Giullari di corte

ott 28, 2011 by

Giullari di corte

E mo’ chi glielo dice a Eros Ramazzotti che il concerto di stasera a Tashkent – i biglietti vanno da 150 a 200 euro, in un Paese (l’Uzbekistan) dove il reddito pro capite supera a stento i 3000 dollari annui – è una macchia nera nella sua carriera, visto che soddisfa solo i capricci e fa un’indegna pubblicità a un tiranno, il presidente a vita Islam Karimov, che è accusato delle peggiori nefandezze?  E che non mi si dica per favore che la musica non ha tempo da perdere dietro alle denuncie di Amnesty International. La verità è che pecunia non olet. E gli artisti hanno un bel po’ di peli sullo stomaco, anzi un comodo tappeto, che consente loro di passare senza problemi di coscienza dalle Partite del Cuore a quelle del Portafoglio, fino a fare  affari con i dittatori della peggior risma. 

L’elenco è lungo. Prima di Eros Ramazzotti a suonare per Karimov – e ad ignorare che il suo è “uno dei governi più repressivi al mondo, assieme a Birmania e Corea del Nord”, secondo Human Rights Watch - erano stati in tanti: da Sting a Ennio Morricone, da Julio Iglesias a Rod Stewart, tutti pagati a peso d’oro.  Così come il grande Maradona, che  non aveva esitato ad  esibirsi, l’11 maggio scorso, nello stadio di Grozny, per la gioia del tiranno ceceno Ramzan Kadyrov, un vero bandito (leggere per credere quello che scriveva su di lui Anna Politkovskaja). Assieme a Figo, Barthez, Baresi  e Costacurta. L’elenco delle esibizioni discutibili potrebbe continuare. Perchè il mestiere del giullare di corte non è mai morto. Solo che quelli del passato onoravano quasi sempre il loro ruolo, che gli consentiva anche di sbeffeggiare il Re e dirgli in faccia quello che i sudditi non avrebbe mai osato (e potuto) dire. Questi giullari di oggi, assoldati alla giornata, sono invece pronti ai salamelecchi più ignobili per un assegno.

Per fare un passo indietronel 1976, la squadra italiana di tennis (Panatta, Barazzutti e Pietrangeli) vinse la Coppa Davis andando a giocare la finale nel Cile di Augusto Pinochet. Ma almeno se ne discusse e ci furono feroci polemiche, fra chi riteneva che lo sport non dovesse essere mischiato alla politica e chi invece credeva che il match rappresentava di fatto una ghiotta opportunità pubblicitaria, una vetrina perfetta, per il dittatore con gli occhiali neri. Oggi invece sportivi ed artisti, pur di guadagnare soldi e popolarità, vendono l’anima al diavolo, senza neanche farsi il segno della croce. 

Scriveva Ignazio Silone: “Quelli di essi che sono […] essenzialmente vanitosi, non dovrebbe essere difficile prenderli dal lato debole, mediante premi, corone d’alloro, seggi accademici, sinecure statali. Tenete conto che l’esercizio esclusivo di un’attività spirituale assai spesso deforma il nor­male equilibrio psichico, producendo il narcisismo. Solo po­chi intellettuali e artisti sfuggono realmente a questa malat­tia professionale. Giacché nella sua inevitabile solitudine il narciso è gonfio di risentimento contro la società, egli resta profondamente commosso da eventuali omaggi del nuovo Capo dello stato. In linea generale si può dire che l’intellet­tuale o l’artista si compiace istintivamente di tutto ciò che favorisce la propria fama e detesta quello che la danneggia. La sua concezione del bene e del male, nel suo foro interno, poggia su queste premesse. Comunque, ogni sua eventuale incertezza scomparirà appena avrà sentore che l’omaggio au­torevole potrebbe, in sua vece, favorire qualche collega”. (tratto da: La scuola dei dittatori, 1938)

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