Gli USA e le belle statuine

mar 8, 2013 by

Gli USA e le belle statuine

Mancano solo 10 giorni all’inizio della sua prima visita ufficiale in Medio Oriente e vorrei suggerire al presidente americano Barack Obama di mettere in valigia  queste due foto: la prima, la vedete in copertina, è stata scattata qualche giorno fa nella città di Raqqa, in Siria, e documenta la distruzione della statua del presidente  Hafez al Assad ; la seconda, qui sulla destra, è stata scattata invece a Baghdad e documenta l’analogo destino riservato nel lontano 2003 alla statua di Saddam Hussein.

Sul piano simbolico le due foto trasmettono lo stesso messaggio. Diversa però è stata la loro genesi e diverso, soprattutto, l’effetto che hanno avuto. Lo sbullonamento con caduta catartica della statua di Saddam finì infatti  in  diretta e in mondo-visione, anche se era stato costruito con un’abile regia dai comandi americani che guidavano la guerra contro l‘Iraq: con le telecamere costrette a zoomare perché in piazza non c’era molta gente e i marines costretti a fare il lavoro sporco, per costruire un set adeguato allo scatto giusto. A Raqqa invece i mass media mainstream non c’erano e le poche immagini fatte dai media-attivisti locali non sono state riprese da nessuno, tant’è che l’aviazione siriana ha potuto tranquillamente bombardare la piazza in cui la statua di Assad  giaceva a terra, in un tripudio di popolo, per punire chi aveva osato farla cadere nella polvere (vedi video). Una vera beffa: in Siria c’è una rivolta di popolo che fa fatica a farsi spazio anche nell’iconografia ufficiale; in Iraq ci fu invece una guerra di conquista che ottenne le prime pagine camuffata da guerra di liberazione.  

Tra le due foto corrono dieci anni. Che non sono pochi. Nel frattempo si è chiusa l’(ingloriosa) era Bush ed è arrivato Barack Obama.  Grazie a lui, diamogliene atto, gli Stati Uniti sono riusciti a liberarsi dall’incubo paranoico in cui erano piombati dopo la tragedia dell’11 settembre, hanno smesso di credere che la democrazia si possa esportare con le armi e infine, almeno a parole, non pensano più che l‘Islam e i popoli musulmani siano il loro peggior nemico.  E però, va detto anche questo, l’immobilismo di fronte alla tragedia siriana e l’accettazione supina della real-politik non sono affatto degni di un leader come Obama che vorrebbe rendere migliori l‘America e il mondo. “Cerchiamo un nuovo inizio” – disse Obama nel suo famoso discorso  del 2009 all’Università Al Azhar del  Cairo –  ma i siriani sono due anni che aspettano ed hanno già avuto 70mila morti.

 

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2 Comments

  1. Andrea

    Mi scusi, mi è capitato di leggere questo articolo è vero ciò che dicono?? lei magari conosce meglio i fatti??

    http://www.contropiano.org/esteri/item/15360-siria-il-ribelle-ucciso-dai-ribelli?fromfbpage=1

    Inoltre come commenta l’attentato di qualche giorno fa al vecchio teologo sunnita Mohammed Said Ramadan Al Buti; chi era? che minaccia poteva rappresentare un teologo 90enne??
    http://www.repubblica.it/esteri/2013/03/21/news/siria_attentato_moschea-55089044/?ref=search

    • admin

      Guarda Andrea, come al solito CONTROPIANO strumentalizza e deforma: è vero, la morte del mio amico Abdullah Alyasin è da imputare ad un regolamento di conti interno ai “ribelli” siriani – non so se per ragioni “politico-religiose”, come sostiene la ricostruzione fatta da SIRIALIBANO o per più sqiuallide ragioni di interesse (soldi, pare, come mi hanno riferito diverse fonti sul posto). Questo però non vuol dire, come recita furbescamente il “cappello” che Contropiano piazza sull’articolo di SiriaLibano, che la rivoluzione siriana non è mai esistita e che l’estremismo religioso sia preponderante fra le fila dell’ESL. La verità, banalissima, è che le rivoluzioni non sono mai un pranzo di gala. sono processi contradditori, fatti di spinte diverse, anche contraddittorie, ed interessi di varia natura. Non c’è da stupirsi e non c’è da strumentalizzare questa complessità per avvalorare una visione ideologica (come quella di Contropiano) che non trova se non riscontri marginali in quello che succede in Siria.

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