Gangnam in stile salafita

mar 1, 2013 by

Gangnam in stile salafita

Gangnam o Harlem shake? La querelle non appassiona per niente i salafiti tunisini, che non vogliono saperne né dell’uno né dell’altra, ritenendole “danze occidentali di miscredenti“. Ed è subito battaglia, a Tunisi come a Sidi Bouzid,  perché invece i giovani questa danza l’adorano e ne hanno fatto anzi un simbolo virale ed una nuova forma di protesta contro l’integralismo religioso che avanza a grandi passi nel loro Paese, mettendo a rischio la Libertà conquistata con cacciata del dittatore Ben Ali e la Rivoluzione del 14 gennaio .

D’altronde, che i salafiti costituiscano oggi un problema serio in Tunisia, da  non sottovalutare, se n’è accorto anche l’International Crisis Group, che ha appena sfornato un bel dossier sull’argomento. S’intitola “Tunisie: violence et defi salafiste” (in francese e inglese) e ne consiglio la lettura a chiunque voglia approfondire questo tema, su cui troppo spesso si leggono sciocchezze. L’analisi dell’ICG ha il pregio, invece, di andare oltre la facciata del fenomeno, di tenerne ben presenti le radici – sociali, oltre che religiose – e di contestualizzarlo puntualmente nel difficile contesto post-rivoluzionario tunisino.                                                 

Tre sono, secondo l’ICG, gli elementi su cui riflettere. Il primo è la presenza sempre più radicata dei gruppi salafiti nei villaggi e nei quartieri popolari delle città tunisine. Il dossier avanza anche una cifra – 50mila militanti, a cui bisogna aggiungere poi le famiglie – ma più importante dei numeri è l’analisi di come questi gruppi siano riusciti pian piano a diventare degli attori  ineludibili della vita economica e sociale. Approfittando della crisi dello stato sociale, a cui si sono sostituiti, come e meglio di Ennadha, il partito islamico al potere. Il secondo elemento è invece il braccio di ferro in corso fra due diverse concezioni dell’islam, una più tollerante – rappresentata da Ennadha, sia pur fra mille contraddizioni – e l’altra più dogmatica, rappresentata sia dalla lobby del cosiddetto “salafismo scientifico” – che opera a stretto contatto con le autorità politiche, religiose ed amministrative – sia dai gruppi politici più militanti e apertamente jihadisti. Sono questi ultimi a praticare la violenza, in nome del rispetto del vero Islam e in chiave di “vigilanza”, contro le componenti laiche e secolarizzate della società tunisina. Ennadha finora non ha saputo come trattarli,preferendo troppo spesso la carota al bastone, sulla base dell’idea che il fenomeno salafita sia “passeggero”. E che sia così o no, poco importa in termini di politica e di sicurezza. Perché – terzo elemento su cui riflettere secondo il dossier – non bisogna sottovalutare l’esistenza di gruppi salafiti armati, che si approfittano della porosità delle frontiere maghrebine e saheliane – il commando che ha attaccato il complesso petrolifero algerino di In Amenas era costituito in larga parte da tunisini – e che pur non considerando la Tunisia terra di jihad potrebbero cambiare idea.

La Tunisia, conclude l‘ICG, sta vivendo oggi la crisi più grave degli ultimi anni.La sfida posta dai salafiti può essere affrontata senza mettere all’indice la componente più islamizzata della società, come ai tempi di Ben Ali: “Una repressione non mirata e sulla base della presunta appartenenza politica o religiosa non farebbe altro che incoraggiare un gran numero di salafiti alla violenza”. Bisogna invece puntare ad una triplice risposta: una risposta ” sociale”, con l’intento di prosciugare l’acqua in cui i salafiti sguazzano, nelle periferie delle grandi città e nei villaggi abbandonati della Tunisia profonda; una risposta “ideologica”, che promuova un islam tollerante, in linea con la tradizione nazionale e rispettoso delle libertà di tutti; e infine una risposta di “sicurezza”, che metta al riparo il Paese da infiltrazioni destabilizzanti dei gruppi terroristici regionali. Messo in cantiere questo processo, chissà, per le strade di Tunisi si potranno ballare in santa pace sia lo gnam gnam che l‘Harlem Shake.

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