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	<title>Ferri Vecchi</title>
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		<title>Finalmente liberi? (*)</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Feb 2012 19:21:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="275" height="183" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/Pisa-3.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="Pisa 3" title="Pisa 3" /></p>(*) Pubblicato su Il Manifesto del 24 febbraio 2012 La torre pendente che campeggia sull’insegna la riconoscono in pochi, a dire il vero, ma questo non ha impedito al “Pisa” di diventare uno dei locali più trendy di Bengasi, frequentato sia a pranzo che a cena. Peccato che, dietro la facciata all&#8217;occidentale, con i grandi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="275" height="183" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/Pisa-3.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="Pisa 3" title="Pisa 3" /></p><p>(*) Pubblicato su <strong>Il Manifesto</strong> del 24 febbraio 2012</p>
<p>La torre pendente che campeggia sull’insegna la riconoscono in pochi, a dire il vero, ma questo non ha impedito al “Pisa” di diventare uno dei locali più trendy di Bengasi, frequentato sia a pranzo che a cena. Peccato che, dietro la facciata all&#8217;occidentale, con i grandi schermi al plasma per le partite e i camerieri impeccabili in divisa, si nascondano abitudini decisamente antiquate, che non fanno una buona pubblicità né alla Rivoluzione libica del 17 febbraio né tanto meno all&#8217;islam che va ormai per la maggiore qui in Cirenaica. Il locale infatti è diviso in due da un muro di cemento, con le entrate ben distinte: da un lato i maschi single e dall&#8217;altro le donne (e le famiglie), l’unico punto di contatto è la toelette, che sta solo nella parte riservata alle donne e a cui i maschi hanno accesso purché non indugino con gli sguardi.  E&#8217; così un po’ dappertutto, anche all&#8217;Università, dove maschi e  femmine convivono senza mai mischiarsi, nelle aule come nelle mense e nelle biblioteche. “Non sta bene”, come ci spiega Hatim, l’interprete, che infatti ci invita a casa, per dimostraci che siamo fratelli, guardandosi però bene dal presentarci la madre e le sorelle, che restano chiuse nelle loro stanze, al riparo dai nostri occhi indiscreti.                                                                                              <a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/Pisa-1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1381" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/Pisa-1.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a><br />
Chiamarlo apartheid è solo un eufemismo. Ma il dramma vero è che questo non suscita alcuna reazione fra i nostri interlocutori maschi, che al massimo si limitano a riconoscere che Bengasi è sempre stata una città molto tradizionalista in fatto di costumi, anche ai tempi di Gheddafi. In realtà, i problemi ci sono e crescono di giorno in giorno. Tant’è che le donne hanno provato a scendere in piazza nei mesi scorsi, per denunciare il sessismo che prevale all’interno del CNT e assegna loro un ruolo molto marginale negli organismi rappresentativi della nuova Libia, libera e democratica. Né queste stesse donne hanno gioito all’annuncio che la sharia diventerà ben presto legge della nuova Libia, anche se poi Mustapha Abdul Jalil, il numero 1 del CNT, ha provato a rettificare il tiro in una intervista a Le Figaro, spiegando che quello libico non potrà che essere un islam “moderato” – “come vuole il 90% della popolazione” – perché gli estremisti religiosi rappresentano “solo il 5%” (l’altro 5% sarebbero i liberali).   <br />
Sarà anche vero, ma le spie di una regressione nei costumi e di un irrigidimento nelle pratiche religiose – a dispetto della libertà di cui si fa un gran parlare nelle celebrazioni ufficiali di questi giorni &#8211; ci sono tutte e lampeggiano sempre di più. E’ impressionante ad esempio il numero dei “barbuti” che si vedono per strada, a Bengasi come a Tripoli e a Misurata, in perfetto stile salafita. E’ vero che si tratta di una reazione al divieto di portare la barba imposto da Gheddafi e severamente punito ai tempi del suo regime. Ma è un segnale preoccupante se lo si accoppia al boom dei fedeli che affollano oggi le moschee e al tipo di religione che viene predicata dagli imam più seguiti. E’ un islam infatti della purezza e del ritorno alla retta via, che ha avuto un ruolo di primo piano nei mesi della rivoluzione e della guerra – quando le moschee fungevano da ospedali da campo, da punti di raccolta dei combattenti e anche da depositi di armi e munizioni – e rivendica oggi tutto il suo peso, per poter orientare anche le scelte politiche della nuova Libia. A farne le spese sono già stati i sufi, considerati eretici e non ortodossi, di cui sono state bruciate alcune moschee e distrutte diverse tombe sacre, a mo’ di avvertimento e senza che nessuna autorità ne condannasse il gesto. Il prossimo obiettivo rischiano di essere i luoghi dello spaccio di alcool, soprattutto a Tripoli, nella zona di Gargaresh, dove di notte è un via vai incessante di auto a caccia di un po’ di stordimento e di evasione dalla monotonia della vita tripolina, sempre identica nei suoi rituali composti e un po’ ipocriti. Qualche spedizione punitiva c’è già stata. E la gente ora sta più attenta e discreta nel le sue trasgressioni. “Tempo qualche mese – ci dice un’amica che fa la ginecologa, guadagna bene ma vuole andarsene all’estero &#8211; e il vento dell’integralismo comincerà a soffiare anche qui a Tripoli. Lo sento già. Ed è per questo che me ne vado”.</p>
<p><a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/Pisa-2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1382" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/Pisa-2.jpg" alt="" width="210" height="240" /></a>Non che ai tempi di Gheddafi si stesse meglio. Tutt’altro. E se non altro oggi si può parlare di tutto, più o meno liberamente e senza il rischio di finire a marcire nel carcere di Abu Salim. Lo dimostra la tenda fissa che campeggia a Tripoli nell’ex Piazza Algeria, ribattezzata oggi Piazza Qatar, e sotto la quale si riuniscono le forze della neonata società civile: gente di tutte le età e di tutte le condizioni sociali, che al pari degli indignados nei Paesi occidentali, chiedono maggiore democrazia e maggiore trasparenza. “Noi siamo con la Rivoluzione e non contro – ci dice Kadir Burwag, che è fra i promotori dell’iniziativa – ma non ci accontentiamo delle tante promesse. Chiediamo ad esempio che le milizie depongano le armi e la smettano di amministrare  la giustizia in modo sommario. Chiediamo poi che il CNT avvii al più presto il processo elettorale, perché solo un governo eletto dal popolo potrà dirsi rappresentativo. E vogliamo infine maggiore trasparenza su tutte le scelte politiche ed economiche. Solo una società aperta potrà ridare ai libici la vera libertà”.<br />
