Ettore Mo & Luigi Baldelli

dic 19, 2011 by

Ettore Mo & Luigi Baldelli

E’ vero, il giornalismo è competizione anche feroce, fra testate e fra colleghi. Perchè è un mestiere che esalta le individualità, quanto e più del lavoro di squadra. Poi però ci sono le eccezioni. Come le amicizie che nascono sul campo, basate sul rispetto, la stima e a volte un affiatamento profondo. Ettore Mo e Luigi Baldelli ne rappresentano l’esempio più bello, almeno in Italia. Il primo scrive, il secondo fa foto. Ettore dice che le foto di Luigi servono solo a riempire gli spazi vuoti fra un paragrafo e l’altro dei suoi pezzi, Luigi risponde che i pezzi di Ettore sono solo didascalie per le sue foto. Forse è per questo che sono una coppia perfetta, che resiste da ormai 20 anni, nonostante le durissime prove di convivenza che in viaggio ha dovuto sopportare. E’ per renderle omaggio che ho deciso di ripubblicare questo foto-reportage sull’Afghanistan uscito oggi sul Corriere.it, in cui viene esaltato il talento di entrambi.

Non avrei mai immaginato, quella mattina di giugno del ’79, alla mia prima escursione in terra afghana, che la remota contrada ai piedi dello Hindukush dove m’ero avventurato sarebbe precipitata in una guerra tuttora in corso, come il massacro dei giorni scorsi a Kabul (59 morti) ha confermato. Negli ultimi dieci anni – secondo dati recenti – ci sarebbero state 17 mila vittime tra i civili e 2.750 fra i militari coinvolti nel conflitto. Non è stato quindi di poco conforto l’annuncio diramato da Washington che entro il 2012 il grosso delle truppe lascerà il Paese e che due anni dopo la presenza politica e militare straniera si estinguerà del tutto. Quanto segue è il diario in pillole di questa trentennale passeggiata in Afghanistan, a braccetto con alcuni dei protagonisti della vicenda, terminata il novembre scorso a Herat, al campo base del Contingente italiano.                 

Giugno ’79. Mattina di sole. Una zattera sbarca sulla sponda occidentale del fiume Kunar e vi deposita due bare di legno. Dentro ci sono i corpi di due ragazzi: due delle prime vittime degli scontri a fuoco fra le truppe del governo afghano filosovietico e i mujaheddin, i guerriglieri sunniti, che vogliono reinstaurare nel Paese un regime teocratico integralista, come è avvenuto nell’Iran di Khomeini. Sono le giovani milizie della jihad la «Guerra Santa». Urlano una sola parola: badal, vendetta. Contro il governo del presidente Taraki, discepolo di Mosca e di Breznev.

All’orizzonte s’affaccia pure, nel ’79, l’astro (bieco) di Gulbuddin Hekmatyar, leader dello Hezb-i-Islami, il gruppo più violento della Resistenza, che sta tuttora combattendo lungo il confine afghano-pachistano contro i «governativi». Lo incontro nel suo «covo» di Peshawar, città pachistana dove trovano rifugio i capi dei mujaheddin clandestini. Sul piano della scrivania ha il Corano e la pistola, tutti e due a portata di mano. È un bell’uomo, statura media, la barba nero catrame avvinghiata al mento. È convinto che soltanto lui può ricacciare l’Armata Rossa oltre l’Amu Darya: gli americani gli credono e perciò sarà lui ad avere le prime forniture di Stinger, i letali missili terra-aria. Ambizioso e ingordo di potere com’è, odia visceralmente Ahmad Shah Massud, che è già diventato leggenda come «leone del Panshir», nome della splendida valle a nord di Kabul in cui è nato e dove ha trascorso l’adolescenza prima di scendere nella capitale per studiare Legge. Sulla scrivania di Gulbuddin c’è anche il ritratto di Khomeini, che ritiene il suo maestro ma a cui rimprovera certe «debolezze».

