Il binocolo di Quirico

dic 27, 2013 by

Il binocolo di Quirico

Quando vivevo stabilmente in Africa, mi sono ritrovato dopo qualche anno ad avere un problema: più mi immergevo nella realtà locale e meno sapevo valutarla, giornalisticamente parlando.  O meglio: ero in grado, sì, ma non più (o sempre meno) secondo i parametri che i media utilizzavano. Ero cioè in grado di penetrare in profondità nelle varie situazioni ed eventi, grazie ai contatti che mi ero fatto – e di raccontarli perciò nei minimi dettagli – ma perdevo di vista l’insieme. E, soprattutto, mi sfuggiva la relazione fra quella realtà locale e la dimensione più globale, internazionale, che nei miei articoli a volte si perdeva  nel fiume dei dettagli.

E’ la malattia che colpisce in genere molti corrispondenti da una sede estera, per i quali non a caso è prevista la rotazione. Molti di loro del binocolo con cui un giornalista scruta la realtà – secondo la felice espressione coniata da Massimo Nava – usano la lente piccola,  quella più vicina alla realtà, quella che consente la messa a fuoco. Ma per avere una corretta visione delle cose serve anche la lente grande, che ingrandisce e fa vedere bene. L’una senza l’altra non serve. Per questo ci sono (e servono) gli inviati: la competenza, infatti, l’esperienza, la  curiosità e la familiarità con certi luoghi garantisce loro una rapida messa a fuoco di un evento, mentre il fatto che in quei luoghi non ci vivono consente loro di valutarne meglio la notiziabilità e di inquadrare l’evento nel contesto internazionale.                                                    

Ho fatto questa lunga premessa perché mi pare che l’ultimo, discusso libro di Domenico QuiricoIl Paese del Male -  soffra proprio di questa malattia cui accennavo. Fa cioè della sua esperienza personale – che pure è terribile, unica e indimenticabile – l’unica lente con cui guardare alla realtà della guerra in Siria. E in tal modo usa il suo binocolo alla rovescia, prestando così il fianco ad inevitabili equivoci e strumentalizzazioni.

Mi spiego meglio. Quella di Domenico Quirico  è una testimonianza fortissima e preziosissima. Che vale la pena di leggere e su cui è giusto riflettere. Perché racconta non solo il calvario di un uomo che è stato imprigionato barbaramente e ingiustamente per 152 giorni ma anche l’innegabile deriva della rivoluzione siriana, sempre più prigioniera di gruppi, valori e modi di operare che nulla hanno a che vedere con le aspirazioni alla libertà e alla democrazia per cui si batte la stragrande maggioranza della popolazione. Peccato però che questa sua riflessione Quirico la faccia utilizzando categorie non giornalistiche ma morali – il Bene e il Male – e con un linguaggio che si ispira alla Fallaci ”post 11 settembre”, da paladino cioè della Cristianità che insorge, sulla base delle sofferenze patite, contro l’Islam della barbarie.

Intendiamoci: Domenico Quirico  ha tutto il diritto di raccontare il suo calvario e di non tacere nulla. La sua terribile esperienza rientra però nel novero delle possibilità quando si fa l’inviato di guerra. Non è il Male, cioè, semmai è la prova dell’imbarbarimento e della disumanità di tutte le guerre, soprattutto quelle che si trascinano per anni e non sembrano aver sbocco (anche a causa dell’indifferenza dell’Occidente e della comunità internazionale). Guai perciò al giornalista che riflette su una Guerra e su una Rivoluzione a partire dalla sua esperienza soggettiva, applicando su tutto, anche sulle riflessioni più generali, la lente delle umiliazioni e del dolore sofferto. In tal modo, infatti, si finisce per diventare Profeta ma si cessa di essere Giornalista.  Almeno secondo me.

P.S. A Domenico vorrei raccontare che un mese fa sono stato contattato da un personaggio a me sconosciuto incaricato dai miei rapitori di restituirmi alcuni “effetti personali” che si erano persi nei ripetuti cambi di prigione. Ho recuperato così il mio vecchio passaporto, gli occhiali da vista, il porta-sigari, un block notes e una manciata di luride banconote siriane. Nessuna traccia, ovviamente, delle attrezzature tecniche e dei soldi veri, euro e dollari. Ma a me ha fatto piacere lo stesso. Perché il capo dei rapitori – erano di Jabhat al Nusra, ma dovrebbero essere confluiti nell’ISIS – me l’aveva promesso. Ed il fatto che sia stato di parola mi lascia un po’ di speranza.  

