Crowdfunding de ‘noantri

feb 7, 2014 by

Crowdfunding de ‘noantri

Provate ad immaginare Sergio Marchionne che chiede a noi italiani di contribuire, di tasca nostra, a pagare il salario degli operai FIAT, per mantenere gli attuali livelli occupazionali. Trovereste l’iniziativa lodevole? E direste anche che è da imitare? Mah, ne dubito. Allo stesso modo, mutatis mutandis,  ho delle forti resistenze rispetto al progetto di crowdfounding  GLI OCCHI DELLA GUERRA che è stato lanciato di recente dalle colonne de Il Giornale. Perché ammanta con una bella parola - giornalismo partecipativo - una iniziativa che in realtà serve solo a sgravare l’editore dai costi fisiologici che bisogna sostenere quando si fa informazione. Creando inoltre un precedente che, da un lato rischia di affossare anziché accrescere la copertura degli eventi internazionali e dall’altra finisce per alterare, scorrettamente,  il rapporto fra giornalisti contrattualizzati e giornalisti free-lance.

Partiamo dall’inizio. Stando a Wikipedia, il crowdounding non è nient’altro che ”un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone ed organizzazioni. È un processo di finanziamento dal basso, che mobilita persone e risorse“. E infatti GLI OCCHI DELLA GUERRA  è un progetto che punta a raccontare i troppi conflitti e le tante aree di crisi sparse per il mondo, chiedendo ai lettori di sostenere i vari reportage che via via si andranno a realizzare con un piccolo (o grande) contributo finanziario. Un’ottima idea, non c’è che dire. E non ci sarebbe niente di male se a lanciarsi in questa impresa fosse un gruppo di free-lance, visti i compensi ridicoli che qui in Italia ricevono dagli editori, oppure un’Associazione no-profit. Invece, GLI OCCHI DELLA GUERRA è un’iniziativa che è stata sostenuta e promossa da Il Giornale - si legga l’intervento dell’amministratore delegato Andrea Pontini sulla home page del sito – per poter mandare in giro i propri giornalisti senza tirar fuori una lira. E allora, siamo proprio sicuri, come dichiara Toni Capuozzo, sempre dalla home page del sito, che con GLI OCCHI DELLA GUERRA  il lettore  “acquista non dico la verità ma un pezzetto di onestà, di lealtà e di realtà” ?  Io non ne sarei così sicuro. E mi piacerebbe che i colleghi che hanno avuto l’idea, tutti bravi e stimabili, si facessero qualche domanda in più.

L’informazione, infatti, è un bene prezioso. Che costa. E che deve costare. Soprattutto l’informazione dall’estero, tanto più se da zone di guerra. Lo sanno bene gli editori veri, che portano i propri inviati in palmo di mano e possono così vantarsi di offrire ai propri lettori  notizie di prima mano. Qualcuno obietterà che queste mie parole fanno riferimento ad una realtà che è stata spazzata via dalla crisi in cui versa il mondo dell’editoria. Ed è’ vero ma solo in parte. Perché  l’uscita dalla crisi non può essere affidata a scorciatoie. E non è con i trucchi che si va avanti, tutt’al più si vivacchia. In questo mercato sopravvive , infatti – e lo dimostrano illustri casi all’estero – chi ha il coraggio di sperimentare, investendo e non serrando i cordoni della borsa, ristrutturando sì ma non smantellando.

In parole povere, se passa l’idea che i reportage dall’estero devono pagarli i lettori, beh, ci scaviamo la fossa. Ed offriamo agli editori un valido pretesto per trasformare “gli esteri” in un optional, da allegare al giornale una volta ogni tanto, come fossero un servizio in più, a zero costi. Se inoltre non c’è trasparenza nell’operazione, se cioè non vengono pubblicati i nomi e il relativo contributo di chi aderisce a questo crowdfunding de noantri - e non mi pare questo venga fatto per GLI OCCHI DELLA GUERRA – c’è sempre il rischio che scelte e contenuti dei vari reportage possano essere influenzati da soggetti paganti che nulla hanno a che vedere con il  ”cittadino” e che perseguono invece interessi di parte.