In realtà, non c’è molta gente ad ascoltare le parole di Kadir. Ma è vero anche che la tenda è stata piantata già da qualche mese e ormai non fa più notizia fra la gente di Tripoli. Conforta però vedere i video dei sit-in passati, da cui si evince una discreta partecipazione, nonché parole d’ordine che sono in linea con i movimenti di contestazione al potere costituito sorti negli ultimi anni in tutto il mondo. Il fatto stesso che ci sia questa tenda, e che stia ancora in piedi, è un segnale positivo, che in un certo rimette la Rivoluzione del 17 febbraio sulla stessa onda di quanto succede a Tunisi oppure al Cairo.  Certo, non è la garanzia che la nuova Libia sarà veramente libera e democratica, ma permetter di alimentarne la speranza. E non è poco.  (AMEDEO RICUCCI)</p>
<p><strong>N.B.Gli appunti per questo articolo fanno parte di un reportage su <em>“Libia ieri oggi e domani”</em> che la Rai manderà in onda nelle prossime settimane, all’interno della trasmissione <em>La storia siamo noi.</em></strong></p>
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		<title>I Leoni di Misurata (*)</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Feb 2012 18:55:33 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="287" height="176" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/leoni-1.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="leoni 1" title="leoni 1" /></p><p>(*) Pubblicato su IL MANIFESTO del 24 febbraio 2012</p>
<p>«Tawargha non c&#8217;è più». Firmato: i Leoni di Misurata. C&#8217;è la firma in bella evidenza, scritta con la bomboletta spray sulle pareti di una casa sventrata, sull&#8217;epurazione etnica che ha colpito i quarantamila abitanti di pelle nera della città di Tawargha. Ed è una firma che continua a perseguitarli, visto che la settimana scorsa una banda di miliziani bianchi di Misurata è riuscita ad entrare anche nel campo profughi allestito all&#8217;interno dell&#8217;Accademia navale di Tripoli, uccidendo 7 persone e ferendone altre 15, nella più totale impunità. Sulla strada di Sebha, invece, è stata bloccata una banda di miliziani, armati fino ai denti, che volevano dar la caccia ai superstiti rifugiatisi in città. Sì, perché nemmeno nei campi profughi quelli di Tawargha sono al sicuro.<br />
La città intanto continua a bruciare, tutti i giorni da sei mesi a questa parte, per via dei predoni che si aggirano ancora fra le macerie, nella speranza di portar via quel po&#8217; che è rimasto dopo i ripetuti attacchi dell&#8217;agosto scorso: brandelli degli infissi in ferro, anche se anneriti, e qualche suppellettile che può essere ancora usata. Nemmeno ai tempi della guerra in Bosnia o del Kosovo s&#8217;era vista una tale furia devastatrice: cieca, disumana, sprezzante. In pratica, non c&#8217;è una sola casa o edificio pubblico che non sia stato prima sventrato dagli Rpg, poi bruciato e infine devastato e saccheggiato. Un lavoro di fino, allo scopo di cancellare questa città dalle carte geografiche. E impedire che ai suoi abitanti venga voglia di tornarci.<br />
<strong>La vendetta dei miliziani                                                                                                               <a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/leoni-2.bmp"><img class="alignright size-full wp-image-1374" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/leoni-2.bmp" alt="" /></a></strong><br />
La versione ufficiale è che a Tawargha stazionava la famigerata 32ma Brigata di Khamis Gheddafi, che ha guidato il lungo assedio di Misurata e ne ha firmato le peggiori atrocità. Ma non si capisce perché siano state attaccate anche le scuole, gli ospedali e i negozi; né perché le donne, i vecchi e i bambini di Tawargha siano stati costretti alla fuga a piedi, per ottanta chilometri, per sfuggire alla vendetta dei miliziani che davano loro la caccia. «Se fra di noi ci sono degli ex soldati oppure dei civili che hanno appoggiato Gheddafi e si sono resi responsabili di qualche crimine è giusto che paghino &#8211; ci dice l&#8217;anziano cheikh responsabile del più grande fra i campi profughi allestiti a Tripoli -. Ma è assurdo che sia un&#8217;intera città a pagare. Per vendicare i duemila martiri di Misurata è giusto che si puniscano i qurantamila abitanti di Tawargha? E&#8217; questa la nuova Libia libera e democratica?»<br />
Sulla vicenda, però, le autorità preferiscono tacere o mantenere un basso profilo, nonostante le ripetute denuncie di Amnesty International e di Human Rights Watch, che vanno avanti da mesi. Il bilancio di questa terribile epurazione etnica si aggrava infatti giorno dopo giorno: perché ai morti e ai feriti dell&#8217;attacco di agosto &#8211; un migliaio, pare, ma non ci sono cifre precise &#8211; vanno aggiunti gli «scomparsi», molti dei quali sono stati rapiti nei campi profughi, anche nelle ultime settimane, ed affollano le prigioni segrete di cui sono dotate le varie milizie, a Tripoli e non solo. D&#8217;altronde, solo a denti stretti qualcuno ammette che a Tawargha si è «esagerato»: «E&#8217;soprattutto una questione di onore &#8211; ci confessa un amico dentista, fra i meno esaltati fra i sostenitori della rivoluzione contro il regime di Muammar Gheddafi -. Quelli di Tawargha hanno ucciso e stuprato. E secondo la mentalità libica in questi casi la vendetta è considerata non solo legittima ma sacrosanta. Da qui l&#8217;accanimento delle milizie di Misurata». In realtà,nessuno è in grado di esibire prove di questi crimini. E di fronte all&#8217;insistenza del cronista c&#8217;è chi si lascia scappare che, in fondo, non ha molto senso preoccuparsi per la sorte di quelli di Tawargha, perché tanto sono «neri» ed è giusto che se tornino «in Africa, da dove sono venuti».<br />