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14 Comments

  1. Che dire? Non ho letto il libro di Quirico e penso che non lo leggerò. Ma ho letto davvero volentieri il tuo post che, al di là del libro, offre in tre parole la riflessione obbligatoria che dovremmo fare tutti ogni volta che pigliamo la penna in mano. Complimenti e buon anno vecchia quercia

  2. riccardo cristiano

    Caro Amedeo,
    il binocolo… è un problema per i giornalisti e per gli storici. Se vai troppo vicino vedi solo il dettaglio, se stai troppo lontano vedi sgranato.
    Il libro di Quirico io non l’ho letto e non leggerò per il titolo: è un’operazione di mercato ideologico alla quale non voglio dare un euro. Con tutto il rispetto per Quirico.
    Ma trovo una qualche difficoltà a giudicare “la deriva” della rivoluzione iraniana. Chi c’è dietro chi? Isis o Daesh che dir si voglia, sono una deriva o sono una …”riva”, quella sapientemente inseguita dai maestri di Teheran?
    Di certo, almeno a me sembra, il corso della storia ha dimostrato che se le armi funzionassero con anche con le parole vuote i “valori dell’Occidente” avrebbero già tironfato, in Siria…
    Un abbraccio carissimo e complimenti per la tua onestà,umana in primis, attestata ancora una volta dal fantastico PS.

  3. susan

    È davvero un bel post Amedeo, hai colto la complessità della vicenda. Ho letto il libro, fa arrabbiare, emozionare, immedesimare, è scritto in modo magistrale, provoca tante riflessioni diverse. Va letto a cuore aperto senza barriere: né con gli occhiali ideologici, ed evidentemente, neanche con quelli giornalistici, perché altrimenti le conclusioni sono inesorabili: eccessiva parzialità. Apprezzo molto il fatto che tu lo abbia letto prima di giudicarlo, molte persone hanno fatto il procedimento inverso. Da siriana ovviamente so che la Siria non è il Paese del male e che i siriani non sono tutti malvagi, e proprio perché sono siriana non ho mai creduto nel significato letterale di quel titolo ma ho cercato di andare oltre e ho trovato la descrizione dell’essenza della crudeltà (oltre alla crudeltà manifesta) che si può trovare un qualsiasi guerra a qualsiasi latitudine. Anche le critiche alla religiosità dei miliziani sono di natura escatologica e mai teologica. è molto evidente quando parla del “loro dio” e non di Allah, della “loro visione dell’Islam” e non dell’Islam. C’è addirittura quasi un elogio agli “islamisti veri” contrapposti a quelli falsi. Ovviamente le cose non sono così semplici e io non le voglio semplificare, perché questa purtroppo è una realtà tristemente complessa.

  4. Molto interessante e ben scritto. Allora esistono ancora I giornalisti! Domani mi guardo per bene il tuo blog… mi sa che ne vale la pena…

