Giornalisti, ancora uno sforzo
“Francesi ancora uno sforzo” era il titolo di un vibrante opuscolo con cui il mai abbastanza compianto marchese De Sade invitava nel 1795 i suoi connazionali ad uno sforzo ulteriore, finale, per poter realizzare appieno i veri obiettivi della Rivoluzione del 1789. Lo stesso appello temo che vada rivolto oggi a noi giornalisti, visto che siamo come non mai in crisi di identità e di prospettive, in un mondo dell’editoria che cambia ad una velocità straordinaria e che richiederebbe ben altre capacità di quelle messe in campo dai nostri organi di categoria per poter governare il futuro, o quanto meno per provarci, con una adeguata lucidità e l’indispensabile coraggio.
Quello che servirebbe - e che quasi mai si trova nelle riflessioni che si fanno all’Ordine e nel Sindacato – è riuscire a pensare all’oggi sulla base delle tendenze del domani. Pensare cioè al “presente avanzato“, vale a dire ” a ciò che sta accadendo ora, materialmente, nelle zone in cui si creano nuove soluzioni e si riscrivono le nostre mappe mentali, sentimentali, comportamentali”. Può sembrare una banalità ma non lo è. Il domani di cui si parla è infatti quello che intravediamo già nella nostra esperienza personale, quotidiana, di consumatori di notizie prima ancora che di giornalisti. Ed è un domani che trova poca rappresentanza nel nostro dibattito “interno”, schiavo di una liturgia miope e vetusta, che rischia di venir spazzata via così come è stato per la messa in latino, con buona pace dei suoi estimatori. 
Faccio qualche esempio. Tutte le mattine, in redazione, continuo sì a sfogliare la mitica “mazzetta” dei giornali ma senza la foga di un tempo, perchè in realtà il grosso delle notizie mi arriva dai social network e soprattutto dai feed che ho inserito sul pc fra i miei “preferiti” ; i quali non necessariamente – anzi, quasi mai – coincidono con quelle che sono le tradizionali “testate” giornalistiche ma si identificano semmai con un singolo giornalista - “che vale la pena di leggere” - oppure con un blogger, un gruppo, una community, un’associazione, insomma con chiunque sia portatore di un effettivo valore aggiunto nel mare magnum dell’infobesità che ci sommerge. Il mio rapporto con l’informazione – mio come di molti colleghi – si è cioè allargato e personalizzato, anche perchè la rivoluzione digitale ci consente di variare la nostra “dieta” quotidiana di notizie. E questo da un lato ci offre molte più possibilità per fare bene il nostro lavoro e dall’altro ci obbliga a rimodellare radicalmente il nostro modo di lavorare. Cambia infatti il rapporto con le proprie fonti, il modo di reperire le notizie così come il modo di scrivere un articolo, il rapporto fra giornalista e testate così come quello fra il giornalista e i suoi lettori. E’ un universo in piena evoluzione, in cui i “ferri vecchi” del mestiere resistono ma solo in parte, penalizzando chi non è capace di adattarsi al nuovo e non può (o non vuole) provare a governarlo.
Qualcuno si chiederà cosa c’entra tutto questo con la battaglia che si preannuncia per il prossimo CNLG o con l’auto-riforma che si impone dell‘OdG. Beh, secondo me c’entra, eccome. Il mutamento epocale che stiamo vivendo – e che coinvolge, chi più chi meno, tutti i fruitori di notizie – non può che avere effetti sul mondo dell’editoria, cartacea e digitale. Ne condiziona infatti le vie d’uscita dalla crisi e, quindi, i processi di ristrutturazione delle testate, guarda caso tutti diversi e confusi – come evidenzia l’ottima analisi fatta da Pierluca Santoro ; e finisce per incidere inoltre sulla nuova organizzazione del lavoro che sottotraccia sta già emergendo, con ricadute sia sui contrattualizzati che sui giornalisti precari e gli atipici, che ormai sono la maggioranza della categoria. Serve perciò darsi una mossa. Singolarmente e come categoria. Esiziali, anacronistiche e fuorvianti appaiono in questo quadro le interminabili querelle che oppongono la FNSI all’Ordine, l’Ordine all’INPGI, e gli stessi precari ai contrattualizzati. Per restare in tema di Rivoluzione Francese varrebbe la pena semmai di convocare gli Stati Generali del Giornalismo. E non lo dico per scherzo.











Come mi accade spesso, sono d’accordo sulla tua diagnosi ma meno sulla prognosi. Nel senso che non ho alcuna fiducia nè sul buon senso della categoria, nè sull’esistenza di un tempo residuo per mettere in pratica quanto auspichi prima che la categoria medesima abbia tirato le cuoia.
Insomma, la nostra mi pare ormai una battaglia comunque di retroguardia.
E’ certamente vero che il lettore si sposta dal giornale all’autore e che questo restituisce in parte al giornalista una centralità perduta, incidendo anche sull’organizzazione del lavoro e sulla “nuvola” stessa dell’informazione.
Ma la sensazione è che non possa incidere sulla nostra remunerazione, ragione per la quale, in fondo, siamo qui e senza la quale in ogni caso non si può campare.
Non c’è dubbio che certi dualismi più o meno artificiosi o politici siano assolutamente obsoleri e che la necessità di tutti sarebbe di superarli in un progetto di “nuove sintesi”, ma ne abbiamo lintrinseca forza? O meglio: i giornalisti sono una forza? E non piuttosto un’armata Brancaleone dispersa in mille rivoli inconciliabili e tenuta insieme solo da un mastice formale?
Ecco: anche a me piace molto l’idea della convocazione degli stati generali del giornalismo, da me più volte evocata sul blog.
Ma non vorrei che l’assemblea si concludesse con lo scioglimento della categoria, anzichè con il suo rafforzamento.
ps: scusa i refusi di battitura, ma ho da poco cambiato tastiera.