Il Dio della Guerra

mag 26, 2012 by

Il Dio della Guerra

Che nel mondo degli avventurieri sia stato un personaggio straordinario se n’era già accorto Hugo Pratt, il quale l’aveva messo a rivaleggiare con il mitico Corto Maltese in “Corte sconta detta arcana”.  Il revival però degli ultimi anni, con la pubblicazione di diverse sue biografie, deve molto al crollo degli steccati ideologici; che ha rimescolato le carte ed ha permesso al grande pubblico di riscoprire e valorizzare figure storiche un tempo messe al bando e coltivate purtroppo, più o meno religiosamente, solo nel pantheon della “destra” più pagana e idealista.

Il personaggio in questione è il barone Roman von Ungern-Sternberg,  il generale bianco  che guidò la resistenza ai  bolscevichi in Siberia - alla testa di un’armata composta da soldati mongoli, buriati e cosacchi – prima di essere catturato  e fucilato, a soli 35 anni. Per la sua crudeltà era conosciuto come il “Il barone sanguinario”. Ed è questo il titolo della biografia che gli dedicò negli anni ’30 Vladimir Pozner, appena tradotta da Adelphi. Si tratta di un testo assai godibile, che sta a metà fra il reportage e il romanzo, e che prova finalmente a separare realtà e leggenda nella figura di questo barone nero che si credeva l’erede di Gengis Khan ed era folle d’amore per la guerra, di cui si nutriva come altri fanno col pane.   Certamente Pozner non deve averlo amato – come invece  l’autore di “Bestie, uomini e Dei”, Ferdynand Ossendovski, che tanto contribuì a crearne la leggenda -  eppure a modo suo ne è rimasto affascinato, riconoscendo al personaggio una sua coerenza e una grandezza fuori dal comune. Von Ungern era un uomo che si sentiva investito di una missione, una grande missione: “diventare quello che si è e fare ciò che si deve”. Ad essa dedicò tutta la sua vita. Diventando una sorta di monaco guerriero: solitario, imprevedibile, feroce, frugale, misogino, marziale e paranoico. Si placava – dice Pozner - solo quando si faceva montare la sua giumenta grigia, Maska, e andava a trovare i suoi amici mongoli, nelle loro yurte.  Lì la sua storia si ricongiungeva alla loro, nel segno di Gengis Khan

P.S. Più mistica e meno storica, “pagana” direi, è la biografia di von Ungern firmata da Jean Mabire, “Il Dio della Guerra”, tradotta in italiano nel 2009. A me è piaciuta.

 

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