Che ci sia un problema razziale lo ammettono gli stessi profughi, anche se non davanti alla telecamera, per paura di ritorsioni. Preferiscono affidare il loro messaggio disperato ai versi di una canzone, che i bambini hanno imparato a memoria e vogliono cantarci a tutti i costi prima che andiamo via. «La Libia era un paese solo &#8211; intonano col sorriso sulle labbra &#8211; unito da Nord a Sud, da Est a Ovest. E allora perché quelli di Misurata ci attaccano a colpi di Rpg? Perché ci hanno costretti a lasciare la città dove siamo nati? Perché ci danno la caccia anche qui?».<br />
<a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/leoni-3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1375" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/leoni-3.jpg" alt="" width="268" height="188" /></a>Quella di Tawargha è la pagina più buia e la meglio occultata nella storia della cosiddetta «rivoluzione del 17 febbraio». Ma è anche la spia delle profonde divisioni che lacerano oggi il paese e rischiano di paralizzarlo a lungo. Divisioni razziali, anche, come dimostrano gli scontri delle ultime settimane nell&#8217;oasi di Kufra, nel sud-est, fra i tubu (neri) e gli zwai (bianchi). «Tensioni ce n&#8217;erano anche ai tempi di Gheddafi &#8211; ci spiega Hassen Chkae, alla testa di una delegazione di tubu che protesta a Bengasi, davanti alla sede del Cnt, il Consiglio nazionale transitorio &#8211; ma non erano mai degenerate. Adesso invece le nuove autorità hanno dato le armi agli zwai, che ne approfittano per attaccarci. E noi dobbiamo difenderci». Al momento gli scontri hanno già fatto un centinaio di vittime. E il conflitto rischia di allargarsi, visto che i tubu vivono anche dall&#8217;altra parte della frontiera, in Ciad, e gli zwai hanno il sostegno tacito delle tribù bianche della costa, che sognano di &#8220;liberare&#8221; la nuova Libia dai neri del sud. <strong>(AMEDEO  RICUCCI) </strong></p>
<p><strong>N.B. Gli appunti per questo articolo fanno parte di un reportage su <em>&#8220;Libia ieri oggi e domani&#8221;</em> che la Rai manderà in onda nelle prossime settimane, all&#8217;interno della trasmissione <em>La storia siamo noi</em>.</strong></p>
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		<title>Cane morde cane</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 18:58:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="225" height="225" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/form-1.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="form 1" title="form 1" /></p>Premesso che trovo anch&#8217;io devastante , sproporzionata e intimidatoria la sentenza sul caso FIAT versus FORMIGLI, premesso altresì che mi trovo d&#8217;accordo con le perplessità espresse da Milena Gabanelli sul collegio giudicante, premesso infine che trovo assai pertinenti le osservazioni espresse da Enrico Mentana sul rapporto sui generis che la FIAT ama avere con i giornalisti -  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="225" height="225" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/form-1.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="form 1" title="form 1" /></p><p>Premesso che trovo anch&#8217;io devastante , sproporzionata e intimidatoria la sentenza sul caso<a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/02/21/news/condanna_formigli_rai-30277011/" target="_blank"> FIAT versus FORMIGLI</a>, premesso altresì che mi trovo d&#8217;accordo con le perplessità espresse da <a href="http://www.corriere.it/inchieste/12_febbraio_21/fiat-formigli-gabanelli-reportime_c17141f8-5cda-11e1-beff-3dad6e87678a.shtml" target="_blank">Milena Gabanelli </a>sul collegio giudicante, premesso infine che trovo assai pertinenti le osservazioni espresse da <a href="http://www.agoravox.it/Fiat-anche-Mentana-scende-in-campo.html" target="_blank">Enrico Mentana </a>sul rapporto sui generis che la FIAT ama avere con i giornalisti -  blandendoli con omaggi di vario tipo, pur di avere una stampa faverovele &#8211; invito tutti a rivedere il servizio di ANNO ZERO  incriminato e magari a riflettere sul GIORNALISMO A TESI, che è poi quello praticato da <strong>Michele Santoro</strong> e dai suoi collaboratori,  in primis <strong>Corrado Formigli,</strong> anche in questa occasione.   </p>
<p>Si tratta infatti di un giornalismo che non rincorre i fatti ma le idee. E che perciò tende ad organizzare il racconto della realtà, lo storytellig di un servizio o di un reportage,  sulla base di alcune ipotesi di lavoro che non è detto trovino poi  una rispondenza nei fatti. E allora si corre ai ripari, lavorando in sede di montaggio, scegliendo cioè le inquadrature giuste e buttando via le altre. Non sono in primo a <a href="http://www.giornalettismo.com/archives/204455/formigli-la-rai-e-la-fiat-perche-stavolta-ha-ragione-il-giudice/" target="_blank">dirlo</a> e non sarò certo l&#8217;ultimo. Ma è un modo di lavorare che non mi appartiene, perchè ritengo che un reporter &#8211; quando va sul campo &#8211; debba avere il coraggio e l&#8217;onestà di mettersi sempre in discussione e di raccontare perciò quello che vede e non quello che pensa a priori. Conosco di persona <strong>Corrado Formigli</strong> e lo reputo un bravo collega. Ricordo però diversi episodi in cui  ha voluto a tutti i costi forzare la realtà, per dimostrare una tesi che aveva in testa: ad esempio a <strong>Gaza</strong>, subito dopo l&#8217;11 settembre, quando si è accanito su una bandiera americana che era stata bruciata dai (pochi) dimostranti palestinesi, allo scopo di dimostrare che stavano dalla parte di<strong>Bin Laden</strong> e di <strong>Al Qaeda</strong>. L&#8217;obiettivo? Dare gambe &#8211; non importa se abbastanza solide, tanto le immagini bucano il video -alle tesi pre-costituite con cui si era preso l&#8217;aereo, fare lo scoop (presunto), e creare ammuina. Nelle trasmissioni di <strong>Michele Santoro</strong>  è un modus operandi assai diffuso. Serve a polarizzare il dibattito, infatti, e a drammatizzarlo al meglio. Ed è anche piuttosto efficace nello stimolare il dibattito (e le risse). Secondo il mio modesto parere è però scorretto, sul piano giornalistico, e paga un dazio esagerato alle leggi dell&#8217;<em>infotainment</em>. Se diventassi prassi, sarebbe devastante.  E purtroppo è una moda sempre più diffusa, che contagia un sacco di trasmissioni televisive, anche rinomate.                  <a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/form-2.bmp"><img class="alignright size-full wp-image-1366" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/form-2.bmp" alt="" /></a></p>
