Hic sunt leones

mag 24, 2012 by

Hic sunt leones

Aeroporto di Monrovia, estate 1994. Faccio appena in tempo a scendere dalla scaletta del mio aereo che due tipi in abiti civili mi si incollano addosso, sbraitando come indemoniati. “Veni, vieni, ci pensiamo noi”. Sono l’unico bianco, su questo volo di Air Ivoire,  e nel breve tragitto che dalla pista porta  agli uffici non c’è verso di seminarli. Il primo riesce anzi a strapparmi il passaporto che, come uno stupido, ho già in mano; e il secondo fa lo stesso con lo zaino, che pencola dalla mia spalla. Mi sento perso. Li vedo  spingere e farsi avanti nella calca, ma non ce la faccio a restare in scia. Li perdo. E mi ritrovo da solo a sudare freddo in una squallida hall dove ci sono degli uomini armati che frugano senza criterio nelle valigie degli  altri passeggeri, quasi tutte donne dai pagne coloratissimi, che trasportano paccottiglia nigeriana. Nessuno  sembra badare a me. Mi siedo a terra e mi  sforzo  di ragionare. Niente da fare. L’unica cosa che mi viene in mente è che mi trovo in Liberia, nel caos della guerra civile. E allora, mi dico, chi vuoi che si preoccupi di un giornalista bianco a cui hanno appena fottuto bagaglio e passaporto?  “Tutto ok, andiamo”. Dopo venti minuti di penoso cortocircuito mentale, l’apparizione dei miei due angeli custodi è un refrigerio insperato. Li seguo fuori come un cagnolino, fino alla macchina. Mi ridanno il passaporto, timbrato, e lo zaino, intatto. In cambio però mi tocca dargli 300 dollari. Una rapina. Ma il peggio è che mi sento quasi riconoscente nei loro confronti. E non riesco a maledirli come dovrei.

Non è una patologia riconosciuta, ma lo “choc da sbarco” secondo me esiste ed è sempre in agguato. In genere colpisce i viaggiatori solitari, e soprattutto quelli che – per lavoro o per piacere - frequentano mete poco battute, dove non ci sono regole che tengano, tantomeno quelle di Alpitour. Come dicevano i romani: Hic sunt leones. Posti dove, in particolare se ci arrivi di notte, la marea umana che ti accoglie rischia di travolgerti e mette a dura prova le capacità di sopravvivenza anche del viaggiatore più scafati. Oppure posti dove ad accoglierti è il nulla, la desolazione più totale, e devi inventarti soluzioni inedite per poter arrivare alla tua vera destinazione: fare l’autostop, magari, a aspettare una giornata intera che qualcuno venga a cercarti, come è capitato una volta a me in Uganda, quando un piccolo Fokker delle Nazioni Unite mi ha sbarcato in mezzo al bush, a 40 chilometri dal campo profughi che dovevo visitare, e senza che nessuno fosse avvisato del mio arrivo.

Lo choc da sbarco si manifesta comunque con forme diverse. Conosco un collega ingenuo che, sbarcato in Benin, per la prima volta in Africa, si è fatto sequestrare tutti i soldi che aveva da un doganiere furbo e dall’aria truce che voleva metterlo in galera per importazione clandestina di valuta. Ed ho amici un po’ stupidi che vanno in crociera ma non scendono mai dalla nave, per paura di beccarsi qualche malattia nei posti stupendi che pure potrebbero visitare. C’è infine, ed è capitato un po’ a tutti, chi paga una follia la prima corsa in taxi, dall’aeroporto all’albergo, mettendolo in conto al’acclimatamento, che va per tappe ed ha un suo prezzo. Nessuno è perfetto, insomma. Ma è sempre meglio lo choc da sbarco che la sicurezza artefatta dei viaggi di gruppo, all inclusive e senza emozioni.

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