«Sono perfettamente d’accordo con l’ayatollah – afferma – quando sostiene che nel governo non si debba far posto alle donne, ma dissento da lui quando lascia capire che sarebbe disposto a tollerare la presenza di un Partito comunista nel Paese. Su questo punto, io non transigo e parlo chiaro. Finché ci sarò io, nessun uomo che si dichiari comunista potrà vivere impunemente entro i confini dello Stato». Rendendosi conto che non sono stato risucchiato nel turbine della sua autoesaltazione, rincara la dose «La jihad sono io – dice trafiggendomi con le pupille -. Sono io la spada di Allah. Noi dello Hezb-i-Islami possiamo vantare i primi martiri come i primi infedeli abbattuti sul campo di battaglia». C’è pure chi ricorda, per spiegare la sua dedizione alla Guerra Santa, oltre a una forma di intransigenza etico-religiosa acquisita a scuola, che all’Università Hekmatyar intimava alle studentesse più disinvolte e disinibite di raschiar via il rossetto dalle loro labbra demoniache con la carta vetrata. Questa sua indole tenebrosa, unita a un carattere dispotico e violento, ha allargato la cerchia di quanti lo vorrebbero fuori dalla scena.

Anche Hamid Karzai, eletto presidente nel 2004, è stato vittima di un attentato e rischiò di perdere la vita come suo padre, Abdul Mohamed, assassinato nei 1999. Era il settembre del 2002, ma i killer fallirono di poco il bersaglio lasciandolo incolume. Molti attribuiscono a questo felice evento il suo imperturbabile sorriso. Altra grande vittima dei kamikaze islamici, che ha destato non poco dolore e rimpianto, il leader dello Jamiat-i-Islami, Burhanuddin Rabbani, mite professore universitario con la barba dipinta di rosso mattone, eletto presidente dell’Afghanistan nella primavera del ’92, da tutti considerato il «Chief Peace Envoy» (il più importante dei diplomatici impegnati nelle trattative di pace a livello internazionale). E tuttavia una persona modesta. Così, infatti, lo ricordo: sempre con quella sua aria ieratica e prelatizia, parco di gesti e di parole. «Se vuole, parliamo in latino», disse un giorno porgendomi la mano. Rabbani venne assassinato lo scorso settembre, quando uno sconosciuto che aveva sollecitato il colloquio si presentò nella sua casa con l’ordigno di morte nascosto nel turbante. Neanche due parole di benvenuto all’ospite ed ecco, scoppia la bomba: sul pavimento i corpi straziati del kamikaze e della sua vittima. L’abitazione invasa da una valanga di condoglianze da parte di migliaia di amici: ma un’agenzia stampa subito informa che l’omicidio «ha allontanato le speranze di pace» che sarebbero scaturite dal programmato incontro fra le autorità e la leadership dei Talebani. 

Ora però faccio una sosta; e trascorro un quarto d’ora col fantasma di Abdul Haq, più noto ai mujaheddin e alla plebe come «il re dei dinamitardi». Sì, perché questo era il suo mestiere, un mestiere che aveva imparato fin da ragazzo, maneggiando gli esplosivi come un giocoliere da circo. A Kabul, gli sciuravi , i «consiglieri» russi, non andavano mai a dormire tranquilli: «Cosa farà questa notte?», si chiedevano angosciati prima di mettersi a dormire. In realtà, la capitale stava precipitando nel caos. Non funzionava più niente. Bloccate la linea telefonica e quella dei trasporti urbani, inceneriti in un falò i depositi di carburante, svaligiati supermarket e magazzini alimentari: e infine, la notte del 27 agosto ’86, il fatto più grave: divorato dalle fiamme, in un rogo immane, l’arsenale di Kargha, ad ovest di Kabul, che conteneva nidiate di missili terra-aria Sam 2.

Mi trovavo a Jabal Saraj, una squallida borgata all’imbocco della Valle del Panshir quando mi è giunta notizia della morte di Abdul Haq, uno dei grandi eroi della Resistenza afghana su cui piovono da tempo accuse che ritengo ingiuste. Ancora incerte le circostanze del decesso, avvenuto in patria, nell’ultima fase del suo viaggio di ritorno da Roma, dove s’era incontrato con Zahir Shah, il re degli afghani, che aveva trascorso buona parte del suo lungo esilio nel nostro Paese (Capri la sua residenza preferita) e che è morto ultranovantenne nel talamo regale, a Kabul. Abbandonata la prospettiva di una carriera da perito agrario a Jalalabad – la sua città -, il giovane Abdul aveva deciso di imbarcarsi nell’avventura bellica dei mujaheddin e, bruciando le tappe, s’era specializzato nella guerriglia urbana, ottenendo il grado di comandante. Ma non s’era esposto gratuitamente al rischio di un fallimento perché agguerrito da un’esperienza fatta a quattordici-quindici anni, quando aveva sotto il proprio controllo – assicurano i biografi – 5 mila baby-guerriglieri. Agli increduli mostra le cicatrici sparse su tutto il corpo: 14 in tutto.

