Fuoriposto (*)

gen 28, 2012 by

Fuoriposto (*)

(*) di Andrea Ruggeri, 23-01.2012

 

Il sogno lo feci nel Nilo Azzurro, addormentandomi nella motrice a perpendicolo tra faraoni di cartapesta, lungo un fiume a corrente forzata costruito nella campagna di Cesena, precisamente al parco divertimenti di Mirabilandia. Il Nilo Azzurro è una delle grandi attrazioni del parco, un gigantesco toboga raffigura in varie stazioni com’erano i posti di vacanza sahariana prima della guerra.

Un’esuberante finzione di mucchi di sabbia e campi tendati, con portate di frutta esotica e mazzi di datteri che si possono afferrare al volo dai buffet, mentre i vagoni saettano in un tramonto di led tra piramidi, palmeti e catene di dune. Non so come successe, mi addormentai di botto mentre controllavo la cremagliera sulla discesa dalla Grande Duna. Lavoravo di notte, avevo un posto di guardiano collaudatore, erano tempi in cui stavo meditando sul domani o dovevo nascondermi nel presente, non ricordo bene, ma stavo di colpo nella sabbia e portavo dei turisti romagnoli nel deserto, e non me ne fregava niente che si sentissero viaggiatori, esploratori, o non so cos’altro.

Io li portavo nella sabbia.

Decidevano loro cosa erano.

Sognai dentro la motrice bloccata, sognai inclinato di 40 gradi sulla discesa dalla Grande Duna.

E basta.

Nel sogno in pendenza si parla di me. Una guida tuareg della tribù Kel-Fadei, che vive tra i cieli tersi dei depliant, nei tramonti delle brochure, in un deserto tour operator mite e fresco che è tutto un controsenso. Ricordati Kel-Fadei, nulla deve impensierire i turisti, nè sbalzi termici, nè tempeste di sabbia, tantomeno imprevisti rischiosi, tutto come da parco divertimenti efficiente, dove le animazioni finiscono al tramonto per dare modo al grande sole calante di farsi fotografare dai turisti nel silenzio perfetto, con tu che posi in controluce.

Comunque il sogno mi concede anche un poco in autonomia, io esisto anche fuori dalla brochure, in questa altra vita c’è la realtà del motore del Toyota da controllare, delle ore a scrutare la sabbia per seguire i movimenti di cose che i turisti non vedono, alla fine della giornata sono stanco morto per avere guidato dall’alba, e di  sera preparo anche da mangiare. Del resto i turisti pagano e io faccio la guida. Questo è il mio lavoro, forse non lo si può fare in eterno, ma ho un vantaggio, loro sono in un vuoto fuoriposto e io nel mio posto.

I turisti il vuoto non lo trovano descritto nel programma di viaggio, e quando il vuoto inizierà ad annusarli avrò poche cose da dire, del resto io intervengo solo in certe circostanze.

C’è la circostanza in cui la guida Kel-Fadei cerca di far passare la paura ai passeggeri seduti nella 4×4. La tecnica migliore è stancarli sulla sabbia finchè non hanno più forza di avere paura. S’inizia con la paura da fine asfalto, si entra nella sabbia sterminata e qualcuno inizia a voltarsi più volte all’indietro, si sta allontanando dall’approdo sicuro della strada.

Poi la circostanza delle domande. La resistenza alla guida è un requisito indispensabile per un sahariano, ma più di questa è richiesta una resistenza a ogni tipo di domanda dei passeggeri. Sono temprato agli interrogatori, di solito le domande si riducono a due situazioni: quando si è fermi, quando si è in movimento.

Nel primo caso la domanda è “adesso cosa facciamo?” e nel secondo caso “quanto manca?”. Le risposte sicure sono sole due “aspettiamo” e “manca poco”.

Se si fanno discorsi più filosofici, tipo “tu credi che il deserto sia un luogo della mente”, non ci casco, rispondo che è sempre meglio allacciarsi le cinture di sicurezza.

Infine c’è la circostanza del farsi male sulle dune più scoscese, negli scollinamenti ripidi.