  5. alberto savioli

    Vorrei prendere spunto da quanto scrive Susan e spiegare perchè personalmente, ho fortemente criticato i toni del libro di Quirico aderendo alla campagna “La Siria non è il paese del male”. Il libro non era ancora uscito, ma Quirico già aveva anticipato in alcune interviste temi e contenuti, il titolo soprattutto è stato un pugno nello stomaco. Nessuno è così sprovveduto da pensare che Quirico sia così “stupido” da pensare che la Siria sia il paese del male, ma allora perchè usare quel titolo che sa molto di operazione commerciale? Venni a conoscenza dell’uscita del libro quando Pierre Piccinin (coautore), su una pagina FB di sostegno medico e psicologico a vittime siriane, pensò di pubblicizzarlo scrivendo: “Ostaggio in Siria, l’intervista completa, dettagli informazioni…”! Susan giustamente scrive che il libro non va letto con occhiali giornalistici, altrimenti le conclusioni sono inesorabili, ma a mio parere se Quirico non fosse stato un giornalista (accreditato di competenza) ma un qualsiasi ingegnere rapito che avesse raccontato la sua personale esperienza, magari con un titolo meno roboante, chi se lo sarebbe “filato”? Il libro ha un peso proprio perchè sono due giornalisti a scriverlo. E uno (Piccinin) ha utilizzato senza remore un sito di assistenza umanitaria per farsi pubblicità, l’altro (Quirico) nelle varie interviste ha usato toni assoluti e maiuscole (specialmente su Tempi), che come dice Amedeo ricordano la Fallaci post 11 settembre. Non ho dubbi che sia scritto bene e che l’intima esperienza di dolore sia una parte forte del libro che leggerò, ma ne farei a meno. Per i suoi toni assoluti Quirico era già stato criticato da Camille Eid e da Stefano Romano, è lui a dire che “l’islam moderato ed educato che ci piace tanto è una piccola percentuale di élites collegate all’Occidente. Mentre la maggioranza è un’altra cosa…Ha mai conosciuto un bolscevico moderato? No, perché non esiste in natura. Uguale per l’islam”. Queste dichiarazioni non hanno nulla dell’equilibrato giornalista o del fine esperto di Medio Oriente, che peraltro in una successiva intervista dice di non essere. Penso che il contatto con l’Islam in zone di conflitto, dove spesso viene usata la sua natura aggregante a fini politici o ideologici, sia una realtà distorta del sentire della maggioranza della popolazione. Penso equivalga a dire che il sentire delle Brigate Rosse rappresentava la maggioranza dei Comunisti italiani, nessun giornalista si sarebbe sognato di scriverlo. Un Quirico apparso poi in Tv ha usato altri toni, mi ha fatto pena l’uomo provato dall’esperienza, lui stesso in modo umile ha ammesso di avere una conoscenza non approfondita di quei luoghi. Allora perchè i precendeti toni assoluti da vero esperto? Perchè le frasi scontate e populiste “alla leghista”, invece del discernimento della complessa e caleidoscopica realtà siriana? Il diario del rapito sarà bellissimo e le categorie morali sono lecite, peccato che Quirico e Piccinin si presentino come gornalisti e per questo vengono letti e considerati degni fede, quindi le categorie morali e non giornalistiche lasciano perplessi. Concludo dicendo che il titolo non ha nulla a che fare con l’intima esperienza di sofferenza, nemmeno con l’analisi giornalistica della realtà, non rimane che l’operazione commerciale, è questo che ha fatto male ad alcuni siriani, veder commercializzata la loro sofferenza che non termina con la prigionia di Quirico.

    • admin

      Grazie, Alberto, del commento. L’ho molto apprezzato e ne condivido in parte le argomentazioni. Provo a risponderti e ad aggiungere altri argomenti di riflessione:
      1) Come tutti gli instant-book anche IL PAESE DEL MALE è un’operazione preminentemente commerciale. Con tutti i difetti – direi, anzi, le “tare” – che caratterizzano le operazioni editoriali di questo tipo. A chiunque sia capitato quello che è capitato a Quirico – e a chiunque, aggiungo, sia stato al centro dell’attenzione mediatica per un po’, a causa di una “forte” esperienza personale – viene proposto di scrivere un libro oppure di farne un film. Ma non tutti cedono alla tentazione. La prudenza è d’obbligo, secondo me, soprattutto per un giornalista, che dovrebbe essere immune al peccato di vanità e, soprattutto, astenersi dalle semplificazioni e dalle parole troppo roboanti. Il vero rischio, però, a mio modesto parere, è che ci si parli addosso, personalizzando vicende che – in guerra, soprattutto – rappresentano la quotidianità per tanti e diventano drammatiche – o notiziabili, che è la stessa cosa – solo perché ad essere coinvolto è un giornalista. Io resto convinto che il nostro compito sia quello di raccontare la realtà e non esserne i protagonisti, a meno che l’esposizione mediatica e l’uso della prima persona singolare non serva a spiegare meglio la realtà. Quirico evidentemente pensa di sì, io non ne sarei così sicuro. E sia i toni profetici che in alcuni passaggi usa, sia l’evidente strumentalizzazione che è stata fatta della sua testimonianza – da parte del regime siriano, innanzitutto – confermano i miei dubbi.

