I Crazy (*)

lug 29, 2012 by

I Crazy  (*)

(*) Autore: Annalena Benini     Fonte: Il Foglio del 28 luglio 2012

“Quando ho vuotato con furia la borsa sul marciapiede, e la borsa era inanimata, non lampeggiava, non suonava e non vibrava, perché il mio telefono non era più lì dentro, ho pensato a Lucio Dalla. A una sua vecchia e bellissima canzone d’amore, in cui a un certo punto succede che “ho detto olé, sono perduto”. Ho fatto la strada a ritroso, con la folle aspettativa di vedere il mio iPhone corrermi incontro: io che lo sgridavo, ma poi gli davo una carezza, e non ti devi allontanare mai più, capito? Invece lui era spento, nelle mani di un altro, forse già resettato, o forse il criminale che mi aveva portato via un arto pensava anche di poter curiosare nella mia vita, guardare le foto dei bambini, gli autoscatti in autobus per capire se mi ero pettinata prima di uscire, le umiliazioni via email del commercialista (“In assenza di sue notizie entro il prossimo venerdì, devo considerarmi esonerato da ogni incarico e responsabilità”). Anche la playlist con dentro Giorgia che canta: “Ah che bellezza, ah che dolore”. Era venerdì sera, e un gruppo festante di sconosciuti mi spiegava che dovevo bloccare la sim card, chiamando il servizio clienti, ma che con iCloud e un computer potevo anche individuare dove si trovava il telefono, salire su un taxi e urlare: segua questo pallino verde sullo schermo, oppure chiamare la polizia, che sarebbe stata felice di dedicare al recupero di un aggeggio con il vetro crepato due o tre volanti del turno di notte. Non dovrei coprirmi di altro ridicolo descrivendo il senso di smarrimento e di tasca vuota e il desiderio che qualcuno picchiasse il no tav del gruppo degli sconosciuti che mi consigliava di approfittare del furto per disintossicarmi e apprezzare la libertà (non ero tossica, avevo solo bisogno del mio telefono, poteva arrivarmi una mail proprio in quel momento, chi si sarebbe preso cura di lei? eliminarla senza leggerla, lamentarmi della enorme quantità di spazzatura, fuggire, procrastinare, invocare un mondo senza email, ma comunque ricevere, questa è la libertà; il tizio non solo indossava i bermuda, ma voleva imporre la superiorità del canto degli uccelli su WhatsApp, approfittando del mio dolore).                                                       

Poiché non controllo il telefono tutti i secondi, non ho suonerie personalizzate per ogni numero in rubrica, non ho nemmeno l’icona Facebook sullo schermo (l’ho avuta, ma non riuscivo a disattivare le notifiche dei poke), uso molto le email e i messaggi ma telefono pochissimo, a numero privato non rispondo perché mi fa molta paura, ho quasi soltanto l’applicazione della torcia per quando controllo i bambini al buio, proverò a limitare il discredito allo stato della sola prima notte senza iPhone, eh sì, mai comodino fu tanto vuoto, con il filo della carica che penzolava solitario, cadaverico, inutile. Tagliata fuori dalla società civile, dalla luce verde della speranza, anche dal ripiego del telefono fisso (l’abbiamo tolto quando alle sette di domenica mattina continuavano ad arrivare chiamate da tutto il mondo: persone che volevano prenotare un letto nell’Ostello degli Angioletti e chiedevano quanto era il sovrapprezzo per le lenzuola. Un paio di volte ho accettato la prenotazione e promesso il bagno in camera), costretta a spiegare anche ai parenti che no, non lo sincronizzavo da tempo, non facevo mai il backup quindi avrei perso la maggior parte dei numeri di telefono, e a memoria conosco soltanto una serie di numeri disattivati da anni e no, niente iCloud, sì sono una sprovveduta, va bene, buonanotte, ti scrivo domani un telegramma per dirti se ho risolto. E’ ingiusta la discriminazione che operano i tecnologici e gli organizzati nei confronti del resto del mondo: pensano che predisporre il blocco del telefono dal satellite sia la prova del darwinismo, e che se non sei abbastanza previdente da mettere la password che blocca lo schermo ogni minuto, beh, allora meriti il fallimento della vita quotidiana, oltre alla cancellazione della rubrica. La mattina dopo, ancora stordita e senza nemmeno un cellulare di emergenza, ero pronta a fare la fila davanti al negozio di assistenza (mancava mezz’ora all’apertura e già ero la ventesima, tutte facce stravolte ma fiduciose, certi avevano portato i genitori anziani per impietosire gli operatori), ho preso un caffè in un bar affollato del centro, fra decine di persone che twittavano, controllavano il meteo sul telefonino, usavano l’applicazione “coltellino svizzero” per scorporare l’Iva, ascoltavano canzoni con gli auricolari, il proprietario del bar stava appendendo un quadro usando la livella dell’iPhone, una ragazzina si specchiava nell’applicazione “mirror” (è una fregatura, non compratela, non riflette un tubo, meglio aprire l’obiettivo della fotocamera e usarlo al contrario), una madre beveva beata il cappuccino mentre il bambino in passeggino giocava con “puzzle dall’oceano” che fa i rumori del mare, due turiste usavano l’applicazione del cambio valuta per convertire lo yen in euro e comprare altre borse di Prada, insomma la città viveva e non si preoccupava per me, che in mano avevo soltanto la bustina dello zucchero: ho incontrato un amico che non stava parlando al cellulare, non controllava niente, aveva sguardi limpidi diretti ai volti delle persone e non a un micro schermo pieno di ditate.