I passeggeri non vedono l’ora di vedere le dune ma quando ci sono sopra e la Toyota urla a pieni giri senza mai un piede sul freno, scoprono che l’adrenalina è davvero una bestiaccia, in questi casi metto su i Rolling Stones (con la preferenza di Simpathy for the Devil).

Poi i turisti vogliono essere rassicurati su fratture, infarti, predoni, virus, scorpioni, mine. La guida Kel-Fadei risponde sempre cercando di rassicurare, con senso di responsabilità e consigli utili.   

Insomma, sono un professionista.

E poi io so cosa trasporto.

Di sicuro trasporto acqua, viveri, carburante, e secondariamente varia natura, spesso stronza. Per dire, una volta, quando andava tutto liscio (non come adesso), avevo con me un gruppo di turisti spaiati, uno di Milano, uno di Bologna, una di Venezia, che non si conoscevano. Dopo un po’ ciascuno ha confidato all’altro la morte di un caro amico e la Toyota è diventata un carro funebre. Questi sono stronzi perché pensano che nelle sabbie possono dire qualunque cosa intima, pensano di essere fuori dal mondo, che qui tutto è concesso, ma qui non siamo fuori dal mondo, siamo fuori dal vostro mondo, siamo nel mondo dei Kel-Fadei, così come eravate nel vostro mondo prima di diventare turisti.

Ed è qui il punto. Da adesso in poi, in questo sogno bloccato a perpendicolo, le circostanze sono cambiate, e non di poco. Ora mettiamo il caso che non vi tratti più da turisti (questa è la consegna dell’ultima ora dal nostro tour operator) e voi citrulli, che credete di essere solo turisti in questa bolla vuota di sabbia, avete dimenticato che siete italiani, con un lavoro, che siete prima di tutto insegnanti, ragionieri, tecnici, (anche un operaio specializzato, etc), che venite tutti dalla Romagna, che avete vinto un viaggio nel deserto con un concorso di Mirabilandia. Siete stati estratti a sorte. Siete i vincitori di una lotteria e credete che noi siamo parte dell’animazione? Credete che noi siamo tutt’uno con Mirabilandia? E non una parte della nostra tribù? Di un popolo come il vostro?

Sbagliato, molto sbagliato.

Il nostro tour operator sahariano nel frattempo si è eclissato, non esiste più, è divenuto imprendibile. Al suo posto, negli uffici di rappresentanza a Sebha, ora siedono uomini armati che ci stanno dando la caccia. C’è stato un cambio di programma, proprio mentre siamo qui nelle sabbie profonde pare che sulla costa sia scoppiato un casino non previsto dai depliant, insomma un guerra di insorti appoggiati dalla Nato, e questo voi turisti non lo sapete ancora. Temporaneamente.  

Comunque la situazione può essere anche serena, succede quando tutti si fanno molto silenziosi, la smettono di scherzare e dire stronzate a raffica, e tacciono di colpo.

Nella sabbia o si parla molto o si sta molto zitti, dipende da non so cosa, non c’è spiegazione, forse il deserto si nutre di tutti questi chiacchiericci, e quando ne ha la pancia piena zittisce tutti per digerire con calma.

Questo non toglie che io debba sempre fare attenzione al suono che fa il motore, non smetto mai di ascoltare cosa dicono i sei cilindri in linea, come cantano e come si scaldano, e quando si smette di galleggiare e si sprofonda fino al pianale in una molle bolla sabbiosa, tutti hanno la possibilità di rendersi utili e spingere. Si sgonfiano le gomme, se non basta si scava, se non basta ancora si mettono le piastre di metallo sotto le ruote, se ancora non basta si aspetta sera quando la sabbia si raffredda e si indurisce, e si riprova a uscire. E’ così che inizia l’animazione fuoriprogramma in questo bel fuoriposto dove c’è solo paesaggio vuoto e rarissimi esseri umani, e questo paesaggio non ti riconosce, non sa chi sei, non gliene frega niente di te, non ha fatto esperienza di uomini, gli uomini non l’hanno coltivato e maneggiato, non ci sono vigneti, toboga e pizzerie da queste parti. Essere fuoriposto può anche fare paura.

