoli per coprire le elezioni ma ti danno solo due giorni sul posto e ti impongono poi quattro collegamenti al giorno fra radio e tv, beh, la tua copertura non potrà che essere superficiale, a meno che tu non sia uno specialista di quel Paese, e forse nemmeno in questo caso.
Non so quanto c’entri tutto questo con la crisi del nostro mondo, col fatto cioè che i giornali vendano ogni giorno di meno e le tv, almeno quelle generaliste, abbiano un calo di audience. Credo però che si possa e si debba superare la crisi con un miglioramento della qualità dell’informazione. E questo è un compito che ci riguarda tutti, anche quelli che pensano di essere dei giornalisti perfetti (e non sempre lo sono). Proprio adesso che noi giornalisti non abbiamo più il monopolio dell’informazione, proprio adesso si può dimostrare che nel lavoro di un vero professionista c’è un valore aggiunto da preservare. Non è scontato, non per tutti. Ma val la pena di provarci.











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