<p>Dico questo perchè la prassi del <em>&#8220;cane non morde cane&#8221;</em>,  tanto in auge nel mondo giornalistico, a me non piace. E trovo che la <a href="http://blog.la7.it/piazzapulita/?p=412" target="_blank">replica</a> di Corrado alla sentenza che lo ha colpito non sia completa, anzi, per alcuni versi sia da &#8220;<em>paraculi</em>&#8220;, come si dice a Roma. Avrei preferito un atteggiamento più onesto intellettualmente. E non l&#8217;accettazione compiaciuta dei tanti doverosi attestati di solidarietà.</p>
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		<title>Preghiera (*)</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 19:14:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="273" height="185" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/onan.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="onan" title="onan" /></p>Fonte: Camillo Langone, su Il Foglio del 22 febbraio 2012 &#8220;Onan, tu che non fosti gradito al Signore sei il personaggio biblico potenzialmente più gradito agli italiani. Fossero coerenti, non ai Santi ma a te dovrebbero dedicare i templi. Tu che disperdevi per terra sei l&#8217;inevitabile patrono di un popolo di guardoni che si disperde [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="273" height="185" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/onan.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="onan" title="onan" /></p><p>Fonte: <strong><a href="http://www.camillolangone.it/libri.html" target="_blank">Camillo Langone</a></strong>, su <strong>Il Foglio</strong> del 22 febbraio 2012</p>
<p>&#8220;<strong>Onan</strong>, tu che non fosti gradito al Signore sei il personaggio biblico potenzialmente più gradito agli italiani. Fossero coerenti, non ai Santi ma a te dovrebbero dedicare i templi. Tu che disperdevi per terra sei l&#8217;inevitabile patrono di un popolo di guardoni che si disperde sugli schermetti, prima parlando per giorni di un tatuaggio inguinale che non toccherà mai e poi mandando in tilt, per eccesso di occhiate, il sito con i redditi dei ministri.</p>
<p>Lo chiamavano piacere solitario ma in quest&#8217;ultima versione cliccatoria si sono persi sia il sostantivo che l&#8217;aggettivo. La Chiesa giudica masturbazione e voyeurismo<em> &#8220;atti disordinati&#8221;</em> però invita a tener conto di attenuanti quali <em>&#8220; immaturità affettiva, forza delle abitudini contratte, stato di angoscia&#8221;. <strong>Onan</strong>, </em> in effetti i tuoi seguaci sono immaturi, deboli, abitudinari, angosciati. Inoltre, a forza di indulgere sono diventati ciechi: proprio come pronosticavano i vecchi parroci. perchè chi fissa troppo a lungo lo sguardo su qualcosa poi non riesce a vedere nient&#8217;altro, è scientifico. &#8221; <strong>(Camillo Langone)</strong></p>
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		<title>La RAI, i precari e l&#8217;USIGRAI</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 17:53:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="300" height="128" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/logo-rai-2-300x128.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="logo rai 2" title="logo rai 2" /></p>Non possiamo che plaudere alla Rai che fa marcia indietro e rinuncia alla scandalosa clausola sulla maternità nei contratti di lavoro autonomo per i suoi collaboratori a tempo determinato. Sarebbe però il caso di cogliere la palla al balzo per affrontare di petto il nodo del lavoro giornalistico nelle reti Rai, visto che di anomalie di questo tipo, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="300" height="128" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/logo-rai-2-300x128.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="logo rai 2" title="logo rai 2" /></p><p>Non possiamo che plaudere alla <strong>Rai</strong> che fa marcia indietro e rinuncia alla scandalosa clausola sulla maternità nei contratti di lavoro autonomo per i suoi collaboratori a tempo determinato. Sarebbe però il caso di cogliere la palla al balzo per affrontare di petto il nodo del lavoro giornalistico nelle reti <strong>Rai</strong>, visto che di anomalie di questo tipo, di storture e di palesi violazioni della Legge all&#8217;interno di quella che è a tutt&#8217;oggi la prima azienda editoriale del nostro Paese a ce ne sono tante; ed i sindacati interni, a partire da quello dei giornalisti, l&#8217;<strong>USIGRAI</strong>, preferiscono girare gli occhi dall&#8217;altra parte pur di poter preservare il proprio orticello. </p>
<p>La prima assurdità è quella secondo cui l&#8217;informazione in <strong>RAI</strong> si fa solo nelle <strong>Testate &#8211; </strong>vale a dire nei TG e nelle strutture ad essi collegate &#8211; mentre nelle <strong>Reti</strong> si farebbe solo l&#8217;intrattenimento o al massimo l&#8217;approfondimento di tipo scientifico e culturale. E&#8217; questo vecchio dogma di fede &#8211; che continua ad essere avallato dall&#8217;USIGRAI -  che consente ancora oggi alla <strong>RAI</strong> di assumere ogni anno nelle sue varie Reti &#8211; <strong>RAI 1</strong>, <strong>RAI 2</strong>, <strong>RAI 3,</strong> <strong>RAI Educational</strong> - centinaia di giornalisti che vengono contrattualizzati non in quanto tali ma come programmisti-registi oppure come consulenti, anche quando svolgono mansioni prettamente giornalistiche. E d&#8217;altronde, non sono forse trasmissioni giornalistiche <strong>Ballarò</strong>, <strong>Porta o Porta, Chi l&#8217;ha visto </strong>o<strong> L&#8217;ultima parola? </strong>E non lo erano forse, in passato, trasmissioni come <strong>Mixer</strong> di <strong>Giovanni Minoli</strong> o <strong>Samarcanda </strong>di <strong>Michele Santoro</strong>?  Secondo la <strong>RAI</strong> no. E nemmeno secondo l&#8217;<strong>USIGRAI, </strong>che non ha mai mosso un dito per prendere le difese dei giornalisti a tempo determinato che lavoravano e lavorano in queste trasmissioni, costringendoli a rivolgersi ai giudici del lavoro per veder riconosciuti i propri diritti. </p>