Guarda che luminosità, che calma interiore, come vive bene, ho pensato, un altro mondo è possibile. L’ho investito del mio dramma, ho detto la solita cosa: sai, non è per il telefono, è l’idea di perdere pezzi della mia vita, le foto che non ho mai scaricato, il video con la bambina da piccola che cantava le canzoncine di Natale, certi messaggi romantici, le conversazioni segrete con la mia migliore amica, insomma non trovava anche lui che io fossi stata davvero molto sfortunata, non avrebbe dovuto offrirmi la colazione e dirmi che avrei presto avuto nuovi e bellissimi ricordi e che c’era un significato più profondo in quello che mi era successo, l’idea del rinnovamento? Invece lui mi ha guardato come si guarda una lumaca che ha perso il guscio e striscia nuda verso la sua fine: io scarico sempre anche i messaggi, ha detto, così se mi intercettano stampo i tabulati di tutto quello che ho scritto e ricevuto. Ho sentito lo schianto della mia inadeguatezza, il peso del disprezzo, ma con le ultime forze ho ribattutto che a prima vista non mi era sembrato tanto paranoico, lo trovavo molto sereno. “Merito di Zeo, mi ha cambiato la vita”. “Hai avuto un altro figlio e non sapevo niente? Zeo? Carino, ma la femmina non si chiamava già Zoe?”; cominciavo a provare imbarazzo, forse quello sguardo luminoso era vagamente allucinato. “Ma no, Zeo Sleep Manager, l’applicazione che regola il sonno, la fase Rem e la fase Deep”. “Non ci credo”. “Guarda che lo usano tutti: dormo con questa fascetta collegata in Bluetooth all’iPhone, che controlla il mio sonno e finalmente sono riposato, sicuro, rigenerato nel corpo e nella mente: ho tutto il tracciato delle mie notti sul computer, e in più Zeo mi manda impulsi positivi e la mattina decido io come svegliarmi”. “In che senso?” (sempre più allarmata, ma soprattutto frustrata per non avere un telefono in tasca da cui mandare alla sua ex fidanzata il messaggio: l’hai ucciso, dorme con gli elettrodi in testa). “Scelgo cosa impostare. Dieci minuti prima della sveglia Zeo comincia a mandarmi impulsi, piano piano, poi più forte, così non subisco traumi da risveglio, capisci?”. “Capisco. Tua moglie che dice, trova sexy la tua fascetta?”. “Beh, è contenta perché dice che di notte sembro morto e non mi muovo più, all’inizio le dava fastidio la luce blu che mi lampeggia tutta la notte sulla testa, ma ora si è abituata: è solo un po’ contraria alla kabbalah”. “Alla kabbalah?”. “Sì, ho scelto le preghiere della kabbalah come risveglio, mi infondono sicurezza: per ora solo quelle da tre minuti, ma penso di passare alla fase meditativa da sei minuti, mi sento pronto”. Me ne sono andata mentre cominciava a raccontarmi di questo cervellone americano in cui arrivano tutte le informazioni del sonno delle persone che usano Zeo, e alzava sempre più la voce, esaltato, ho avuto paura che mi confessasse di avere aderito a Scientology via email.

