E’ la Rete, bellezza!

nov 2, 2012 by

E’ la Rete, bellezza!

In Rete siamo tutti uguali, è vero. E la mia opinione vale quella di chiunque altro, com’è giusto che sia. Se in ballo però ci sono i fatti – o meglio: ciò che accade e fa notizia – non è vero che tutti ne parliamo con la stessa credibilità, accuratezza e competenza. Chi sostiene il contrario fa solo della stupida demagogia. Oppure – ed è più pericoloso, perchè ammanta i suoi discorsi di belle parole – pesca nel torbido a fini di propaganda.

Faccio qualche esempio, sulla scorta dell’esperienza accumulata con Siria 2.0,  il web-evento di 10 giorni prodotto per La Storia Siamo Noi. Quando, per primi, assieme a Cristiano Tinazzi de Il Messaggero, abbiamo denunciato l’uso delle barrel bombs da parte dell’aviazione di Bachar al Assad, siamo stati subissati di critiche in Rete. Ci hanno trattato da visionari, hanno messo in dubbio la nostra professionalità e ci hanno sbeffeggiati come “servi” dei ribelli siriani. Nessuno – ripeto: NESSUNO – si è poi scusato quando la notizia ha trovate ampie conferme, e con tanto video a sostegno. Lo stesso copione si è ripetuto quando, qualche giorno dopo, siamo entrati nella Moschea degli Omayyadi, ad Aleppo, documentando i danni e le devastazioni compiute dai soldati di Assad, che si erano ritirati la sera prima e che continuavano a sparare dagli elicotteri e coi tank su questo prezioso sito, che l’Unesco ha inserito nel Patrimonio dell’Umanità. Noi eravamo lì, per di più sotto attacco, abbiamo filmato tutto, ma qualcuno ha pensato bene di metter in dubbio la nostra testimonianza, preferendole la versione di comodo – la velina – fornita dalle autorità di Damasco, o mettendo la nostra versione e quella di regime sullo stesso piano, in nome di un’assurda par condicio, che mortifica il lavoro giornalistico e la ricerca della verità che pure dovrebbe sostenerlo. Noi c’eravamo, eravamo sul posto, nell’una come nell’altra occasione. Ma in Rete c’è stato chi, seduto comodamente nel suo salotto, ha preferito credere ai propri pregiudizi, alla propria ideologia, alla propaganda venduta a pacchetti, un tanto al chilo.

Intendiamoci: non rimpiango affatto i tempi andati in cui noi giornalisti avevamo il monopolio dell’informazione e decidevamo, in beata solitudine, quali erano i fatti notiziabili e come darli all’opinione pubblica. Credo invece che la Rete e le nuove tecnologie rappresentino uno straordinario contro-potere, attraverso il quale è per la prima volta possibile monitorare ed esercitare così un legittimo controllo sul lavoro dei giornalisti, per denunciarne le (tante) magagne, fino a modificare dal basso l’agenda setting dei media mainstream. Ben vengano in tale contesto nuovo anche i citizen journalist, il cui contributo non solo è prezioso ma indispensabile, con “atti di giornalismo” che su molti eventi, nazionali e internazionali, si sono dimostrati decisivi. Nel caso delle “barrel bombs“, ad esempio,  ho pubblicamente ringraziato su Facebook chi mi aveva fatto notare che gli aerei di cui parlavo nel mio pezzo non potevano essere dei Mig, per il semplice fatto che questi caccia-bombardieri non sono equipaggiati per sganciare ordigni del genere. Ho ascoltato con rispetto, poi sono andato a riguardare il video da me girato e ho dovuto dar ragione al mio interlocutore. Una svista, la mia, dovuta alla fretta di trasmettere la notizia in quei momenti concitati. Ed ho prontamente rettificato, grazie alla Rete. A cui sono grato, lo dico senza retorica, perché se si è giornalisti onesti si ha il dovere, oggi, di essere trasparenti nel proprio lavoro – che è al servizio dell’opinione pubblica e non della propria vanità – accettando il controllo anche quando diventa fiato sul collo.

Detto questo, sono convinto anche che non si può mettere tutti alla stessa stregua: giornalisti, opinionisti da salotto e testimoni più o meno oculari. I giornalisti, infatti - e non è certo una questione di tesserino – sono dei professionisti dell’informazione proprio perché non si limitano solo a registrare quel che i loro occhi vedono, ma sono in grado – grazie alla formazione ricevuta e all’esperienza accumulata – di inserire i fatti nel giusto contesto, di  soppesare e incrociare le fonti, di tenere i fatti separati dalle proprie opinioni. Sottovalutare e disprezzare questo lavoro mi sembra francamente ingeneroso quanto pericoloso. Perché spalanca le porte alle chiacchiere da bar, ai testimoni del“sentito dire”  e, peggio ancora, a chi sta in Rete solo per veicolare ideologia e propaganda. E’ la Rete, bellezza, ma occhio a chi ne approfitta!

 

 

 

 

 

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