I tweet di Luigi Barzini sr.

mar 5, 2013 by

I tweet di Luigi Barzini sr.

Ogni epoca, si sa, ha il suo giornalismo. Ma in fondo i ferri del mestiere, quello vero, cambiano solo in apparenza. Ad esempio, se oggi c’è Twitter -  in fatto di scrittura fast – una volta c’erano i “dispacci” da dettare al telegrafo. Che dovevano essere di una “brevità sibillina“, come precisava Luigi Barzini sr: “venti, trenta, cinquanta parole, quante ne potevano bastare per condensare la sostanza di una informazione nella dicitura più sintetica.”  Perché il telegrafo all’epoca costava. E l’amministrazione di un giornale era implacabile nello scovare “il verbo inutile,la congiunzione oziosa, la più solitaria espressione pleonastica”. E infatti quando Luigi Albertini, il direttore del Corriere della Sera, gli chiede “200 parole” sulla battaglia di Bloemfontein, in Sud Africa, anche il grande Barzini si preoccupò per “l’eccezionale importanza di un così costoso e voluminoso servizio”. Gli servirà comunque da apprendistato. Perché qualche anno dopo scriverà il più lungo telegramma della storia del giornalismo, quello sulla battaglia di Mukden, in Manciuria. E quel magnifico pezzo si studia ancora oggi, nelle scuole di giornalismo e nelle accademie militari.

Dal più grande degli inviati speciali italiani avrebbero molto da imparare i tanti, troppi   giornalisti che si sono innamorati di Twitter e però lo usano male, da megafono al servizio altrui oppure da “battutisti“. Barzini invece usò la brevità imposta dai tempi per forgiare il proprio stile. Ascoltiamolo: ”Lo sforzo costante e tormentoso per conciliare la chiarezza e l’efficacia di un telegramma con la massima brevità aveva un risultato pratico e apprezzabile: quello di forzare i corrispondenti ad evitare abbellimenti letterari, a crearsi uno stile semplice, diretto, rapido tipicamente giornalistico. L’eccessiva verbosità annebbia il pensiero, e l’estrema laconicità lo tarpa: vi è un numero giusto di parole appropriate che conferisce all’espressione la massima luce, la più netta evidenza, il più grande rilievo.” 

Può darsi che tale riflessione non si possa applicare ai 140 caratteri imposti da Twitter. Anzi, di sicuro è così. Ma farla propria eviterebbe un sacco di tweet giornalisticamente inutili. O no? Non va poi dimenticato che Barzini seppe usare magistralmente anche il telefono, pur intuendone i rischi. Che erano legati al fatto che ogni giornale era dotato di un abbonamento, e perciò dalla penuria ben presto si passò all’eccesso di parole, anche in assenza di notizie. “La prolissità – scrive Barzini sr. – divenne obbligatoria. Fu una prolissità spesso abile, elegante, vivace, piacevole, e il corrispondente che riusciva a montare poca sostanza informativa, come si monta la panna, in una brillante vacuità servita fresca sopra un paio di colonne, era il meglio apprezzato e quotato…Il compito di informare i lettori si complicò con il desiderio di distrarli, di divertirli, di intrattenerli”.   

Sembra oggi. E invece sono pagine tratte da “Vita vagabonda“, libro postumo di Luigi Barzini sr. pubblicato nel 1949. Buona lettura.

{lang: 'it'}

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>