Last but not least trovo che questa iniziativa possa tradursi anche in una concorrenza sleale nei confronti dei giornalisti free-lance. I quali non hanno certo le pagine di un grande quotidiano per lanciare le loro operazioni di crowdfounding e rischiano perciò di essere ancor più marginalizzati (e sottopagati). Se un editore può infatti mandare un suo giornalista a coprire un’area di crisi senza dover spendere una lira, perché mai dovrebbe comprare da quella stessa area un pezzo da un free-lance?  Insomma, magari mi sbaglio, ma a me pare che all’estero il giornalismo partecipativo e il crowdfunding funzionino diversamente. Il dibattito è aperto.

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5 Comments

  1. Le critiche sono sempre legittime, ma purtroppo le tue risultano alquanto infondate. Sinceramente il paragone con Marchionne e la Fiat mi lusinga, anche se non regge minimamente. A parte che la Fiat ha ottenuto in passato ampi aiuti di stato, pagati con le nostre tasse, ma non stiamo parlando di macchine ed operai. Non trovo alcun nesso logico con Gli occhi della guerra, l’iniziativa lanciata attraverso il Giornale.it al pubblico dei lettori (ma pure a sponsor, associazioni, ong, fondazioni) per scegliere e sostenere i reportage, fiore all’occhiello del giornalismo. In una maniera che è totalmente libera e volontaria. Cosa c’è di male se un sostenitore e lettore del Giornale finanzia un reportage perchè vuole leggerlo sulla sua testata e ha fiducia nel giornalista che lo propone mettendoci la faccia?
    Il primo granchio che hai preso è la penalizzazione dei free lance. Accusare Gian Micalessin ed il sottoscritto di farlo è una contraddizione evidente, che sfiora l’insulto. Siamo stati i pionieri dei free lance in Italia e ancora oggi non abbiamo (e non ci interessano più di tanto) nè articoli 1, nè articoli 2, mentre tu sei felicemente inviato Rai se non sbaglio. Non solo: venerdì al dibattito del progetto di crowdfunding legato al Giornale, che si poteva seguire in streaming, abbiamo presentato Barbara Schiavulli ed un suo servizio che desideriamo lanciare con gli occhi della guerra. Barbara, come sai, è la free lance per antonomasia. Il free lance Cristiano Tinazzi, che ben conosci, mi ha chiamato per informarsi e gli ho subito spiegato che l’intenzione è allargare il progetto a chi ha buone idee e lavora seriamente. Attendo una sua proposta concreta. Abbiamo ricevuto diverse richieste da free lance e non, che stiamo valutando con mente aperta ed il solo obiettivo di far funzionare il crowdfunding applicato ai reportage allargando il bacino d’utenza dei sostenitori ed il numero di colleghi coinvolti. 
    Su un punto ci avviciniamo: gli editori possono interpretare l’iniziativa, come un mero sistema per sgravarli da alcuni costi. E’ un rischio, ma penso che non sia proprio così. Se i reportage e la loro multimedialità riusciranno ad attrarre i lettori l’editore ne terrà conto per il futuro, quando passerà la buriana della crisi. Inoltre è quasi impossibile (anche se con l’Ucraina ci siamo in parte riusciti) coprire l’emergenza dell’attualità. Talvolta si decide in poche ore di mandare un inviato dove scoppia una crisi e la decisione spetta sempre al direttore. E l’editore copre i costi.
    Se seguivi lo streaming della presentazione di venerdì avresti sentito dalla viva voce di Capuozzo la stessa critica che hai fatto tu sulla “furbizia” degli editori.  
    Sorrido quando sostieni che il crowdfunding del Giornale potrebbe essere un pericoloso precedente che addirittura diminuirebbe la copertura degli Esteri. In pochi mesi grazie ai nostri sostenitori siamo andati in Ucraina, Libia e andremo in Afghanistan. E poi è ancora più ridicola la velata e oscura accusa, di reportage influenzati chissà da quali “soggetti paganti”, che mi ricorda vecchie balle messe in giro ad arte sulla nostra agenzia di free lance (Albatross) fondata negli anni ottanta, per invidia o pregiudizio ideologico.
    La  regola adottata è quella della massima trasparenza. Non a caso è stata creata ad hoc un’associazione no profit nel rispetto delle regole del crowdfunding. Ci sono sostenitori che non vogliono veder pubblicato il loro nome, come in ogni piattaforma di crowdfunding, altri lettori che hanno versato cifre considerevoli e chiedono in cambio di passare un giorno in redazione per vedere come si fa un giornale, sponsor che ci mettono la faccia e così via. Niente di misterioso e nessuna influenza occulta. Se ci fosse sarei il primo a dire no, grazie.
    Lo dimostra il reportage appena realizzato da Kiev. Proprio io, a differenza di altri inviatoni che vedevano in piazza Majdan la Madonna circondata da simpatici e democratici boy scout innamorati dell’Europa ho raccontato l’altra faccia della medaglia. La piazza della rivolta ucraina è in mano a formazioni paramilitari di estrema destra pronte ad imbracciare il fucile. 
    L’ho fatto grazie al crowdfunding de’noantri, come dici tu, sulle pagine e sul sito del destrorso Giornale. Non mi sembra che in Siria con il tuo tentativo di giornalismo partecipativo hai avuto altrettanto successo. Se vuoi ne dibattiamo pubblicamente al Festival di Perugia, dove mi hanno appena invitato per parlare di reportage e crowdfunding.