<p>Incalzata dalle tante, troppe sentenze a lei sfavorevoli la <strong>RAI</strong>  ha poi deciso, negli ultimi dieci anni, di puntare tutto sui contratti di consulenza. Che com&#8217;è ovvio offrono meno garanzie al lavoratore e e consentono alla <strong>RAI</strong> di risparmiare. Ci sono colleghi che guadagnano 500 euro al mese e fanno il mio stesso lavoro,  mentre i privilegiati che possono ancora vantare un contratto a termine da programmista-regista non superano i 1100 euro al mese. Che si tratti in molti casi di lavoro giornalistico sommerso lo dimostrano le ispezioni dell&#8217;INPGI &#8211; devastanti &#8211; e le cause in corso. Ma la <strong>RAI</strong> si ostina a fare lo struzzo e a non affrontare il problema, confortata dall&#8217;atteggiamento omertoso dell&#8217;<strong>USIGRAI</strong>, che su questo tema non è stato capace di assumere nessuna iniziativa concreta degna di tale nome. Al punto che gli stessi giornalisti che lavorano regolarmente nelle Reti<strong> RAI</strong>, a tempo indeterminato &#8211;  come il sottoscritto - percepiscono salari molto più bassi rispetto ai colleghi delle Testate, in spregio al Contratto Integrativo che pure è stato siglato dall&#8217;<strong>USIGRAI</strong>, nè hanno diritto ad avanzamenti di carriera. Perchè? Sempre per il vecchio dogma di cui parlavo all&#8217;inizio, che non tiene conto delle trasformazioni epocali intervenute nel mondo dell&#8217;informazione televisiva. Col risultato che in <strong>RAI</strong> ci sono giornalisti di serie A e giornalisti di serie B, C, e via dicendo.  E&#8217; uno scandalo,  non c&#8217;è che dire, e deve cessare.</p>
<p>P.S. Come Coordinamento dei giornalisti delle Rete Rai cerchiamo da anni &#8211; invano &#8211; di convincere l&#8217;USIGRAI ad affrontare il nodo delle Reti RAI, anche alla luce delle sfide poste dalle nuove tecnologie, che hanno obbligato la Rai ad ampliare la propria offerta, fino agli attuali 13 canali. Oggi più che mai c&#8221;è l&#8217;urgenza di estendere all&#8217;interno delle Reti e dei nuovi canali il Sistema delle Regole vigenti, in modo da tutelare la dignità e l&#8217;autonomia del lavoro giornalistico.</p>
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		<title>Il dentista di Gheddafi</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 16:44:49 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="101" height="150" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/dentista.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="dentista" title="dentista" /></p><p>Lo confesso: non vedevo l&#8217;ora di poter stringere nelle mani una bella orto-panoramica di <strong>Muammar Gheddafi</strong>. Così, per sfizio. E poi perchè penso che guardare in bocca ai potenti può riservare delle sorprese.Per questo ho insistito per andare a cena con il <strong>dottor Z.</strong>, che è stato per anni il dentista del Colonnello e di tutta la sua famiglia. Uno dei tanti, com&#8217;è ovvio, perchè sia Gheddafi che i suoi potevano permettersi i migliori medici specialisti del mondo, che all&#8217;occorrenza sbarcavano qui a Tripoli e se ne tornavano a casa con le valigie piene di soldi. Ad aprile, ad esempio, in piena guerra, quindi sotto le bombe della Nato, è arrivato in tutta fretta a <strong>Bab al Azizia </strong>un dentista italiano con il suo team per curare <strong>Seif al Islam,</strong> che si era spaccato un dente e aveva bisogno di fare un &#8220;<em>impianto</em>&#8220;. Il <strong>dottor Z</strong> non sa quanti soldi si sia portato a casa, ma di certo non avrà rilasciato al figlio del <strong>Colonnello</strong> nessuna ricevuta fiscale.</p>
<p><a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/saif.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1343" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/saif.jpg" alt="" width="127" height="85" /></a>A fine luglio, invece, un altro figlio di Gheddafi, <strong>Muthassim</strong>,  ha avuto l&#8217;ardire di lasciare <strong>Sirte</strong> in  macchina per venire a <strong>Tripoli</strong> <em>&#8220;senza scorta&#8221;</em> &#8211; col rischio perciò di essere catturato &#8211; solo per venire dal <strong>dottor Z</strong> a fare la pulizia dei denti! Che coraggio! Un bravo paziente, <strong>Muthassim</strong>, non c&#8217;è che dire, ma anche uno strano tipo, a detta del <strong>dottor Z: </strong>il più inquietante e indecifrabile fra i figli di Gheddafi. Il più gentile invece &#8211; <em>&#8220;e chi l&#8217;avrebbe mai detto&#8221;</em> &#8211; era <strong>Khamis</strong>, il comandante della famigerata 32° Brigata. Proprio lui, infatti, che in questi 7 mesi di guerra si è dimostrato spietato ed ha ordinato i peggiori massacri, ebbene, quando il dottor Z gli metteva le mani in bocca si trasformava in un agnellino, disposto a sopportare le peggiori torture sotto il trapano, senza fiatare. <strong>Khamis</strong> inoltre faceva la pulizia dei denti anche ogni due settimane, e voleva un lavoro fatto a regola d&#8217;arte, manuale, senza l&#8217;ausilio di macchinari. Una bella famigliola, insomma, che per motivi a tutti comprensibili non ha saldato tutti i suoi conti con il <strong>dottor Z</strong>.: <em>&#8220;E&#8217; una bella cifra&#8221;</em>, mi dice,<em> se si considera che il clan Gheddafi comprendeva una valanga di generi, nuore e nipoti&#8221;. &#8220;Ma è difficile </em>- aggiunge -<em> che riesca a recuperare questo credito&#8221;. </em>In effetti, chi è fuggito all&#8217;estero con il malloppo non c&#8217;è speranza che chieda di usufruire dello scudo fiscale. E chi è morto ha altro a cui pensare.<a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/khamis.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1344" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/khamis.jpg" alt="" width="112" height="112" /></a></p>
<p>Scarse invece le notizie dirette sul Colonnello: ma la sua bocca era comunque in ottime condizioni, dice il <strong>dottor Z</strong>, anche per via della sua alimentazione sana, a base di latte di cammella e di altri cibi anti-ossidanti. <em>&#8220;Niente carie&#8221;</em> &#8211; sentenzia il <strong>dottor Z</strong>. - <em>e niente malattie, a parte la sua follia. Se non l&#8217;avessero ucciso, sarebbe campato ancora vent&#8217;anni&#8221;</em>. Unico neo: la cocaina, di cui <strong>Gheddafi</strong> e i suoi figli pare che facessero un uso nemmeno troppo nascosto. Ma questo il <strong>dottor Z.</strong> non lo può certificare, perchè non è dalla bocca che lo si può rilevare. Bisognerebbe metter le mani sulle sue cartelle cliniche, che sono però rimaste sotto le macerie di Bab Al Azizia. Assieme alla sua orto-panoramica, che purtroppo non riuscirò mai a vedere.</p>
