I bambini di Tawargha
Sorridono, i bambini di Tawargha, mentre cantano in gruppo, per i pochi visitatori che vengono a trovarli in questo campo profughi alla periferia di Tripoli, la ballata della loro disperazione. Hanno riadattato una vecchia canzone libica, mettendo in versi la loro spaventosa odissea: i miliziani di Misurata che attaccano le loro case, la città data alle fiamme, la lunga marcia a piedi 80 di km, e poi la nuova vita in queste baracche di lamiera, la paura costante di nuovi attacchi, lo stupore di chi scopre da un giorno all’altro che è il colore della propria pelle a scatenare l’odio. ” La Libia era un Paese solo - dice la canzone - da nord a sud, da est a ovest. E allora perchè quelli di Misurata ci attaccano con gli RPG?“.
Quella di Tawarga è stata la pagina più nera (e meglio occultata) della cosiddetta rivoluzione libica
contro Muammar Gheddafi. E’ stata scritta il 13 agosto, ma a distanza di sei mesi continua a produrre strascichi ed a sanguinare. Un caso da manuale di epurazione etnica, perpetrato dalle milizie (bianche) di Misurata contro la popolazione (nera) di Tawargha, una cittadina di 40mila abitanti, colpevole solo di aver ospitato la 32° Brigata di Khamis Gheddafi nei lunghi mesi dell’assedio a quella che è stata la città-martire della rivoluzione del 17 febbraio. Ancora oggi non si sa di preciso quante siano state le vittime - almeno un migliaio fra i morti e le persone sparite, ci dicono i profughi – ma quello che è certo è che si è voluto cancellare questa città dalle carte geografiche e che i suoi abitanti superstiti sono stati costretti alla fuga, probabilmente per sempre. A nulla però sono servite le denuncie di Human Rigths Whatch e di Amnesty International: le persecuzioni sono anzi continuate anche all’interno dei campi profughi – nella più totale indifferenza delle nuove autorità - e ancora oggi vengono segnalati uccisioni, violenze e arresti arbitrari. L’ultimo attacco delle milizie di Misurata è avvenuto la settimana scorsa, all’interno dell’Accademia Navale di Tripoli, che ospita un altro gruppo di profughi di Tawarga: il bilancio è stato di 7 morti e una quindicina di feriti. “E’ giusto che chi fra di noi si è reso responsabile di crimini contro la popolazione di Misurata venga punito – ci dice l’anziano che funge da responsabile del campo profughi- ma è assurdo che si voglia punire un’intera città e i suoi 40mila abitanti. E’ giustizia, questa? Ed è questa la nuova Libia?”
In realtà, a Tawarga si è solo scoperchiato il pentolone dei nuovi odi che rischiano di avvelenare il futuro della nuova Libia. Ai tempi di Gheddafi questo odi erano stati assorbiti e al tempo stesso disinnescati grazie al sistema di alleanze e di prebende con cui il Colonnello esercitava il suo potere. Il resto lo faceva il suo apparato repressivo, che spazzava via ogni dissenso.Oggi, invece, l’instabilità politica e lo strapotere delle milizie consentono agli odi di attecchire, di crescere e di diventare un fattore identitario assai potente. Emerge così una Libia divisa fra popolazioni bianche della fascia costiera e popolazioni nere del Sud, fra cui da sempre non corre buon sangue e che oggi possono esibire senza remore i reciproci pregiudizi, soprattutto nelle aree dove sono costrette a convivere. E’ quello che sta capitando ad esempio nell’oasi di Kufra, fra i Tubu (neri) e gli Zwai (bianchi), con almeno una cinquantina di morti nelle ultime settimane. Eppure, entrambi i gruppi si sono schierati con la rivoluzione del 17 febbraio e contro il regime di Gheddafi. Evidentemente, l’essersi sbarazzati del Colonnello non è una condizione sufficiente per costruire una Libia nuova, veramente libera e democratica.











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