    • admin

      ciao Fausto e grazie dell’intervento. Ti assicuro che non era affatto nelle mie intenzioni insultare né te né Gian – non l’ho mai fatto, io, e non rientra nel mio stile, come chiunque può testimoniare. Provavo solo a ragionare su alcune criticità, che a mio avviso esistono e che tu stesso in parte riconosci. Vado al dunque. Il mio dubbio più forte sul progetto CON GLI OCCHI DELLA GUERRA è che gli editori – non Il Giornale, tutti – possano approfittarne, scambiando il crowdfunding in una scorciatoia per coprire gli esteri (e non solo) senza tirar fuori una lira. Tu stesso riconosci che il pericolo esiste, anche se ti dichiari ottimista. Io invece sono più pessimista e non per questo mi si deve sputare addosso o darmi del disfattista, anche perché i nostri editori negli ultimi anni ci hanno abituato a ben altro.
      Quanto alla “velata e oscura accusa” – come la chiami tu – della scarsa trasparenza, beh, mi limitavo a chiedere una cosuccia banale e legittima, che viene applicata in tutti i progetti di crowdfunding: che cioè i soldi ricevuti vengano rendicontati, donatore per donatore. Ben venga la vostra scelta di rendicontare fino all’ultimo centesimo le spese sostenute – bravi, anzi, vi fa onore – ma converrai con me che è giusto sapere anche chi finanzia un reportage, se non altro per evitare malintesi. Faccio un esempio, del tutto casuale: se un reportage sulla guerra in Siria mi venisse fiinanziato (anche) dal governo di Damasco – o dalla Fratellanza Musulmana, è lo stesso – non trovi giusto che il, lettore lo sappia? Io sì e lo ritengo anzi imprescindibile.
      Infine, sulla concorrenza un po’ sleale con i free-lance, anche quello è un rischio, oggettivo. Vedremo quando il vostro progetto sarà a regime se, a parte te e Gian altri free-lance riusciranno ad entrare in gioco, pagati da Il Giornale. Tanti, mi auguro, e mi auguro anche che la vostra iniziativa faccia da apripista ad altri. Purtroppo, però, la congiuntura non è affatto favorevole. E non vorrei che ci fosse molto fumo e poco arrosto.

  2. Rimango ottimista sul rischio sfruttamento degli editori. Per quanto mi riguarda ti assicuro che non accetterei finanziatori, come governi e loro derivazioni, partiti, gruppi armati, ecc. I nostri sostenitori sono i lettori e qualche sponsor classico, che già segnaliamo sul sito. Puntiamo piuttosto ad Ong, associazioni apolitiche e fondazioni. E per finire spero che la prossima raccolta fondi sia per un reportage di Barbara Schiavulli, free lance per antonomasia.