Non la paura di non avere abbastanza soldi per arrivare a fine mese, qui non è che la vita costa cara, non vale niente, e bisogna proprio dirlo, senza di voi tra le palle la nostra vita varrebbe ancora meno di niente. Non ve ne rendete conto mentre tutto pare fili liscio, e le notti sono piene di stelle cadenti, e il fuoco acceso è pieno di parole perse nella sabbia fredda, e il deserto s’ingozza di storie. La paura, quando verrà, sarà come un’ombra senza corpo che ti si para davanti, i nostri falchi pellegrini l’hanno appena avvistata nei pressi delle sabbie nere di Wan an Namus, accompagna la tribù dei Warfalla che fugge da Bani Walid bombardata. Situazione difficile per i popoli delle sabbie. Molto difficile.

Bene, bisogna arrangiarsi e raggiungere un posto sicuro. Il fuoriprogramma inizia, è un dono dell’imprendibile tour operator appena entrato in clandestinità. Da oggi cari miei mangerete paura da mattina a sera, e ringraziate che sulle sabbie i nostri inseguitori hanno una visione del terreno che fa schifo, sono abitudinari della costa, e quando incontrano la prima molle dunetta, la prendono al ritmo di Ibn Thabit, (il loro rapper preferito), ma l’hip hop saltellante mal si adatta alle barcane, ci volano sopra sparati e si ribaltano. Il rap è musica sbagliata per i perpendicoli, io continuo a preferire i Rolling. Questi shabab odiano noi, odiano il mare desertico, odiano la sabbia, non è quello dei porti d’acqua calma, questo mare di sabbia imbroglia gli occhi, a loro pare tutto piatto, ma ogni piatto ha un rilievo sulla tovaglia, e noi Kel-Fadei conosciamo tutti i bordi del piatto.

Bene, inutile starci a pensare, si comincia con un toboga che di Mirabilandia ce ne vuole un milione. Eccole qua le maestose dune rosse del Eiden Murzuk, polipi con i tentacoli, stelle con le punte che bloccano tutti lati bassi e lasciano una via di uscita solo verso il punto più alto, un punto che pende del 40% su 120 metri di altezza. Ci siamo. Ci buttiamo qua dentro. Mentre osservate le creste fumanti delle dune, voi turisti dite “questa è roba da kamikaze”, non è vero, è roba da bambini, bisogna essere bambini e non adulti per scollinare perfetti, e in Arabia nascono più bambini Warfalla, Tebu e Touareg che kamikaze di Al Qaida, e Inshallah, la mia Toyota è partita sulla verticale della duna come un missile. Sento il vostro cuore battere come un pistone sbiellato mentre entrate ufficialmente nel fuoriprogramma dell’imprendibile tour operator. Avete voluto andare nelle sabbie e ficcarvi nel fuoriposto?

Godetevela.

Non vedete l’ora di tornare a casa nella vostra Mirabilandia Romagna? Di fare una cena come reduci da un’avventura senza scampo? E ridere delle cose per cui ora avete provato spavento? Sbagliato, perché non sta scritto da nessuna parte che si debba tornare a casa. Comunque gioite, ci sono piccoli vantaggi di cui potete approfittare, il fuoriposto vi regala, giorno dopo giorno, un’apertura di sguardo, poco alla volta riuscite a vedere a sinistra e a destra senza muovere la testa, ecco, fate un po’ parte del paesaggio, il paesaggio può vedere come lo scruti e forse ti lascia una possibilità di percorrerlo. No, non si torna più indietro (tra un po’ vi sarà comunicato), ma adesso ancora un po’ di intrattenimento, siamo usciti dalle grandi dune del Eiden Murzuk e gironzoliamo in uno spazio remoto tra le montagne del Tibesti e quelle dell’Air, un’area inaccessibile via terra perchè pesantemente minata a causa di decine di rivolte tribali, sollevazioni secessioniste e furti di umani, soprattutto fuori dalla portata dei liberatori. Vi siete arrivati come per incanto, affascinati dalle immaginazioni che vengono in mente a noi guide che dobbiamo anche intrattenervi con delle storie attorno al fuoco, perché le giornate sono corte e fa buio presto, e dopo uno spezzatino con couscous vi cominciate ad annoiare e non volete andare a dormire presto, (comunque nel programma di Mirabilandia c’è scritto che le guide racconteranno storie).                                                    

 

Operai, insegnanti e ragionieri di Romagna, guardate questo sfolgorante cielo stellato! (non conoscono le costellazioni).

