Due, tre cose sul giornalismo militante (2)

set 10, 2011 by

Con un articolo di Pino Cabras, Megachip ha rilanciato il dibattito che si era aperto qualche giorno fa su questo blog, in merito al rapporto fra verità e informazione nella guerra di Libia.  Cabras non tiene conto del mio post sul giornalismo militante, ma in complesso è onesto e dice cose interessanti, oltre che ben argomentate. In merito è già intervenuto Cristiano Tinazzi . Io mi permetto di aggiungere solo qualche osservazione:

1) Mai come oggi il giornalismo è in crisi, non solo in Italia, e può recuperare credibilità solo attraverso un nuovo patto di fiducia con l’opinione pubblica, che non ne può più ( almeno lo spero) di un’informazione asservita alla politica e al marketing. Serve innanzitutto ristabilire il primato dei fatti – che sembrano scomparsi, tanto per citare il titolo di un famoso libro – e da questo punto di vista la contro-informazione può giocare un ruolo importante, direi fondamentale, per contrastare la “nebbia di notizie”  che affligge spesso i media mainstream. Purchè il suo contributo non sia a intermittenza e non riguardi solo le cause politiche, in nome cioè dell’ideologia, mentre su altri temi e vicende si preferisce il basso profilo o il disinteresse.  Va bene perciò denunciare le bugie sulla guerra in Libia, ma non per questo bisogna dire che i bombardamenti della Nato hanno fatto degli sfracelli, o che i ribelli di Bengasi fanno gli stupri di massa, se questo non è vero. Ecco cosa intendo quando dico che alla propaganda non bisogna rispondere con la propaganda. Questo e nient’altro.

2) Le regole del giornalismo – quelle di sempre – devono riguardare tutti: sia i professionisti dei media mainstream che il citizen journalism, fatto da singoli, gruppi o associazioni. E l’informazione è una risorsa troppo preziosa per lasciarla in mano a dilettanti, esibizionisti, mestatori di professione e provocatori, magari al soldo di qualcuno. Da questo punto di vista, tutte le fonti di contro-informazione attive dalla Libia erano sospette: lo era la tv russa RT, lo era Tiziana Gamannossi con la sua sedicente Fact Finding Commission, e  lo era infine Thierry Meyssan. Il perchè l’abbiamo già spiegato e quindi non mi dilungo. Averle legittimate è stata una scelta quanto meno discutibile. Ed ha creato ipso facto la compagnia di giro di cui ho parlato.

3) Chiudo con una considerazione. La contro-informazione per la contro-informazione è un peccato di narcisismo. Gratificante, magari, ma pernicioso. Coltivare cioè il proprio orticello, crogiolarsi nel “pochi ma buoni” oppure nel “siamo soli contro tutti”, può infatti favorire la sindrome da riserva indiana, che è il primo passo verso la faziosità. Questo vale per me e vale per tutti

 

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