      2) Detto questo, la campagna di boicottaggio lanciata contro il suo libro ed alcuni dei commenti che l’hanno corroborata – spesso senza che gli autori avessero letto il libro, o basandosi solo su qualche anticipazione – mi lasciano perplesso. Trovo ad esempio ingenerosa e del tutto fuori luogo l’accusa rivolta a Quirico da molti “arabisti” di non conoscere abbastanza il Paese e di non essere quindi autorizzato a parlarne. Come se un inviato debba essere per forza un “esperto” di quell’area, al pari di un “arabista”, anzi di un esperto di Siria. Non è questo. infatti, quello che si deve pretendere da un giornalista: la competenza sarebbe auspicabile, certo, ma contano anche (e spesso di più) altre qualità, come la capacità di muoversi sul terreno e di saper trattare con le “fonti” locali, l’onestà e la curiosità,professionale, ecc.. Che ognuno faccia il suo mestiere, anche se oggi le ibridazioni sono possibili e, ovviamente, sono le benvenute..
      Non si può inoltre attribuire a Quirico – o almeno, non del tutto – la colpa delle molteplici strumentalizzazioni che sono state fatte del suo libro. E’ vero infatti che prima la sua liberazione e poi l’uscita del libro sono state come una “ciliegina sulla torta”, con cui i governi occidentali ed i media mainstream hanno giustificato il loro mutato atteggiamento nei confronti della tragedia siriana e delle parti in causa. Ma “il salto della quaglia” ha ragioni ben più complesse, cui non sono estranee le divisioni sempre più drammatiche in seno all’opposizione siriana, armata e non, e la stessa “deriva” della rivoluzione, sempre più ripiegata su se stessa..
      3) E qui veniamo al punto più dolente, che è il vero discrimine. C’è chi non può perdonare a Quirico di aver parlato di “deriva” e di essersi sentito “tradito” dalla rivoluzione siriana. Per questo ritiene che il suo libro vada messo all’indice. Io penso invece che la testimonianza di Quirico ponga comunque un problema oggettivo: nelle regioni “liberate” della Siria è in atto un imbarbarimento delle condizioni di vita e della stessa convivenza civile, di cui fanno le spese i giornalisti e non solo e che non è imputabile solo alla barbarie di Assad ma anche al banditismo crescente in seno alle formazioni armate dell’opposizione, alle esazioni continue con cui queste formazioni vessano la popolazione civile, al peso crescente delle formazioni jihadiste, la cui agenda politica non ha nulla a che vedere con le aspirazioni alla libertà e alla democrazia che hanno spinto il popolo siriano a rivoltarsi contro il regime di Assad. So bene, caro Alberto, che sia alcune formazioni jihadiste che alcuni gruppi banditeschi sono infiltrati e manovrati dal regime, e so bene che l’insicurezza crescente che regna in molte zone “liberate” è creata ad arte per avvelenare l’acqua in cui nuotano i “ribelli” . Di tutto ciò Quirico non parla e lascia intendere invece che la rivoluzione ha smarrito la sua “anima”. Un’affermazione assoluta e certamente non condivisibile, ma contro cui non serve scagliarsi, a meno che non si voglia eludere il problema. Lo riassumo: la rivoluzione siriana non vive un bel momento, le colpe non sono solo del regime di Assad, c’è il rischio di una “deriva”, di cui i siriani in primis pagano, tutti i giorni, le conseguenze.
      Chiudo qui per non farla troppo lunga. E spero di essere stato abbastanza chiaro.

