Dove va la Tunisia?

ott 14, 2011 by

Dove va la Tunisia?

* Questo reportage è stato pubblicato sul numero 38/2011 della rivista EAST, da oggi in edicola

C’erano diverse centinaia di persone vestite a festa, il 24 luglio, nella grande spianata dell’ippodromo di Ksar Said, a nord di Tunisi. Ma, per una volta, niente corse e niente scommesse. Non erano infatti i cavalli i protagonisti della serata. A loro – dei superbi puledri berberi, addobbati con grandi mantelli colorati –  è toccato solo lo spettacolo di chiusura della serata, che era incentrata invece su un straordinario quanto inusuale matrimonio collettivo: 8 giovani coppie, provenienti dalle periferie della capitale, che si sposavano sotto gli occhi lucidi e con la benedizione di Rached Ghannouchi, storico leader di Ennahda, il partito islamico, fresco di legalizzazione dopo la rivoluzione del 14 gennaio e grande protagonista della campagna elettorale per le elezioni della nuova Assemblea costituente, che si terranno il 23 ottobre.

Sposarsi d’estate è una tradizione in Tunisia. Perché solo d’estate rientra chi è emigrato in Europa e si ricompongono perciò le famiglie. Quest’anno poi, con il fatto che il digiuno del Ramadan “cadeva” nel mese di agosto, c’era solo luglio da poter dedicare ai matrimoni. Da qui il sovrapporsi caotico delle cerimonie, dei cortei d’auto e degli strombazzamenti. Otto matrimoni in un colpo solo è stata però una trovata geniale di Ennahda, sponsor d’eccezione, impegnato ventre a terra nel sostegno ai giovani bisognosi che vorrebbero ma non hanno i mezzi per sposarsi. E infatti a Ksar Said non si è badato a spese: dalla scelta della location suggestiva al catering generoso, con un gran finale a sorpresa, che prevedeva la parata di cavalli e un concerto in esclusiva di Faouzi Ben Gamra, cantautore molto popolare e molto devoto alla causa.

Qualcuno ha provato a protestare contro questa spudorata operazione di marketing politico. Ma ha finito per fare il gioco di Ennahda, che ha sempre detto no alla poligamia ma sostiene apertamente la “facilitazione” delle procedure di matrimonio. Del resto, non è un mistero per nessuno che il partito di Ghannouchi stia battendo in lungo e in largo le moschee della Tunisia, offrendo sostegno finanziario alle famiglie in difficoltà e impegnandosi in varie attività caritative, in cambio ovviamente del voto alle prossime elezioni. “Questi tizi fanno politica nelle moschee e pregano invece per strada” – ha tuonato la scrittrice Raja Ben Slama, laica e progressista – mentre il Ministro per gli affari religiosi, Laroussi Mizouri, è stato costretto ad intervenire contro la crescente strumentalizzazione dei luoghi di culto a fini politici.

Non è servito a nulla. E non c’è stato venerdì di preghiera, durante il Ramadan, senza che i tunisini non uscissero dalle moschee con in mano qualche volantino in cui si catechizzava la comunità dei fedeli, con suggerimenti più o meno velati sulle importanti scelte che hanno davanti. La verità, infatti, è che l’islam sta diventando ogni giorno di più terreno e strumento di battaglia politica. Al punto che lo stesso mufti di Tunisi, domenica 31 luglio, si è permesso di criticare la decisione del Ministro degli Affari Religiosi di lasciare aperti caffè e ristoranti durante il mese di Ramadan, contestando pubblicamente l’idea che si dovesse garantire il servizio pubblico ai turisti e ai cittadini che non avrebbero praticato il digiuno. Un’ingerenza, quella del mufti, che non è passata inosservata. Tant’è che a Jendouba, nel nord-est, gruppi di “barbuti” hanno organizzato delle vere e proprie spedizioni punitive per convincere alla serrata, con le buone e con le cattive, gli esercenti riottosi che si ostinavano ad aprire bottega prima dell’iftar, la preghiera del tramonto, che interrompe il digiuno.

Eì innegabile che, dopo la Rivoluzione del 14 gennaio, c’è stato una preoccupante regressione nella tolleranza, delle idee come dei costumi, di cui la Tunisia è sempre andata fiera. Tutto è cominciato in maggio con una inedita sfilata di ragazze in niqab, diversi attacchi ad alcune rivendite di alcolici e la chiusura a colpi di spranghe di un paio di “case chiuse” nella Medina di Tunisi, gestite peraltro dallo stato. Poi c’è stato, il 27 giugno, l’assalto di un centinaio di “barbuti” al Cinema AfricaArt, in occasione della proiezione del film “Né Dio né Padrone“ della regista e femminista tunisina Nadia Al Fani. In quella occasione gli spettatori sono stati sequestrati e minacciati per un’ora, prima che la polizia intervenisse. Infine, con l’inizio della stagione turistica, l’obiettivo sono diventati invece gli occidentali. A Kairouan, ad esempio, è stato impedito l’accesso ai non credenti nella famosa moschea di Sidi Sahbi, mentre ad Hammamet delle donne straniere in bikini sono state cacciate in malo modo dalla spiaggia. Di fatto, non c’era mai stato in Tunisia un Ramadan così carico di tensioni e di polemiche, anche perché i sondaggi elettorali hanno continuato ad accreditare Ennhada del 20, 30, addirittura del 40% dei consensi…. (continua su EAST, n.38)

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