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		<title>Sulle donne di Bengasi</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 21:34:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="137" height="103" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/don.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="don" title="don" /></p>La torre pendente che campeggia sull&#8217;insegna la riconoscono probabilmente in pochi. Però al &#8220;Pisa&#8221; si mangia una discreta pizza ed è anche per questo, oltre che per i mega-schermi al plasma e gli arredi moderni, che è diventato un locale fra i più trendy di Bengasi. Peccato che, dietro la facciata all&#8217;occidentale, si nascondano abitudini decisamente antiquate e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="137" height="103" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/don.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="don" title="don" /></p><p>La torre pendente che campeggia sull&#8217;insegna la riconoscono probabilmente in pochi. Però al <strong>&#8220;Pisa&#8221;</strong> si mangia una discreta pizza ed è anche per questo, oltre che per i mega-schermi al plasma e gli arredi moderni, che è diventato un locale fra i più trendy di <strong>Bengasi</strong>. Peccato che, dietro la facciata all&#8217;occidentale, si nascondano abitudini decisamente antiquate e sessiste, che non fanno una buona pubblicità nè alla Rivoluzione libica del<strong> 17 febbraio</strong> nè all&#8217;islam che va per la maggiore da queste parti, in <strong>Cirenaica</strong>. Il locale infatti è diviso in due da un muro di cemento, con le entrate ben distinte: da un lato stanno i maschi single, dall&#8217;altro le donne e le famiglie. E&#8217; così dappertutto a <strong>Bengasi</strong>, anche all&#8217;Università, dove nelle aule maschi e femmine stanno insieme ma senza mischiarsi, come pure nelle mense e nelle biblioteche. Per le donne c&#8217;è in pratica una sorta di apartheid, che a Tripoli per fortuna non c&#8217;è e che non ha pari nelle altre grandi città del Maghreb delle stesse dimensioni (750mila abitanti). <a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/donne-2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1331" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/donne-2-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p><em>&#8220;Bengasi e la Cirenaica sono molto tradizionalisti</em> &#8211; mi dice <strong>Hathim</strong>, l&#8217;interprete, che ha vissuto per un paio d&#8217;anni in Inghilterra -  e mentre lo dice prova a fare il filo a quattro ragazze incontrate al Museo della Rivoluzione, che però non lo degnano nemmeno di uno sguardo. <em>&#8220;Io voglio due mogli</em> - aggiunge imperterrito<em> - e voglio fare un sacco di figli, per rimpiazzare i martiri che sono caduti in questi mesi lottando contro Gheddafi&#8221;. </em>E&#8217; stato <strong>Hathim</strong> ad invitarci  a cena a casa sua, una sera<em>, </em>ma non si è nemmeno sognato di presentarci la madre e le altre donne di casa, <em>&#8220;perchè non si usa</em>&#8220;.  Anche lui ha una facciata molto all&#8217;occidentale &#8211; ascolta solo <strong>rapper USA</strong> e i <strong>Pink Floyd</strong>, porta jeans e <strong>Adidas</strong> &#8211; ma sotto il vestito nasconde una mentalità da medioevo salafita. </p>
<p>Morale della favola: sarà pure una Rivoluzione, quella del 17 febbraio, ma sul piano del rapporto fra i due sessi e dei diritti delle donne il rischio è che oggi in Libia si faccia un passo indietro e non avanti. Ai tempi di <strong>Gheddafi</strong>, infatti, le donne erano riuscite ad imporre buone leggi in fatto di matrimnio e di eredità, così come erano riuscite a sventare dei clamorosi colpi di coda dei tradizionalisti, impedendo ad esempio che passasse una legge che vietava i viaggi all&#8217;estero delle donne senza l&#8217;autorizazzione del marito o dei familiari. Adesso invece c&#8217;è il rischio che la <strong>Sharia</strong> diventi legge dello stato e che quelle conquiste vengano oscurate. Motivo in più per vigilare.   <a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/donne-32.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1336" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/donne-32.jpg" alt="" width="125" height="94" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I bambini di Tawargha</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 16:54:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="300" height="225" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/IMG00554-20120217-1205-300x225.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="IMG00554-20120217-1205" title="IMG00554-20120217-1205" /></p>Sorridono, i bambini di Tawargha, mentre cantano in gruppo, per i pochi visitatori che vengono a trovarli in questo campo profughi alla periferia di Tripoli, la ballata della loro disperazione. Hanno riadattato una vecchia canzone libica, mettendo in versi la loro spaventosa odissea: i miliziani di Misurata che attaccano le loro case, la città data alle fiamme, la lunga [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="300" height="225" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/IMG00554-20120217-1205-300x225.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="IMG00554-20120217-1205" title="IMG00554-20120217-1205" /></p><p>Sorridono, i bambini di <strong>Tawargha</strong>, mentre cantano in gruppo, per i pochi visitatori che vengono a trovarli in questo campo profughi alla periferia di Tripoli, la ballata della loro disperazione. Hanno riadattato una vecchia canzone libica, mettendo in versi la loro spaventosa odissea: i miliziani di <strong>Misurata</strong> che attaccano le loro case, la città data alle fiamme, la lunga marcia a piedi 80 di km, e poi la nuova vita in queste baracche di lamiera, la paura costante di nuovi attacchi, lo stupore di chi scopre da un giorno all&#8217;altro che è il colore della propria pelle a scatenare l&#8217;odio. <em>&#8221; La Libia era un Paese solo </em>- dice la canzone -<em> da nord a sud, da est a ovest. E allora perchè quelli di <strong>Misurata</strong> ci attaccano con gli RPG?</em>&#8220;.</p>