Allora si comincia a raccontare come ogni costellazione corrisponda a un guerriero del deserto, e come anche un romagnolo può far parte gratis di questi eroi, perché il cielo, come la sabbia, come i tramonti, sono di chiunque, e dopo aver pregato, le nostre chiacchiere di guide si mettono in movimento in una specie di mille e una notte improvvisata, nella quale le storie degli eroi delle stelle prendono una piega un po’ islamista classica, o cristiana caritatevole, o pagana sanguinaria, e con finali sempre diversi, delle volte stile americano, altre stile belva del sahara, con scambi di protagonisti dove il buono e il cattivo sono democraticamente arabi, touareg o europei, poi qualche asiatico s’intromette e ne viene fuori una versione samurai del deserto. Alla fin fine le esistenze nelle sabbie non si distinguono più, ciascuno è per fantasia tramutato in animale, colpo di vento, guerriero multiruolo o semplicemente amante perduto insensibile alla sete. 

In questo sogno la guida Kel-Fadei a perpendicolo sulla Grande Duna di Mirabilandia, attende pazientemente il da farsi. La cremagliera si sblocca d’incanto e precipito con il mio carico di turisti in un’oasi a scelta, può essere un’oasi la più diversa, tanto loro non le distinguono, e allora dato che una vale l’altra, casualmente siamo arrivati a Wal Hassad, un’oasi piena di contrabbandieri scappati dai bombardamenti.

I turisti arrivano come attesi e benvenuti, e questo facilita lo scambio di opinioni per il fuoriprogramma dell’imprendibile tour operator. Una sorpresina. Insomma un fuoriposto così non capita tutti i giorni. Diciamo che è una specie di regalo per la simpatia che ci ispira il gruppo italiano. I turisti non sanno che il punto di non ritorno è da un bel po’ superato, non sanno nulla di tutta questa gente che si fa fotografare e ride. Non sanno che toccherà a questa gente spargerli nelle sabbie.

Adesso il parco giochi organizza un’animazione come la sanno fare solo i frodeur.

Voi turisti proverete inseguimenti e catture, vedrete tank incendiati dalle mine anticarro, e nella notte il cielo verrà attraversato da raffiche traccianti, visiterete carcasse di droni Nato e campisanti di Al Qaida, le ore di marcia per raggiungere un pozzo di montagna saranno estenuanti e gli scollinamenti giù da dune gigantesche fermeranno il cuore per pochi secondi, e verrà garantito l’avvistamento in lontananza di migranti in agonia. Tutto inizierà come se fosse un eccitante safari, questo promette l’imprendibile e clandestino tour operator specializzato in fuoriposto.

 

Alcuni di questi safari si protraggono più del previsto, altri non si sa proprio quando finiscono. Tutto dipende da come ci spostiamo per fuggire dai contractors o dalle spie ingaggiate dai liberatori.

Il vuoto è diventato un fuoriprogramma permanente.