      • alberto savioli

        Caro Amedeo, mi permetto questa confidenza anche se non ci conosciamo personalmente, e ti chiedo scusa per i molti commenti al tuo articolo, non è mia intenzione monopolizzare l’attenzione ma fare chiarezza e parlare in modo schietto. Premetto che parlo solo per me stesso, non sono l’ambasciatore di nessuno. Vorrei continuare dal tuo punto n°3. Non so chi, ma non io, non perdona a Quirico di aver parlato di “deriva”; questa deriva estremista era chiara e riconosciuta come un pericolo in prospettiva, già dai tempi dell’assedio di Bab Amr ed era già stata denunciata da Jonathan Littel nel suo libro quando ancora si parlava di ESL (perchè praticamente non esiste più). Sul perchè e per come possiamo passare la notte, non è questo il momento di questa lunga discussione, tuttavia i suoi semi erano noti a chi conosceva la Siria ben prima della “Primavera”. La rivoluzione siriana poteva avere ben altra storia se non fosse stata lasciata andare a se stessa, accompagnata per mano dai paesi del Golfo. Che la Siria “liberata” sia diventata il riflesso in salsa religiosa del regime siriano è un fatto acclarato. Tuttavia questa pillola dolce diventata amara, non mi fa digerire meglio il boccone di Assad, come tanti pretendono di fare. Tuttavia penso che un errore che molti giornalisti o inviati fanno, forse dovuto appunto alla prospettiva con cui leggono il conflitto, sia quello di riportare tutto sul piano armato e vedere quanto succede in uno scontro tra due nefaste alternative: regime vs salafiti. Dimenticando così una fetta di società civile siriana, l’anima dei primi mesi di manifestazioni, che dopo essersi ribellata ad Assad tenta di sopravvivere alla dittatura estremista. Mi dirai Amedeo che quest’anima è minoritaria, ma è la società civile non armata ad essere sempre minoritaria in un conflitto armato. La stessa informazione poi, che come dici ha lo scopo di raccontare, viene spesso catturata da eventi eclatanti ma che poi numericamente sono minoritari. Ti faccio un esempio, il taglio delle teste da parte di gruppi estremisti è un evento eclatante che ha catturato molte pagine dei giornali, eppure numericamente è di certo inferiore alle manifestazioni ancora pacifiche della società civile fuori dalle sedi dell’ISIS a Raqqa, o di molti gruppi giovanili di protesta contro le due dittature, ma nessuno parla di questi. Riguardo invece al fatto di “non aver perdonato” a Quirico l’aver affermato di essersi sentito “tradito” dalla rivoluzione, è un sentimento che condivido. In primis mi sento deluso dagli eventi della Rivoluzione, per la piega che questa ha preso, ma non mi sento deluso dalla Rivoluzione. L’anima della rivoluzione è ancora portata avanti da una parte della popolazione che, seppur minoritaria, lotta, si oppone, combatte e cerca di sopravvivere anche alla brutta piega della rivolta, sentirmi tradito dalla rivoluzione tout court, è tradire questa società civile. Quella che ci racconta i crimini di entrambi tramite la Zeituneh e quella che ci racconta quello che non verrebbe raccontato come fanno gli Lcc. Ci si può sentire delusi dagli eventi della rivolta, ma sentirsi traditi, per quanto mi rigurada, vuol dire “tradire” quell’anima bianca e civile che si oppone al Male assoluto di cui parla Quirico. Detto questo, non metterò all’indice il libro, ma mi sento in diritto di criticarlo. Ti ringrazio, Alberto.

        • admin

          A me nemmeno, Alberto, va giù l’affermazione di Quirico che dice di sentirsi “tradito” dalla Rivoluzione siriana. Per motivi però un po’ diversi dai tuoi. Credo infatti che un giornalista debba raccontare quello che vede senza metterci di mezzo i propri sentimenti, tanto più quelli che maturano per vicende personali. E’ un po’ – e chiedo scusa per il paragone, che può sembrare un po’ “frivolo” – come se inneggiassi alla Rivoluzione siriana perché ho conosciuto laggiù una ragazza bellissima, di cui mi sono innamorato. Quirico d’altronde aveva fatto la sua scelta di campo sulla base dei sentimenti maturati ad Aleppo – si leggano i suoi reportage dell’agosto 2012 – e l’ha rinnegata, almeno in parte, dopo la terribile esperienza del suo rapimento. E’ un modo di essere, e di fare, che non condivido. Ma il mondo, si sa, è bello perché è vario…

  6. alberto savioli

    Anche le critiche all’Islam tout court le avevo intese diversamente da come le legge Susan, ma forse mi sbaglio. Susan parlando della religiosità dei miliziani dice che è molto evidente la sua critica di natura escatologica quando parla del “loro dio e non di Allah”. Io ho inteso il Loro e il Nostro Dio, il Dio dei Cristiani e il Dio dell’Islam, ma mi sbaglierò… Però Susan, io non vedo che la critica non sia di natura teologica in quanto “parla del loro dio e non di Allah”. Non avrebbe potuto parlare di Allah in quanto Allah è Dio dei Musulmani quanto dei Cristiani, ad Allah si rivolgono anche le comunità cristiane di Siria..