<p>Quella di <strong>Tawarga</strong> è stata la pagina più nera (e meglio occultata) della cosiddetta rivoluzione libica<a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/tawarga-2.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1324" title="tawarga 2" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/tawarga-2.jpg" alt="" width="240" height="164" /></a> contro <strong>Muammar</strong> <strong>Gheddafi</strong>. E&#8217; stata scritta il <strong>13 agosto</strong>, ma a distanza di sei mesi continua a produrre strascichi ed a sanguinare. Un caso da manuale di <strong>epurazione etnica</strong>, perpetrato dalle milizie (bianche) di <strong>Misurata</strong> contro la popolazione (nera) di <strong>Tawargha</strong>, una cittadina di 40mila abitanti, colpevole solo di aver ospitato la 32° Brigata di <strong>Khamis Gheddafi</strong> nei lunghi mesi dell&#8217;assedio a quella che è stata la città-martire della rivoluzione del 17 febbraio. Ancora oggi non si sa di preciso quante siano state le vittime - almeno un migliaio fra i morti e le persone sparite, ci dicono i profughi &#8211; ma quello che è certo è che si è voluto cancellare questa città dalle carte geografiche e che i suoi abitanti superstiti sono stati costretti alla fuga, probabilmente per sempre. A nulla però sono servite le denuncie di <a href="http://humanrightsinvestigations.org/2011/09/12/libya-the-racist-revolution-tawargha/" target="_blank"><strong>Human Rigths Whatch</strong> </a>e di <a href="http://www.amnesty.it/libia-a-un-anno-dalla-rivolta-ampi-abusi-da-parte-delle-milizie-fuori-controllo" target="_blank">Amnesty International</a>: le persecuzioni sono anzi continuate anche all&#8217;interno dei campi profughi &#8211; nella più totale indifferenza delle nuove autorità - e ancora oggi vengono segnalati uccisioni, violenze e arresti arbitrari. L&#8217;ultimo attacco delle milizie di <strong>Misurata</strong> è avvenuto la settimana scorsa, all&#8217;interno dell&#8217;Accademia Navale di Tripoli, che ospita un altro gruppo di profughi di <strong>Tawarga</strong>:  il bilancio è stato di 7 morti e una quindicina di feriti. <em>&#8220;E&#8217; giusto che chi fra di noi si è reso responsabile di crimini contro la popolazione di Misurata venga punito &#8211; </em>ci dice l&#8217;anziano che funge da responsabile del campo profughi<em>- ma è assurdo che si voglia punire un&#8217;intera città e i suoi 40mila abitanti. E&#8217; giustizia, questa?  Ed è questa la nuova Libia?&#8221;</em></p>
<p><a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/tawarga-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1325" title="tawarga 1" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/tawarga-1-300x170.jpg" alt="" width="300" height="170" /></a>In realtà, a <strong>Tawarga</strong> si è solo scoperchiato il pentolone dei nuovi odi che rischiano di avvelenare il futuro della nuova Libia. Ai tempi di <strong>Gheddafi</strong> questo odi erano stati assorbiti e al tempo stesso disinnescati grazie al sistema di alleanze e di prebende con cui il Colonnello esercitava il suo potere. Il resto lo faceva il suo apparato repressivo, che spazzava via ogni dissenso.Oggi, invece, l&#8217;instabilità politica e lo strapotere delle milizie consentono agli odi di attecchire, di crescere  e di diventare un fattore identitario assai potente. Emerge così una Libia divisa fra popolazioni bianche della fascia costiera e popolazioni nere del Sud, fra cui da sempre non corre buon sangue e che oggi possono esibire senza remore i reciproci pregiudizi, soprattutto nelle aree dove sono costrette a convivere. E&#8217; quello che sta capitando ad esempio nell&#8217;oasi di Kufra, fra i Tubu (neri) e gli Zwai (bianchi), con almeno una cinquantina di morti nelle<a href="http://www.focusmo.it/politica/62-estera/18096-scontri-tra-tribu-rivali-fanno-decine-di-morti-nel-sud-della-libia-.html" target="_blank"> ultime settimane</a>. Eppure, entrambi i gruppi si sono schierati con la rivoluzione del 17 febbraio e contro il regime di Gheddafi. Evidentemente, l&#8217;essersi sbarazzati del Colonnello non è una condizione sufficiente per costruire una Libia nuova, veramente libera e democratica.</p>
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		<title>Appunti libici da insonnia</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 22:11:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="300" height="224" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/foto-300x224.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="foto" title="foto" /></p>Sbornia Continua. Capisco che la caduta di un regime liberticida al potere da 42 anni sia un avvenimento da festeggiare, ma i libici forse stanno un po&#8217; esagerando. Nel senso che le celebrazioni si protraggono ormai da quattro mesi e ogni scusa è buona:  il 17 ad esempio ricorre l&#8217;inizio della rivolta e ci sono già lunghi e chiassosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="300" height="224" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/foto-300x224.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="foto" title="foto" /></p><p><strong>Sbornia Continua. </strong>Capisco che la caduta di un regime liberticida al potere da 42 anni sia un avvenimento da festeggiare, ma i libici forse stanno un po&#8217; esagerando. Nel senso che le celebrazioni si protraggono ormai da quattro mesi e ogni scusa è buona:  il 17 ad esempio ricorre l&#8217;inizio della rivolta e ci sono già lunghi e chiassosi cortei di miliziani che percorrono le strade del centro, almeno qui a Bengasi, esibendo per l&#8217;ennesima volta le loro armi e la loro felicità. Come il <strong>21 ottobre</strong>, dopo la morte di <strong>Gheddafi</strong>, e poi qualche giorno dopo, per la fine della guerra, e ancora il <strong>24 dicembre</strong>, per l&#8217;anniversario dell&#8217;indipendenza. Il Paese invece è bloccato: la ricostruzione non è ancora partita, l&#8217;economia è in ginocchio e le nuove istituzioni appaiono troppo fragili per poter sostenere una vera svolta democratica. Il mio amico Hathim dice che ai tempi di <strong>Gheddafi </strong>le feste comandate &#8211; come ad esempio gli anniversari della rivoluzione del &#8217;69 &#8211; erano uno spettacolo triste e per i libici rappresentavano solo un giorno di vacanza in più. Le celebrazioni di questi mesi sarebbero invece assai sentite e costituirebbero un modo per riaffermare l&#8217;identità di un popolo finalmente libero. Sarà pure così, ma l&#8217;impressione è che i libici non credono ancora ai loro occhi: come se cioè la caduta di Gheddafi si sia consumata troppo in fretta e fosse anzi inattesa, al punto che occorre metabolizzarla un po&#8217; alla volta, per riprendersi dallo choc e abituarsi alla nuova situazione. Ma è vero anche che se la sbornia continua c&#8217;è il rischio di risvegliarsi con un gran mal di testa. Come è già capitato nei Paesi dell&#8217;Est dell&#8217;ex blocco comunista.</p>
