Il bambino e l’acqua sporca

apr 13, 2012 by

Il bambino e l’acqua sporca

L’ultima iniziativa editoriale di Repubblica, che con Reporter, una nuova sezione del giornale aperta al citizen journalism, prova a cimentarsi nel “primo esperimento italiano di crowdsourcing”, sta suscitando vivaci polemiche, in Rete e non solo, che hanno già coinvolto il CDR, l’Associazione Stampa Romana e la FNSI, tutti molto critici con la filosofia che sembra sovraintendere all’iniziativa, in quanto potrebbe mascherare nuove forme di sfruttamento del lavoro giornalistico. Chi la difende, invece - pochi, a dire il vero, se non altro per come è stata lanciata, senza una adeguata riflessione  - obietta un po’ stizzito che mettere steccati di questo tipo sa di “ottocentesco” e rivela una mentalità da “conservatori”, che hanno solo paura del nuovo. Siccome a me non piacciono i processi alle intenzioni, nè tanto meno le battaglie ideologiche, provo a mettere in fila qualche nota e qualche link utile per contribuire alla discussione, convinto da un lato che arroccarsi nella difesa di un fortino ormai vuoto – in questo caso, il giornalismo d’antan – sia una scelta che non paga mai; e certo dall’altro che consegnarsi passivamente al “nuovo che avanza” senza cercare di governarlo sia altrettanto miope.

1) Che lo si voglia o meno, il citizen journalism e l’utilizzo di user generated content sono ormai parte integrante del panorama informativo, di cui il giornalista  professionista e i media tradizionali non sono più l’unico perno, come una volta. Questo è lapalissiano da diversi anni per quanto riguarda le breaking news, ma l’impressione è che il fenomeno tenda ormai ad investire l’intero comparto delle notizie, che si strutturano sempre di più come un flusso immediato, continuo e interattivo. Si tratta di una rivoluzione cui non si può non plaudere – perchè permette una migliore copertura informativa, a tutto vantaggio dell’opinione pubblica  - ma che trasforma in profondità le modalità di reperimento, trattamento, diffusione e consumo delle notizie. Il cittadino che segnala problemi, fa foto oppure produce video sarà negli anni a venire una realtà imprescindibile e al tempo stesso un’arricchimento prezioso, con cui i giornalisti professionisti dovranno fare i conti, mettendosi in discussione e ritagliandosi un nuovo ruolo.  Per avere maggiori approfondimenti su questo trend si veda questo un mio articolo sulla rivista EAST e, soprattutto, l’ottimo paper scritto da Nicola Bruno per il Reuters Institute for the Study of Journalism.

2)  Le trasformazioni in corso non sono di per sè una minaccia al giornalismo professionale e aprono semmai nuove opportunità. Servono infatti giornalisti per individuare, selezionare, trattare e filtare la molteplicità di fonti a cui si ha accesso nell’era dei social network e del real time. La professione cambia, insomma, e si arricchisce di nuove figure; ma non mi pare affatto a rischio. Mettere perciò in competizione il citizen journalism con il giornalismo professionale mi pare una sciocchezza, così come lo è l’appellarsi al vecchio e abusato “esercizio abusivo della professione” per difendere l’Albo dall’assalto dei citizen journalist. Due casi recenti hanno riproposto la questione, come segnalato da Mario Tedeschini Lalli. Posso capire al riguardo le paure dei tanti giornalisti precari – a cui il dumping dei citizen journalist procura oggettivamente qualche danno – ma la battaglia va fatta contro gli editori e non contro i citizen, a cui nessuno potrà mai togliere la libertà d’espressione, come sancito dall’art.21 della nostra Costituzione. 