Siamo tornati più e più volte a Wal-Hassad da queste animazioni safaristiche. I miei turisti sono stremati e attoniti, alcuni di loro ci hanno lasciato la pelle, altri sono feriti o solo scioccati, dicono che stanno sognando, che non è vero niente, che li abbiamo drogati con qualcosa nel te, vivono un’illusione, sono un gruppo abbandonato e non più turistico, solo ragionieri, operai, insegnanti, impiegati, finiti in un fuoriposto che gli ha cambiato l’indole, alcuni si sentono un po’ predoni altri solo un po’coglioni, alcuni sono già usciti di testa, altri hanno pericolose euforie, dipende dai tipi. Passano settimane, poi non passa più niente, il tempo scompare nelle loro zucche, hanno intanto imparato qualche parola di arabo, si ritrovano a sgozzare capretti con noncuranza, ad arrotolarsi il tagelmoust con quattro precisi movimenti, e quando (silenziosissima notte dopo silenziosissima notte), si ode da grande lontananza il rombo dei caccia Nato, si accendono fuochi e si fa molto tè. Quello che rimane dei turisti balla attorno ai falò per dimenticare ciò che ormai sanno da tempo (che non si sa quanto tempo sia): nel buio la guerra continua sulla costa, e il vuoto delle sabbie fa tutto sordo e lontano, e ci sono loro compaesani con la tuta e il casco dentro aerei da combattimento che spadroneggiano ovunque (quasi ovunque).                                                    

I non più turisti ondeggiano, fanno piroette, ridono per scordare che i loro consimili li hanno tagliati fuori. Anche noi ridiamo, e non dimentichiamo. Alba dopo alba i romagnoli scordano che avevano una data di ritorno, quasi ci fosse una distrazione continua, come in un tutto compreso dove l’imprendibile tour operator scompiglia le date, come un sogno di costellazioni mescolate con guerrieri mescolati, dove ognuno sente di poter fare una parte.

Molto tè, molti fuochi, molte notti, molte chiacchiere, delirio come un trattino che unisce tutti i fuggiaschi a ogni stella, fino a farne una nuova costellazione ingrossata da turisti rimandatari, un po’svagati, un po’ sanguinanti, che rimuginano il loro ritorno come ormai facoltativo. Dicono che sono prigionieri della costellazione di Wal-Hassad, ma che una notte tutto cambierà, ci sarà un’apparizione. Avverrà su di una pista di polvere immensa piallata da una meteora, l’apparizione prenderà la forma di un atterraggio, l’atterraggio di grande aereo charter predisposto dall’imprendibile tour operator specializzato in vacanze fuoriposto. Verrà a portarli a casa, e se anche l’imbarco sarà un po’ caotico, (seguendo le consuetudini di queste parti), tutti avranno una poltrona senza sborsare nulla, visto che il viaggio da Wal-Hassad a Mirabilandia è offerto gratuitamente. Ovviamente tutti sanno che il volo, essendo gratuito, ha la frequenza di quando gli pare e bisogna solo sperare.

 Nel sogno i non più turisti aspettano e aspettano, accampati ai lati della pista meteoritica di Wal-Hassad. E’ come un serraglio di altri tempi, c’è un via vai di Warfalla, Tebu, Tuareg mischiati a decine di turisti non solo romagnoli ma di varie nazioni. Poi, così a casaccio, in una delle tante silenziosissime notti, si ode da grande lontananza un rombo grosso e molto vasto nell’aria, non è un caccia, è più lento e basso, i suoi fari bucano il niente nero. Sulla pista si accendono centinaia di fiaccole e l’euforia diviene incontrollabile. Tutti si spostano alla rinfusa, e le fiaccole che dovrebbero illuminare la pista in modo retto, parallelo e regolare, oscillano e divengono un serpente di fuoco. Il pilota, che è un italiano di Lugo, si concentra sulla pista ondeggiante di fiaccole, manda tutti affanculo, butta giù la cloche e facendo il pelo alla combriccola, atterra perfetto.

A questo punto, stranamente, non tutti salgono, alcuni dei non più turisti cedono i loro posti a Warfalla feriti e Tuareg braccati, gli infilano nelle tasche degli euro che a loro tanto non servono più a niente, e dicono di non aver fretta, aspetteranno il prossimo volo, e l’aereo dell’imprendibile tour operator parte con molti clandestini.

 

Nuove storie ingrossano le leggende della costellazione di Wal-Hassad. Storie di battaglie sanguinose e lunghe indecisioni turistiche, storie senza capo ne coda, piene di amnesie e di una gran quantità di allucinazioni dove appaiono fantasmi di turisti che tornano a casa e gli amici chiedono com’è stata la vacanza. Loro iniziano con la storia di una peregrinazione nel Sahara più remoto alla ricerca dell’oasi perduta di Zerzura, che il conte ungherese Almasy disse di aver trovato nel grande mare di sabbia mentre era al soldo dei servizi segreti nazisti…, turisti che dopo questo inizio cominciano a confondersi, a non essere più chiari, poi c’è come un vuoto.