<p><strong>Soldi in fuga</strong>. La nuova Libia sarà pure libera ma i soldi dei libici volano all&#8217;estero, alla faccia del patriottismo. E gli unici a fare affari di questi tempi sono i trafficanti di valuta. Ieri nel bugigattolo dove ho cambiato al nero hanno portato nel giro di 10 minuti non sono quanti sacchi di dinari, freschi di stampa. E il via vai di questi portavalori sacchi in spalla è continuo. La gente infatti vuole dollari oppure euro e davanti alle banche c&#8217;è la fila di chi ritira il massimo consentito &#8211; 2000 dinari al mese, quasi 1400 euro &#8211; per poter investire in valuta, da esportare. Le nuove autorità sono corse ai ripari ritirando dalla circolazione le banconote da 50 dinari &#8211; in modo da rastrellare denaro fresco &#8211; ed hanno già annunciato che a breve ritireranno le banconote da 20 dinari. Di questo passo però bisognerà circolare con le carriole per poter pagare un caffè al bar. E poi, se i libici non scommettono un dinaro sul futuro del loro Paese, chi mai dovrà farlo? E&#8217; un paradosso che si può forse spiegare con il fatto che l&#8217;economia libica è stata per quarantadue anni un&#8217;economia assistita: grazie ai proventi del petrolio Gheddafi aveva infatti garantito a tutti un minimo di benessere, in cambio della sudditanza. Alimentando la pigrizia.  Oggi che invece i libici devono riappropriarsi del loro destino denotano uno scarso senso dello stato e fanno fatica ad assumersi le loro responsabilità. Vedremo come andrà a finire.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Buon compleanno, Libia</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 17:30:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img width="278" height="300" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/Libyan-Revolution-278x300.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="Libyan-Revolution" title="Libyan-Revolution" /></p>E&#8217; iniziato il conto alla rovescia per i festeggiamenti del primo compleanno della nuova Libia  &#8211; il 17 febbraio, inizio della sollevazione popolare contro Muammar Gheddafi &#8211; e qui a Tripoli è già tutto uno sventolìo di bandiere, con pochi vigili in gran spolvero che cercano di regolare il traffico del centro e qualche squadra di volontari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="278" height="300" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/Libyan-Revolution-278x300.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="Libyan-Revolution" title="Libyan-Revolution" /></p><p>E&#8217; iniziato il conto alla rovescia per i festeggiamenti del primo compleanno della nuova Libia  &#8211; il 17 febbraio, inizio della sollevazione popolare contro <strong>Muammar Gheddafi</strong> &#8211; e qui a <strong>Tripoli</strong> è già tutto uno sventolìo di bandiere, con pochi vigili in gran spolvero che cercano di regolare il traffico del centro e qualche squadra di volontari che cerca di ripulire la città, sporca ormai da far paura. E che ai prossimi festeggiamenti le nuove autorità ci tengano molto lo dimostra  il numero crescente di check-point dei miliziani , nonchè il richiamo alle armi per tutti gli ex combattenti della Brigata Tripoli, pronti ad affiancare esercito e polizia, che restano spaventosamente sotto organico. C&#8217;è insomma lo stato di allerta, a Tripoli come nel resto della Libia, per evitare brutte sorprese che possano guastare la festa e screditare il Consiglio Nazionale di Transizione.  <a href="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/massi1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1309" title="" src="http://www.amedeoricucci.it/wp-content/uploads/2012/02/massi1-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></p>
<p>I pericoli, in realtà, sono remoti. E forse stanno più nei retropensieri dei libici che nella realtà. E&#8217; vero infatti che ci sono ancora delle zone dove le nuove autorità fanno fatica ad affermarsi ed i cosiddetti<em> &#8220;lealisti</em>&#8220;, fedeli cioè a Gheddafi ed al suo clan, sono ancora in grado di oppore una certa resistenza passiva. Tanto per far dei nomi: 1) la zona di <strong>Bani Walid, </strong>dove le frizioni con i Warfalla sono continue; 2) il &#8220;triangolo nero&#8221; compreso fra <strong>Rigdalin</strong>, <strong>Jumael</strong> e <strong>Al Ajealat, </strong>al confine con la Tunisia<strong>; </strong>e 3) le città che hanno pagato pesantemente il prezzo delle vendette, a fine conflitto, come ad esempio <strong>Tawarga, </strong>ridotta ormai a città-fantasma, con i superstiti delle spedizioni punitive orchestrate dai clan di <strong>Misurata</strong> ammassati come profughi in una zona periferica di Tripoli.  </p>
<p>Non esiste però una <em>&#8220;resistenza verde&#8221;,</em> come pretende Saadi Gheddafi &#8211; che lancia <a href="http://www.lemonde.fr/libye/article/2012/02/11/saadi-kadhafi-promet-de-retourner-en-libye_1641989_1496980.html" target="_blank">proclami</a> dal suo esilio dorato in <strong>Niger</strong> &#8211; e come si farnetica su alcuni siti online,. Nè ci sono azioni organizzate contro le nuove autorità libiche da gruppi e clan che vorrebbero restaurare il potere della famiglia <strong>Gheddafi  </strong>e della loro corte disciolta. Piuttosto, ci sono fiammate di violenza tribale, frutto dell&#8217;instabilità che persiste, e un sacco di regolamenti di conti, di personale o familiari, inevitabili dopo una guerra fratricida come quella appena finita. Il tutto in un quadro in rapida evoluzione, che vede il CNT sempre più in difficoltà sul piano politico, incapace di tener fede alle promesse e alle speranze suscitate dalla Rivoluzione.</p>
<p>Quello dei <em>lealisti</em> che potrebbero turbare i festeggiamenti del 17 febbraio è perciò un fantasma più che una paura reale.  E&#8217; il fantasma di un clan, di una famiglia, di un regime che, avendo fatto il bello e il cattivo tempo per 42 anni, potrebbero oggi, con un ultimo colpo di coda, sporcare l&#8217;immagine della nuova Libia agli occhi del mondo. Ma si mettano l&#8217;animo in pace i lealisti e i sostenitori occidentali del Gheddafi: il passato non ritorna.</p>
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