Ho fatto la fila, ho ricomprato l’iPhone, ho ricevuto la solidarietà emotiva della commessa e ho notato un fiocco rosa sulla porta (non resisto ai fiocchi rosa, devo sempre chiedere per chi è): “Oh, quello: l’abbiamo messo perché è nata la bambina di una nostra cliente, è rimasta incinta grazie all’applicazione ‘iGyno’, adesso qui la usiamo tutte”. “E’ un centro di appuntamenti con inseminatori?”. “Ma no! E’ una cosa serissima, fatta da medici: ti dice quando sei fertile e mette delle faccine col ciuccio rosa nei giorni in cui è più probabile concepire una femmina, e azzurri quando invece nascerebbe un maschio, poi manda delle notifiche nei periodi dell’ovulazione, così non ci si dimentica. Costa solo settantanove centesimi ed è molto istruttivo, adesso ho capito perché ho due femmine: c’è la supremazia degli ovuli femmina”. Immagino che iGyno andrà fortissimo in Cina, mi chiedo dove ho vissuto fino ad ora, mi rispondo: sugli alberi e provo ad adeguare il mio nuovo telefono alla modernità. Ho messo le password, ho sincronizzato iCloud e ho comprato un’applicazione con le calorie di tutti i cibi: abbacchio alla romana, “Abbracci” del Mulino bianco, acciughe ripiene. Registro quello che mangio durante il giorno e il telefono mi dice quante calorie mi restano da vivere. Baro sempre, metto trancio di tonno al posto di tramezzini, pompelmo al posto di pizza, e non soltanto per una nevrosi autoindulgente, ma per manifestare il mio stato di dissidente rispetto al controllo esercitato dalle applicazioni. Come nel film “Le vite degli altri”, in cui il capitano della Stasi decide di coprire l’uomo che sta spiando, scrivendo soltanto cose insignificanti nel rapporto sulla sua vita quotidiana, nascondendo la notizia della macchina da scrivere con cui sta preparando un articolo di denuncia, così ho deciso di sembrare, agli occhi di questo Grande Fratello delle applicazioni, per niente pericolosa per il regime, per niente sovversiva: mangio sano, compro nell’Apple Store favole per bambini, puzzle e giochi in inglese, ho Instagram per la fotografia democratica, gli orari del treno per il pendolarismo, Kindle per leggere, Pac Man per la nostalgia. Niente perversioni (anche nel caso mi rubassero il telefono di nuovo).

E’ qualcosa di diverso dalla possibilità, per la maggior parte di noi vaga, che per ogni telefonata privata ci sia un signore con le cuffie all’ascolto, perché qui c’è la precisa volontà di fornire informazioni su di sé, disegnare la propria vita, farsi un autoritratto attraverso le icone colorate sullo schermo: ad esempio quasi tutti hanno applicazioni con cartelle segrete in cui mettere foto e messaggi compromettenti, sono cartelle mimetizzabili sullo schermo, e si possono aprire soltanto con una password (sarebbe più sicuro creare password diverse dalla data di nascita, dal nome dei figli e dei gatti, inventarsi almeno qualcosa di difficile da scoprire). Ma come Mark Zuckerberg ha accesso a tutte le informazioni degli iscritti a Facebook (all’inizio, lui e tutto lo staff avevano una parola d’ordine, poche lettere da imparare a memoria, con la quale potevano entrare nei profili e nei messaggi di chiunque) così forse il creatore dell’applicazione “Sigilla la mia cartella”, che per funzionare chiede la localizzazione, potrà entrare nei segreti di chi non vuole che la moglie scopra le foto della donna segreta (o uomo): lei le manda dalla spiaggia, dalla doccia, da un letto, lui sa che rischia la vita, ma non vuole eliminare quei trofei, così compra per settantanove centesimi la promessa di un cassetto nascosto, a prova anche di figli invadenti (però è successo davvero: bambino piccolo e tecnologico giocava con l’iPhone del padre ed è corso dalla nonna-suocera per mostrarle la foto di una “signorina nuda che si sente male”; adesso quel padre, dal suo monolocale ammobiliato in affitto, scrive lettere d’amore a mano e giura che è stato tutto un complotto del capufficio che lo invidiava troppo, denuncia la manomissione di dati, la character assassination, la macchina del fango, i virus, gli hacker e la Cia).