  3. Capisco le ragioni di Fausto (in effetti fl della prima ora) ma capisco bene anche quelle di Amedeo e, alla fine, pur essendo anch’io un fl, concordo con lui. La via di mezzo buddista sarebbe che i giornali appoggiassero simili iniziative ma che a gestirle fosse un’associazione di fl, non il giornale stesso. Sennò davvero tra un po’ ci chiederanno di pagare a noi il surplus per la qualifica di giornalista parlamentare. I fl facciano i fl e i giornali li facciano gli editori comprando i servizi dai fl e pagando il giusto, mentre quelli si arrabattano per pagarsi i viaggi in piena libertà magari con il crowdfunding. In questo senso, ognuno faccia il suo mestiere. Questo non è il socialismo reale, è un mondo di padroni e di operai. Meglio non confondere troppo le acque. Dopodiché un abbraccio a chi si beccherà il grano per fare gli occhi della guerra (spero senza occhiali)

  4. cristiano tinazzi

    intervengo pure io visto che sono stato chiamato in causa. Come evidenziato anche nella chiacchierata telefonica con Fausto, c’è da capire se il modello preferenziale e fiduciario ‘giornalista del Giornale – lettore’ possa essere esportato anche a soggetti esterni (freelance). E’ evidente che il modello potrebbe anche non funzionare. Il freelance ovviamente deve avere multimedialità (ovvero sapere far video, audio, foto, scrivere). Ed è altrettanto ovvio (ma fino a un certo punto) che se il Giornale lancia e traina la raccolta fondi per un progetto di un esterno chiederà un contributo ‘free’ per il suo sito online. Poi se sarà capace, il freelance venderà il suo materiale anche a terzi realizzando un utile. Partire con le spese coperte è cque un buon risultato. Questi i dati positivi. Dall’altra parte però credo che fare crowdfunding tramite una società privata che produce utili per mandare in primis i i propri giornalisti a spese dei lettori all’estero sia una sorta di ibrido ancora tutto da verificare, anche dal punto di vista morale. Abbiamo sempre combattuto per farci riconoscere le spese dagli editori. Questo ‘ibrido’ capovolge la situazione. Se diventerà comune e quindi esteso anche ad altre testate questo modello, gli altri freelance che proporranno pezzi chiedendo in cambio compensi per il loro lavoro da altre parti del mondo non verranno poi penalizzati? Non si lavorerà poi da parte dell’editoriale con la logica spese zero/costo sostenuti dai lettori e materiale in cambio gratuito? Nessuna discriminazione o giudizio a priori, sia ben chiaro, ma una volontà di capire se sia corretto il procedimento. Propublica, citata in un lancio di agenzia come esempio di crowdfunding dall’amministratore delegato del Giornale.it Andrea Pontini, è una associazione noprofit e non un giornale in mano a un privato con una linea editoriale ben precisa. Propublica è indipendente. Il Giornale no. C’è un problema etico anche nel poi dover confezionare un prodotto ad hoc con la linea editoriale del quotidiano. Altro punto: se il Giornale.it finanzia attraverso il crowdfunding un freelance e poi prende in cambio contributi scritti, audio e video, dovrebbe esserne anche responsabile assicurativamente e legalmente? Come verrebbe stipulato il contratto di collaborazione tra freelance e sito web? su quali termini? Terzo punto: attenzione: il contributo dei donatori deve essere trasparente. Cioè nome o nickname e cifra. Anche la stessa donazione deve essere legata ad uno specifico progetto. In realtà non vedo sul sito ‘gli occhi della guerra’ la lista dei donatori. E soprattutto c’è una campagna in atto che richiede mille euro per sostenere ‘il tuo reportage’ ma non c’è nessun reportage allegato e un anno di tempo per raccogliere quei mille euro. Credo che il crowdfunding abbia leggi etiche ben precise e che dovrebbero essere rispettate. Ad ogni modo, parlandone anche con critiche costruttive credo sia uno dei migliori modi per rielaborarlo e renderlo migliore. sarà il futuro del giornalismo? Non lo sappiamo, ma sicuramente è un tentativo del quale, a breve, potremo vedere se ha potenzialità da sviluppare o no.

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