«Il mio obiettivo – mi spiegò una volta nella sua villetta a due piani di Peshawar, color ciclamino – è sempre quello di colpire i russi là dove fa loro più male. Questa guerra che ci hanno imposto costa loro sempre più cara in rubli e vite umane. Gli abbiamo distrutto strutture industriali e militari per miliardi di dollari». I russi, rintanati nel quartiere residenziale di Mikrorayon, avevano più di qualche motivo per temere che una volta o l’altra le pareti della casa gli crollassero addosso; e per questo a un certo punto tentarono di comprare il «re dei dinamitardi» per ottenere una tregua. «Rifiutai l’offerta – ha raccontato Abdul -. Erano disposti a sganciare 27 milioni di afghani, ma quei soldi non valevano nulla, li stampavano a tonnellate, carta straccia». 
Il fatto che abbia perso un piede – il destro – saltando su una mina non sembra aver posto limiti alla sua mobilità, alla sua curiosità e alla sua voglia di essere sempre qui e là, in mezzo alla sua gente, per vedere e per ascoltare. Quando, dopo l’intervento in ospedale tornò in caserma, rincuorò i ragazzi che lo guardavano un po’ smarriti e disse loro con un bel sorriso «per camminare ne basta uno».

Ma infine è Bazarak la meta della mia peregrinazione. Ahmad Shah Massud, ammazzato da un kamikaze il 9 settembre 2001 – due giorni prima dell’assalto alle Torri Gemelle, che sconvolse il mondo – giace per l’eternità nella tomba scavata sulla collina Sarecha, subito ribattezzata Salari Shahedan Hill, la collina del Martire. Su un cartello scritto a mano in lingua farsi e, se ben ricordo, esposto al funerale, si leggeva: «Qui è sepolto un uomo che era un angelo. Seguilo lentamente. Il suo nome è Massud». Quattro passi più in là, nel villaggio di Jangalek c’è la casa dove abitava e dove ora stanno riuniti tutti insieme la vedova e i suoi sette figli, orfani di padre. Riaccostandomi ora, con la memoria, a quella minuta, quasi inesistente frazione, ricordo il nostro primo incontro, nell’aprile ’81, quando Massud aveva 26 anni. E già fin d’allora, il leone del Panshir si distingueva dagli altri comandanti in poche cose: non scendeva mai «a valle», non si faceva mai vedere a Peshawar dove erano acquartierati i sette partiti della jihad, non si impicciava di politica. Il suo ruolo era quello del militare e lui la guerra la faceva sul serio. Trecentosessantacinque giorni l’anno. Come lui c’era solo un altro comandante: Yunis Khales, un vecchio fatto col filo di ferro, che al Kalashnikov preferiva l’Enfield 33, un mostro di precisione. In un eccesso di delirio mistico, gli Ulema (i sacerdoti islamici) hanno elevato agli onori dell’altare il principe del terrorismo, Osama Bin Laden, congiuntamente al Mullah Omar e ai membri di Al Qaeda che si è attribuita la responsabilità della strage dell’11 settembre a New York. Ucciso il 2 maggio scorso in una casa di Abbottaqbad, una piccola città a 70 chilometri dalla capitale del Pakistan, Islamabad, il suo corpo è stato portato al largo del mare di Oman sulla portaerei americana Vision, e dopo una breve cerimonia funebre con rito islamico fatto scivolare in acqua.

Ma se tornano i talebani, si ricomincia da capo. Per fortuna non ci sarò più a raccontarne le gesta.”    (ETTORE MO, foto di LUIGI BALDELLI)

P.S. Ettore Mo e Luigi Baldelli terranno un workshop il 21 e 22 gennaio 2012, a Milano. Per informazioni http://www.parallelozero.com/workshops.php

 

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