Non ricordano più niente e danno la colpa alla prima cosa che gli passa per la mente, tipo la spossatezza per la troppa sabbia attraversata. Fanno figuracce a raffica e gli amici li prendono per scemi. Tutto evapora, sono rimpatriati senza storia, non ricordano un bel niente, al massimo un’immagine polverosa, Wal qualcosa si chiama, è piena di predoni e fuggiaschi che ogni tanto scorazzano smitragliando non si sa a chi, poi il sole si abbassa nella mente senza memoria come una gigantesca bandiera giapponese.

I fantasmi turistici si lasciano scappare che vorrebbe ritornarci, ma non ricordano più la rotta per arrivarci. Il tempo passare altrove, su altri meridiani e latitudini, a tratti il vento fa mulinare cartaccia colorata nella sabbia, leggono parole stinte con foto stampate che inneggiano a un meraviglioso tour nel Sahara. Da dove vengono sti depliant? Perché li hanno sempre tra i piedi?…

 

Se oggi uno mi domandasse se si erano fatti rapire o erano stati rapiti, non saprei come rispondere. Quando la guerra divampò dalla costa fin dentro le sabbie, noi ci tenemmo questi intrappolati nei nostri confini (che si sa, sono un più o meno circa).

A quel tempo ogni tribù Warfalla, Tebu o Touareg aveva qualche decina di turisti in ostaggio, nessuno li voleva più indietro, dunque non si poteva barattarli. Si era obbligati a tenerseli.

All’inizio molti di loro morirono d’insolazione o di stenti o impazzirono. Nelle zone minate ne saltarono per aria diversi. Quelli che tenevano botta vivevano con noi. Passò del tempo, non ricordo quanto tempo, i bombardieri se ne tornarono a casa, e loro furono costretti a capire: i paesi di origine li avevano abbandonati, la guerra era costata cara, il mondo andava a rotoli e c’erano nuovi padroni sulla costa, si stava concentrati sul business della ricostruzione e sul pompare a più non posso dai pozzi petroliferi, i turisti non erano una priorità, solo un fastidioso inconveniente, come un portafoglio smarrito. Era passato troppo tempo. Si sa come vanno queste cose. Erano diventati diversi. Se l’odore d’erba fresca del giardino di casa fosse arrivato ai loro nasi sarebbero svenuti.

Se si fossero presentati all’antico posto di lavoro non li avrebbero riconosciuti. I figli, i mariti e le mogli li avrebbero un po’ festeggiati ma dentro un’altra vita che intanto si erano fatti. E se casomai noi avessimo spedito un video ai parenti per mostrare la loro situazione, sarebbero comparse immagini di pirati barbuti con tuniche strette da cinghie, ai piedi sandali aperti o stivali slacciati, il volto coperto da stracci neri e dentro, tra le rughe che la sabbia incide in faccia, due occhi pazzi. E le sorelle e le madri e le amiche avrebbero visto donne in jeans con pezze di pelle, ricoperte da lunghe casacche di cotone con il tagelmoust arrotolato al volto e berretti mimetici infilati sopra. Donne armate di coltelli, con a tracolla ghirbe e borse di tela con attrezzi per lo sminamento.

Così hanno deciso le stelle, la guerra e le sabbie.               

Ora sono nomadi per necessità di fuga. Ora hanno un luogo sempre diverso. Ora sono parte del fuoriposto.

Non vogliono essere rimpatriati. Non vogliono tornare a casa. Siamo onesti, siamo fuori tiro da tutti, nessuno di nessuno verrebbe in un fuoriposto che ti svuota la memoria, così, senza un senso o un perchè.   