3) I problemi però ci sono, inutile negarselo, e spesso non è la crisi economica ma la miopia degli editori – che badano solo al profitto immediato e non guardano al di là del loro naso – a crearli. Lo dimostra l’esempio della CNN, una delle prime fra le grandi testate internazionali ad aprirsi al citizen journalism. La CNN ha lanciato fin dal 2006 una sezione, IReport, per reperire e trattare contributi user generated da utilizzare nelle breakings news. E nei primi due anni, fra video e foto, IReport ha processato 100mila contributi, di cui il 10% è andato in onda. Dal 2008 IReport si è trasformata in una community on line, che vanta al momento 800mila iscritti: solo sull’Onda Verde iraniana, nel 2009, ha ricevuto 5200 contributi, di cui 180 sono stati approvati e mandati in onda. Il successo dell’iniziativa ha spinto qualque mese fa l’editore – come riferisce LSDI – a licenziare in tronco 50 giornalisti, “non per un taglio dei costi ma per riorientare le risorse”, in direzione del citizen journalism. In molti l’hanno giudicata una pessima scelta e non tanto per la difesa corporativa del posto di lavoro quanto per il fatto che affidare ai cittadini la parte principale della propria produzione audio-video è stata giudicata una scelta “di corto respiro“. Diverso è invece l’approccio tentato dalla BBC e dal The Guardian, con un intreccio più articolato – come ci spiega Nicola Bruno nel paper già citato – fra giornalismo tradizionale e citizen journalism.  

4) In Italia i media tradizionali sembrano, per ora, privilegiare  un atteggiamento meno definito e sostanzialmente più opportunistico. Hanno accettato cioè l’utilizzo di contenuti user generated – vedi Corriere.it oppure il TG1 – ma solo  come “riempitivo”: costretti dalla crisi economica che attanaglia il mondo dell’editoria, puntano infatti più a ridurre i costi che a migliorare l’offerta, con una miopia che ritarda l’innovazione – indispensabile, nell’era del real time –  e che finisce per trasformare la crisi della nostra editoria in una lenta agonia. Ben vengano perciò gli esperimenti di Repubblica. Purchè non siano pasticciati e prefigurino scenari nuovi, in cui il giornalismo professionale abbia un ruolo importante, com’è giusto che sia. Vigilare è in ogni caso sacrosanto. Tant’è che le critiche esplose nei giorni scorsi hanno costretto l’editore a riaggiustare il tiro.

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6 Comments

  1. Secondo me la questione va posta in temini diversi.
    Non c’entrano nulla le difese corporative e l’albo di cui farsi scudo (che comunque, finchè c’è, c’è e non si può far finta di nulla). C’entrano invece da un lato il valore della professionalità e dall’altro la fondamentale differenza tra informazione e fonti.
    Nessuno nega l’utilità pratica e rivoluzionaria che la nuova tecnologia offre alla possibilità di individuazione e di circolazione delle notizie.
    Ma la foto fatta con il telefonino, la registrazione fatta con medesimo, il tweet o l’email mandata con il blackberry sono fonti di notizie, non bastano da sole a fare informazione.
    Una volta c’erano gli informatori, cioè le fonti, e oggi c’è il turista che riprende in diretta lo tsunami o riferisce di cose aq cui ha assistito.
    Nessuno dei due però fa o faceva giornalismo. Che consiste non nel dire quello che ti sembra di vedere ma nel recepire, valutare, inquadrare, valutare, verificare e infine riportare, eventualmente integrandola con altre, la notizia.
    Ciò può essere fatto solo da (e sotto la responsabilità di, aggiungo) qualcuno che abbia la capacità professionale per farlo.
    Che tale professionalità sia certificata dall’iscrizione a un albo o da altro, è secondario. Non c’è dubbio però che fare informazione spetti a quella figura chiamata giornalista e formata come tale.
    Il laser e la microchirurgia hanno rivoluzionato la professione medica, ma ciò non è bastato a trasformare un abile utilizzatore di laser in un medico abilitato.
    Mi pare che, nel dibattito in corso, si trascuri troppo questo aspetto della funzione e della responsabilità professionali. In questo senso non trovo affatto anacronistico nè inutile denunciare gli abusi di professione, perchè di questo si tratta quando il salumiere si mette a pubblicare articoli sui giornali (coll’aggravante, poi, di farlo graris o a prezzo simbolico).
    Infranta la valenza informazione-giornalista e quindi giornale-giornalista, non vedo come si possano accusare gli editori di fare ciò che non solo la ragione economica, ma la pressione di un demagogico consenso popolare li invita a fare: cioè a produrre una non-informazione tramite non-giornalisti.
    Questo per dire che la battaglia è una battaglia per la nostra vita: se accettiamo di essere “abrogati” come categoria nel nome di una falsa alternativa camuffata da democrazia, siamo fritti. Ed è fritta l’informazione, soppiantata da pettegolezzi e propaganda diffusi senza filtri.