Nel libro di Françoise Héritier, “Il sale della vita”, c’è un momento di felicità così: “Dare appuntamento a una persona cara all’altro capo del mondo ma in un posto molto preciso (e tra sei mesi) e poi non riuscire a ritrovare il posto (che non esisteva più), ma incontrarsi lo stesso anche se i telefoni cellulari non esistevano ancora”. Ma davvero è possibile, senza Google Maps? E’ possibile dirsi cose importanti senza l’applicazione “Frasi utili”? Esiste davvero, e non ci sono solo gli auguri di buon compleanno, le condoglianze, le cresime, le cose giuste o le spiritosaggini da dire in caso di pensionamento, ma anche le “frasi piccanti”, con sospiri caldi, spalle, corpi che si fondono e vengono avvolti da baci focosi e “buonanotte amore mio dalla tua fragolina”. E poiché quando ci si lascia è difficile trovare le parole, ecco qui qualche maledizione e senso di colpa da copiare e incollare senza nemmeno bisogno di elaborare cattiverie: “Fuggi da me, ma non t’accorgi che fuggi da te… e quando finalmente tutto ti è chiaro, un oceano di tempesta ci separa. Da domani scompari”, oppure: “Che tu possa vivere il resto della tua vita in attesa di una telefonata che non arriva. Per sempre”. Non c’è pietà nelle frasi utili, c’è lo sfoggio di un’umanità spaventosa, piena di rancore, desiderosa di vendetta. Le donne si sentono usate e augurano agli uomini una vita di solitudine, gli uomini sono sempre feriti e dentro buchi neri, in questi pensieri pre impacchettati al limite dello stalking in cui mancano solo le minacce di morte. Forse tutte queste applicazioni non ci fanno tanto bene (a parte quella con la fiammella dell’accendino da agitare ai concerti, bellissima), forse si dovrebbe inventare anche la Dukan degli smartphone, con fasi di attacco e di crociera, e con la stabilizzazione che dura tutta la vita: un giorno alla settimana solo proteico, cioè senza cellulare.

Ma pochi giorni fa al mare, cercando di far tornare l’audio scomparso, ho disattivato per sbaglio il telefono. Azzerato, morto, solo chiamate d’emergenza. Era nelle mie mani, ma non succedeva niente, diceva che lo dovevo collegare a un computer, che avevo bisogno di Wi-Fi, dovevo reimpostarlo, sincronizzarlo, riportarlo in vita con strumenti che non possedevo, il mio telefono addormentato voleva un bacio dal principe azzurro che non ero io. Non avevo un computer e nemmeno il Wi-Fi. Non avevo un telefono. Ho pensato: benissimo, ce la faccio. Poi di nuovo Lucio Dalla: “Cosa faccio nudo per strada mentre piove”. Dopo un’ora di: ce la faccio, il cervello a mia insaputa ha cominciato a elaborare il complicato e disinteressato motivo per cui era necessario tornare tutti a Roma, a casa, in cucina, sul tavolo del computer. Subito (“Non per me, io ce la faccio”). Mi hanno detto che esiste anche l’applicazione: “Scuse utili”, ma non ne ho bisogno, ce la faccio. ” (ANNALENA BENINI)

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