Se intanto ci avete costruito sopra una teoria terroristica sul loro non ritorno, a noi non frega niente. Fatto sta che questi guidano sulle Toyota come demoni, hanno fatto figli che zampettano come scorpioni, non sanno che farsene dei loro vecchi gps, vagano nella notte agganciandosi alle stelle e di giorno sono fantasmi senz’ombra che non sollevano polvere. Sono persi nel niente, sono un fuoriprogramma continuo. Voi li avete dati per persi, non noi, e loro hanno risposto con l’unica arma che avevano, uno svaporamento della memoria.

Quindi mettiamola così, quello che hanno imparato non sanno dove metterlo se non qui, non lo possono portare ad esempio a casa loro, e questo non va bene per voi, perchè il vostro mondo, cari miei che ci fate la guerra, è un mondo dove tutti vogliono stare al loro posto, salvo occasionalmente venire a romperci i coglioni.  

Il sole sorge a Mirabilandia e illumina la Discesa della Grande Duna. La motrice a strapiombo sul Nilo Azzurro ho fatto fatica a sbloccarla, ho una mano malmessa. Io sono solo un uomo nero. Solo il macchinista collaudatore. Lo ero prima di sognare, lo sono al risveglio e, credetemi, mi sento estraneo a ogni sospetto. Non ho niente a che fare con turisti avventurosi. Sogno solo. Sono solo.

Non ho nessuna responsabilità, e adesso ho voglia di una piadina. Ma prima vorrei fare chiarezza: il sogno cattura noi guide nei momenti di spossatezza, cambia le carte in tavola e imbroglia i nostri cammini, e così che ci sbatte fuoriposto.

Avevo una mano bendata, ero seduto in una poltrona di aereo, sono riuscito a vincere il dolore e ad addormentarmi, e sognare un lungo viaggio fino a questo paesaggio umido e sconosciuto.

Qui a Mirabilandia le guide si risvegliano in uno strano luogo turistico, un parco divertimenti pieno di animazioni, la leggenda dice che da questo parco in tempi remoti alcuni turisti partirono per un’avventura sahariana, qui sono atterrato non so come. Voglio lavorare in santa pace senza che nessuno s’impicci del mio passato.

L’accusa potrebbe sostenere che quel che ho detto in sogno fa parte della vita da me condotta, e non c’è proprio un bel di niente di casuale, ma la difesa ha un asso nella manica: questa storia non appartiene più a me, ma a qualcun altro.

Questo sogno che ho raccontato è di proprietà dell’imprendibile tour operator, non è più roba mia. Allora, se proprio volete sapere come sono andate veramente le cose, rivolgetevi a lui (e attenti non farvi cogliere da strane amnesie).

 Andrea Ruggeri

23.01.2012

 

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3 Comments

  1. E’ da tempo che sto pensando a un film scritto da te e da me.. oppure da me e da te :-) forse è arrivato il momento: Un gruppo di turisti si perde al confine tra la Libia e il Ciad. Mentre tentano di scamparla tra predoni e mine antiuomo, non sanno che nel frattempo la Libia è stata invasa…

    non vedo l’ora.

    facciamolo :-)

    questo sogno è anche il mio …

  2. Se avessero un briciolo di idee, se potesse bastare un guizzo per assettare la loro postura, non rimarrebbe altro che dar vita a questo imprendibile e clandestino TO FUORIPOSTO: un’organizzazione specializzata nel condurre umani in posti a loro fuori posto.

    E così ve li immaginate i tossici della movida milanese che si trascinano dentro monotoni boschi appenninici oppure gli assetati di arte e cultura in gita tra le macerie degli anni 70 sulla costa tirrenica della Calabria?

    Sogno solo, sono solo è l’essenza del fuoriposto e questo film di cui parlate potrebbe benissimo raccontare storie nelle quali l’intorno è altro, l’opposto delle sabbie, delle grandi dune.

    Un gruppo di turisti è isolato sulla Sila: una incredibile nevicata li costringe a riparare al Villaggio Grechi a Tirivolo. Per fortuna tutto funziona: luce, acqua, internet. Manca solo la tv. Al disgelo se ne tornano a casa ma nel frattempo umane vicende hanno profondamente modificato le loro relazioni: tutto è assolutamente come prima ma loro sono totalmente fuoriposto.

    Quando vi trovate?

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