  7. lieta Zanatta

    Complimenti Amedeo non solo per l’articolo del blog, ma soprattutto per le precisazioni odierne, redatte con un’onestà e una semplicità che si aspetta da ogni giornalista, qualità che evidentemente pochissimi, fra i quali tu, posseggono.
    Resto sempre perplessa di fronte a chi consiglia di NON leggere un libro mettendolo all’indice. Ho letto brani de “Il Capitale” di Marx e “Mein Kampf” di Hitler per il gusto di conoscere, di saperne di più, senza per questo doverne condividere l’ideologia. Anzi, queste proibizioni a priori attizzano invece la voglia di leggere il libro incriminato, e per questo ho appena ordinato il lavoro di Quirico. Non ho mai pensato che il suo titolo definisca in maniera negativa la Siria, bensì, come dice Susan, voglia piuttosto cogliere o descrivere con un sentire personale la dimensione temporale che vive questo disgraziato (perdonate l’aggettivo, non vuole essere offensivo) Paese. Condivido al 100 pct i tre punti argomentati in maniera così perfetta in coda al commento di Alberto Savioli, virgole comprese, che nessuno come te ha finora saputo esporre. Chapeau!

  8. pierre chiartano

    Amedeo, sono d’accordo con le tue valutazioni. Ma vorrei fare alcune note a margine. Premetto che non ho ne la tua ne l’esperienza di Quirico, per cui… Dici bene quando sottolinei la necessita di mantersi “terzi” rispetto all’ambiente in cui sei calato, per quanto non sia facile in condizioni come quelle siriane, dove sangue, adrenalina e istinto di sopravvivenza ti intossicano il cuore e la mente. Parli giustamente della necessita di mantere il quadro d’insieme, per restare all’interno della narrazione dei media, nazionali e internazionali. Ma siamo sicuri che sia sempre corretto? Siamo certi che nelle newsroom, dove sicuramente si puo avere una notizia prima ancora che lo sappia l’inviato sul posto, ci sia una conoscenza del quadro reale? A guardare cio che e’ successo in Libia, in Egitto la scorsa estate, in Tunisia dall’avvio degli omicidi “politici” e anche in Siria, l’impressione – uso un eufemismo – e’ che certe manipolazioni nei media abbiano raggiunto ormai un livello di guardia. Parlo di al Jazeera e France 24 tanto per non restare nel vago. E di quei media che “per non sbagliare” seguono la main street dell’informazione internazionale (bufale comprese). L’ideale sarebbe un background da analista e molte esperienze sul campo, anche come street journalist. Sicuramente “cambiar aria” di tanto in tanto – lo aggiungo come piccola nota personale – fa bene … il libro di Quirico qui a Tunisi e’ introvabile…

  9. Matteo

    Credo che il dibattito e il ragionamento di Amedeo sia molto equilibrato e abbia spiegato molti punti che a prima vista mi avevano lasciato perplesso. Ho letto il libro di Quirico e prima ancora ho seguito con molta attenzione tutta la sua vicenda umana e professionale e ho anche potuto ascoltarlo personalmente. Indubbiamente, non so se è già stato detto, il titolo “paese del male” non mi convince perché ritengo che forse sia più giusto dire il paese che subisce il male o meglio il popolo che subisce il male. Mi spiego: alla luce di quanto sta avvenendo in Siria c’è un intero popolo che sta pagando il prezzo di una guerra in cui si muovono attori molto più grandi di Assad e delle varie sigle della rivoluzione.

  10. Giacomo Belvisi

    Davvero molto bello questo post. Non tanto per aver parlato di un caso parecchio eclatante in questi ultimi tempi, ma perché ci ricorda la regola fondamentale di ogni giornalista: l’oggettività.

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