Frank Sinatra ha il raffreddore

gen 17, 2014 by

Frank Sinatra ha il raffreddore

“Un bicchiere di bourbon in una mano e una sigaretta nell’altra, Frank Sinatra stava in piedi in un angolo buio del bar fra due bionde belle ma appena un po’ sfiorite che aspettavano solo che lui dicesse qualcosa.”.  Che ve ne pare, come attacco? Non vi si materializza Frank Sinatra davanti agli occhi, così come succede a me? E avete ancora bisogno delle cinque W di cui si parla nelle scuole di giornalismo –  Who, What, When, Where, Why – oppure siete già in grado, come me, di sapere tutto quello che serve per restare incollati su quella pagina fino alla fine? 

Esagero ma non tanto. E’ che ho ripreso in mano il ritratto di Frank Sinatra pubblicato sulla rivista  Esquire nell’aprile 1966 e scritto da Guy Talese – qui la traduzione italianae la goduria che ho provato nel leggere quelle pagine mi ha reso un po’ più ottimista sul futuro del giornalismo. Perché? Beh, perché mi ha confermato nell’idea che la qualità nel nostro lavoro paga. Anche se la qualità non ce la si inventa ma bisogna costruirsela con metodo, fatica e caparbietà. Mi spiego meglio: quello di Guy Talese è uno straordinario ritratto di Frank Sinatra – dell’uomo e del mito – scritto però senza averlo mai incontrato di persona. In tanti, oggi, lo scriverebbero con il copia & incolla;  lui invece lo scrisse dopo un’inchiesta durata diverse settimane, parlando con chiunque l’avesse conosciuto, frequentando i posti che lui frequentava e spulciando negli archivi polverosi di una miriade di giornali, anche locali. Ne è venuto fuori un pezzo che rappresenta il manifesto di quello che nei manuali viene chiamato New Journalism o “non fiction novel” secondo l’etichetta coniata da Tom Wolfe: costruito cioè con tecniche narrative di tipo letterario, sempre però nel rispetto dello spirito giornalistico e delle esigenze informative. Il New Journalism, dice Talese, “e spero sia evidente, si basa sul buon vecchio lavoro di gambe, sul praticare il soggetto della storia giorno dopo giorno – in qualità di osservatore e di ascoltatore – e nella curiosità”.

Talese d’altronde è il giornalista più attuale di quella “scuola”. Perché ha sempre privilegiato le “storie” rispetto agli “eventi”, le zone d’ombra piuttosto che le luci, i perdenti più dei vincenti. “Cercavo incarichi – scrisse – che difficilmente mi avrebbero fatto finire in prima pagina“. E non è casuale se il primo pezzo scritto per il Time è stata la storia dell’operaio che a Times Quare, a mano,  issato su una scomoda scala, grazie a dei blocchi tipo lego, componeva le news che stavano sulle insegne elettriche luminose.  Lo faceva da 25 anni, e per Guy Talese questo bastò per farne una storia memorabile. “Ci sono storie dappertutto, sotto i nostri occhi, alla nostra portata  - ha poi spiegato. E anche questo mi piace. E mi lascia ben sperare.

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