I Leoni di Misurata (*)

feb 24, 2012 by

I Leoni di Misurata (*)

(*) Pubblicato su IL MANIFESTO del 24 febbraio 2012

«Tawargha non c’è più». Firmato: i Leoni di Misurata. C’è la firma in bella evidenza, scritta con la bomboletta spray sulle pareti di una casa sventrata, sull’epurazione etnica che ha colpito i quarantamila abitanti di pelle nera della città di Tawargha. Ed è una firma che continua a perseguitarli, visto che la settimana scorsa una banda di miliziani bianchi di Misurata è riuscita ad entrare anche nel campo profughi allestito all’interno dell’Accademia navale di Tripoli, uccidendo 7 persone e ferendone altre 15, nella più totale impunità. Sulla strada di Sebha, invece, è stata bloccata una banda di miliziani, armati fino ai denti, che volevano dar la caccia ai superstiti rifugiatisi in città. Sì, perché nemmeno nei campi profughi quelli di Tawargha sono al sicuro.
La città intanto continua a bruciare, tutti i giorni da sei mesi a questa parte, per via dei predoni che si aggirano ancora fra le macerie, nella speranza di portar via quel po’ che è rimasto dopo i ripetuti attacchi dell’agosto scorso: brandelli degli infissi in ferro, anche se anneriti, e qualche suppellettile che può essere ancora usata. Nemmeno ai tempi della guerra in Bosnia o del Kosovo s’era vista una tale furia devastatrice: cieca, disumana, sprezzante. In pratica, non c’è una sola casa o edificio pubblico che non sia stato prima sventrato dagli Rpg, poi bruciato e infine devastato e saccheggiato. Un lavoro di fino, allo scopo di cancellare questa città dalle carte geografiche. E impedire che ai suoi abitanti venga voglia di tornarci.
La vendetta dei miliziani                                                                                                              
La versione ufficiale è che a Tawargha stazionava la famigerata 32ma Brigata di Khamis Gheddafi, che ha guidato il lungo assedio di Misurata e ne ha firmato le peggiori atrocità. Ma non si capisce perché siano state attaccate anche le scuole, gli ospedali e i negozi; né perché le donne, i vecchi e i bambini di Tawargha siano stati costretti alla fuga a piedi, per ottanta chilometri, per sfuggire alla vendetta dei miliziani che davano loro la caccia. «Se fra di noi ci sono degli ex soldati oppure dei civili che hanno appoggiato Gheddafi e si sono resi responsabili di qualche crimine è giusto che paghino – ci dice l’anziano cheikh responsabile del più grande fra i campi profughi allestiti a Tripoli -. Ma è assurdo che sia un’intera città a pagare. Per vendicare i duemila martiri di Misurata è giusto che si puniscano i qurantamila abitanti di Tawargha? E’ questa la nuova Libia libera e democratica?»
Sulla vicenda, però, le autorità preferiscono tacere o mantenere un basso profilo, nonostante le ripetute denuncie di Amnesty International e di Human Rights Watch, che vanno avanti da mesi. Il bilancio di questa terribile epurazione etnica si aggrava infatti giorno dopo giorno: perché ai morti e ai feriti dell’attacco di agosto – un migliaio, pare, ma non ci sono cifre precise – vanno aggiunti gli «scomparsi», molti dei quali sono stati rapiti nei campi profughi, anche nelle ultime settimane, ed affollano le prigioni segrete di cui sono dotate le varie milizie, a Tripoli e non solo. D’altronde, solo a denti stretti qualcuno ammette che a Tawargha si è «esagerato»: «E’soprattutto una questione di onore – ci confessa un amico dentista, fra i meno esaltati fra i sostenitori della rivoluzione contro il regime di Muammar Gheddafi -. Quelli di Tawargha hanno ucciso e stuprato. E secondo la mentalità libica in questi casi la vendetta è considerata non solo legittima ma sacrosanta. Da qui l’accanimento delle milizie di Misurata». In realtà,nessuno è in grado di esibire prove di questi crimini. E di fronte all’insistenza del cronista c’è chi si lascia scappare che, in fondo, non ha molto senso preoccuparsi per la sorte di quelli di Tawargha, perché tanto sono «neri» ed è giusto che se tornino «in Africa, da dove sono venuti».
Che ci sia un problema razziale lo ammettono gli stessi profughi, anche se non davanti alla telecamera, per paura di ritorsioni. Preferiscono affidare il loro messaggio disperato ai versi di una canzone, che i bambini hanno imparato a memoria e vogliono cantarci a tutti i costi prima che andiamo via. «La Libia era un paese solo – intonano col sorriso sulle labbra – unito da Nord a Sud, da Est a Ovest. E allora perché quelli di Misurata ci attaccano a colpi di Rpg? Perché ci hanno costretti a lasciare la città dove siamo nati? Perché ci danno la caccia anche qui?».
Quella di Tawargha è la pagina più buia e la meglio occultata nella storia della cosiddetta «rivoluzione del 17 febbraio». Ma è anche la spia delle profonde divisioni che lacerano oggi il paese e rischiano di paralizzarlo a lungo. Divisioni razziali, anche, come dimostrano gli scontri delle ultime settimane nell’oasi di Kufra, nel sud-est, fra i tubu (neri) e gli zwai (bianchi). «Tensioni ce n’erano anche ai tempi di Gheddafi – ci spiega Hassen Chkae, alla testa di una delegazione di tubu che protesta a Bengasi, davanti alla sede del Cnt, il Consiglio nazionale transitorio – ma non erano mai degenerate. Adesso invece le nuove autorità hanno dato le armi agli zwai, che ne approfittano per attaccarci. E noi dobbiamo difenderci». Al momento gli scontri hanno già fatto un centinaio di vittime. E il conflitto rischia di allargarsi, visto che i tubu vivono anche dall’altra parte della frontiera, in Ciad, e gli zwai hanno il sostegno tacito delle tribù bianche della costa, che sognano di “liberare” la nuova Libia dai neri del sud. (AMEDEO  RICUCCI) 

N.B. Gli appunti per questo articolo fanno parte di un reportage su “Libia ieri oggi e domani” che la Rai manderà in onda nelle prossime settimane, all’interno della trasmissione La storia siamo noi.

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