    • admin

      Caro Stefano, quando ho paura che ci si stia arroccando nella difesa di un fortino che purtroppo è già vuoto mi riferisco anche a posizioni come le tue. E se hai un attimo di pazienza ti spiego anche il perchè. Io le cose che tu scrivi non solo le capisco ma le condivido anche, in via di principio. Il problema però è che il mondo dell’informazione sta andando da un’altra parte e il giornalismo pure, quanto meno quello che viene praticato e richiesto dagli editori. Faccio degli esempi. Se oggi c’è un terrimoto nella citta x, la notizia verrà coperta dalle testate SOPRATTUTTO con user generated content, con contribut amatoriali cioè, più veloci e più efficaci; mentre solo in una seconda fase verranno mandati degli inviati sul posto, pochi, perchè le pagine e i palinsesti verranno riempite in redazione, cercando di sfruttare al massimo il citizen journalism. E’ cosi’ con l’estero – e te lo dico con cognizione di causa, perchè prima stavo via sette-otto mesi l’anno e adesso non più di due o tre – ma è così SEMPRE DI PIU’ per gli altri settori. E’ giusto? No, ma è così. E allora, ai tanti amici precari che ho, io dico sempre di non rincorrere i modelli giornalistici del passato ma di inventarsi UN NUOVO MODO DI FARE GIORNALISMO oggi, sulla base dei trend attuali. Se dunque la qualità dell’informazione cala, se l’occhio dell’inviato sul posto non è più necessario, se le testate vendono lo stesso pur informando all’acqua di rose e senza il necessario rigore, ci si può solo ritirare in una nicchia – ma questo vale solo per quei pochi fra noi che possono permetterselo – mentre gli altri, soprattutto quelli che stanno fuori dal recinto dei garantiti, devono trovare il proprio spazio spostando l’asticella verso il futuro e non verso il passato. Magari mi sbaglio ma temo che non ci saranno più degli Ettore Mo e dei Bernardo Valli nel futuro del giornalismo, perchè quel mondo è morto e sepolto. Ci saranno invece degli Stefano Tesi, altrettanto bravi – mi auguro – ma con un universo giornalistico di riferimento molto, molto diverso, perchè consumare le suole delle scarpe al mondo d’oggi non fa più la differenza, o meglio: non basta più.

      • Mah, secondo me c’è un equivoco di fondo. Anzi, due. Il primo l’ho già espresso nel primo commento e lo ripeto: quei “citizen journalist” con le notizie dei quali nelle redazioni si riempiono le pagine dei giornali sono fonti, non giornalisti. L’equivalewnte di “si dice” o di informazioni non verificate raccolte sul campo. Le quali, poi, vanno in mano ai veri giornalisti (lo so, si potrebbe aprire un vasto dibattito sulla “giornalisticità” di tanti redattori, ma non è questa la sede), che le “lavorano” trasformandole, si spera, in informazione. Quindi non vedo tutta questa differenza, se non nel mezzo (prima a voce o con gli occhi, oggi coi telefonini e internet) con cui le notizie vengono diffuse. Il dualismo (informatori di qua, giornalisti di là) rimane a mio parere identico.
        Il secondo equivoco è lo scambio del domani per l’oggi. Io, francamente, questo futuro così diverso dall’attuale non lo vedo. Lo vedo diverso da ieri, forse, ma per ragioni di metodo e di tecnica, non da oggi. Quindi neppure capisco verso quale giornalismo del domani dovremmo polarizzarci.
        Anch’io, per vent’anni, ho fatto reportage da tutto il mondo su tanti argomenti, girando oltre cento paesi, quindi so bene di cosa parli. E’ vero: l’inviato è una figura che non esiste quasi più, sia perchè costa troppo, sia perchè, forse, non ce n’è bisogno, fatte alcune rare eccezioni.
        Ma di qualcuno che, in redazione o sul posto, si prende e abbia la responsabilità di trattare giornalisticamente le notizie (cernire, verificare, verificare, integrare, etc) c’è invece sempre bisogno.
        Può darsi, anzi è dato, ormai, che costoro non potranno essere i freelance, testimoni scavalcati dalla tecnologia e resi inutili dalla gratuità di ciò che prima aveva un costo (la foto di Gheddafi morente scattata da un professionista si comprava a 100 euro, quando lui ne aveva spesi 2mila solo per andare sul posto), ma questo non cambia la sostanza.
        La verità, a mio parere, è che il nostro è un lavoro. E un lavoro è tale finchè è pagato. Se il ciclo economico fa fuori i freelance dal mercato, bisogna rassegnarsi. Ma una figura professionale che ne prende il posto e il ruolo deve rimane comunque. Con buona pace dei volonterosi, e a volte un po’ esibizionisti, dilettanti.

