Do you remember Iraq?

set 3, 2011 by

Qualcuno sa dirmi a quanto tempo fa risale l’ultimo approfondimento dall’Iraq sulla stampa italiana? Sei mesi? Un anno, direi, per la precisione all’agosto 2010, in coincidenza con il lancio dell’operazione New Dawn e la partenza dei primi soldati americani. C’ero anch’io e l’interesse durò solo qualche giorno. Una fiammata. Eppure, ci sarebbero diversi motivi per seguire quelllo che succede nella Terra dei due Grandi Fiumi.  Perchè è lì che si stanno facendo le prove di democrazia per gli arabi, sotto la supervisione delle grandi potenze occidentali. E lo scenario iracheno può fornire informazioni preziose per capire quello che può succedere domani in Libia, Egitto, Tunisia e negli altri Paesi che sono in ebollizione, dal Maghreb al Golfo Persico.

I numeri, innanzitutto. Da quando Barack Obama ha decretato la fine delle operazioni di combattimento, un anno fa, ci sono stati 2600 iracheni (di cui 1604 civili) e 35 militari americani uccisi. In media ci sono stati 14 attentati esplosivi o altri generi di attacchi al giorno. E solo in agosto, i morti sono stati 155, attribuiti sia alle milizie sciite che ai terroristi sunniti legati ad Al Qaeda. Entro l’anno, gli USA dovrebbero inoltre completare il loro ritiro dal Paese, il che non potrà che peggiorarne gli standard di sicurezza, complicati anche dal conflitto che a nord, vede impegnati i ribelli curdi del PKK contro l’esercito turco. Sul piano politico, invece, a otto anni ormai dalla guerra con cui venne deposto Saddam Hussein, la democrazia resta un simulacro o quasi, di cui noi occidentali non possiamo certo andare fieri. L’abbiamo imposta con la forza delle armi e per di più attecchisce troppo lentamente, facendo non pochi danni collaterali. 

Si parla non a caso di irachizzazione -  e c’è anche una nuova espressione in arabo, arqana –  per designare la miscela di instabilità, caos e guerra civile strisciante che può caratterizzare i processi di transizione nei Paesi che escono oggi dal limbo delle dittature, Libia in testa. Ed è questo lo spettro che si aggira nei dibattiti su Al Jazeera e Al Arabiya, anche perchè le potenze occidentali si stanno dimostrando non all’altezza della situazione, preoccupate solo dei propri interessi materiali ed inclini perciò a commettere gli errori del passato. Vedremo come evolverà la situazione nei prossimi mesi. Ma l’unica cosa certa è che un Mediterraneo instabile non possiamo proprio permettercelo.

 

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