  2. Molto interessante questo dibattito che punta dritto al cuore del giornalismo di oggi. Vi ringrazio. E vista l’autorevolezza dei commentatori mi permetto solo di aggiungere due osservazioni. Qualunque sia la sorte dell’italiano “ordine di giornalisti” e del giornalismo in genere, a mio parere la qualità sarà sempre premiata, ora forse più che allora, proprio perché siamo inondati da questi rigattieri del giornalismo che ci schiacciano con tonnellate di notizie spazzatura da cui i bravi editori sono pronti a raccogliere il pezzo pregiato, pagandolo poco e rivendendolo a caro prezzo. Per quello che riguarda il precariato giornalistico dico solo che darwinianamente sopravviverà solo chi saprà reinventarsi il lavoro, anche cambiandolo. E concludo con un pensiero di Mino Pecorelli: “Le agenzie di stampa sono il rubinetto da cui sgorga il greggio da cui il giornalista attinge…” Oggi quel rubinetto credo sia alimentato principalmente dal “citizen journalism”.

  3. Francesco Paniè

    Dibattito interessante. Ho 25 anni, se penso al tipo di giornalismo promosso da Repubblica mi vengono i capelli dritti. Non credo assolutamente che siccome ogni cosa è in mutamento bisogna sapervisi adattare. Esistono dei punti fermi, in questo ha ragione Stefano. Una fonte è una fonte. Un giornalista è un giornalista. Chissà perché tutti si credono in grado di fare i mestieri che si alimentano di linguaggio. Tutti scrivono libri, Tutti vogliono fare i giornalisti, tutti si dicono attori. Molto più che il chirurgo o il panettiere. Per me non esiste differenza invece. Nessuna da questo punto di vista. Il mercato sempre più spalancato e senza vincoli è la realtà, me ne rendo conto, ma non c’è niente di più sbagliato che il mercato per me. Che abbassa drammaticamente il livello qualitativo dei prodotti. Non deve andare così. Può anche non andare così. Ci sono saperi che vanno difesi, non c’entra niente l’albo, io non sono nemmeno iscritto!
    E’ imperativo smettere di vivere nella logica del mercato senza freno, non paga. Se l’obiettivo della stampa è quello di informare il cittadino e renderlo consapevole, deve farlo con la delicatezza di un professionista che apre una pancia per far nascere un bambino. Non si fare un taglio cerareo con una scimitarra. L’etica e lo studio che stanno dietro alla professione del giornalismo devono essere a tutti i costi coltivate.
    Chissene frega perciò se la foto di Gheddafi arriva due ore dopo. Eddai! Cominciamo un po’ a pensare a una società della decrescita, della sostenibilità. Anche nelle professioni. La mentalità opposta non porta a niente, assolutamente niente. Impoverisce tutti, mentre invece dovremmo fare della cultura e dell’informazione corretta la stella polare del nostro mestiere.

    • Francesco Paniè

      Perdonate la grammatica, ho dovuto far di fretta. E pure la sintassi!

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