Il lustrascarpe di Saraqeb (*)

apr 9, 2012 by

Il lustrascarpe di Saraqeb (*)

(*) FONTE:   Lorenzo Trombetta su SiriaLibano, 8 aprile 2012

“Mi sento chiamare da dietro, per due volte: “Rayyes, rayyes!”. Alla terza capisco che il “rayyes” (capo!) sono io, e mi volto. Sorridente, si avvicina un ragazzo poco più giovane di me, di cui non conosco il nome anche se ci parliamo da almeno due anni. E’ siriano. Un immigrato. Uno dei tanti che a Beirut sbarcano il lunario con mille lavoretti. Oggi porta con sé la scatola del lustrascarpe. Si aggira, nel giorno della Pasqua cattolica, nel quartiere cristiano di Beirut. Ci siamo conosciuti nel 2010 sotto la vecchia sede del mio ufficio, da un’altra parte della città, dove solitamente si siede e aspetta i clienti. Due anni fa, quando mi disse che veniva dalla regione di Idlib, non significò molto per me. Mi tornarono solo alla mente due immagini: gli abitanti maschi adulti di quella remota regione siriana al confine con la Turchia che vestono per lo più con la tunica tradizionale; la moltitudine di motociclette usate nelle campagne.

Quando un anno fa è scoppiata la rivoluzione in Siria, ricordo che nei video amatoriali che giungevano dalla regione di Idlib, notai che lì i manifestanti erano per lo più maschi, con le loro tuniche grigie e marroni. E che i cortei di protesta molto spesso venivano eseguiti a bordo di moto. E ripensai al mio amico lustrascarpe. Lo stesso che una mattina, sempre nel 2010, mi confessò che era venuto a Beirut perché da lui non c’era lavoro. Che qualche mese prima aveva comprato una moto per trasportare la merce dalla sua cittadina, Saraqeb, a Idlib, e guadagnare qualcosa così. Ma che era stato costretto ad abbandonare ogni progetto perché le autorità gli avevano sequestrato il mezzo una volta giunto nel centro urbano.

In Siria sin dalla fine degli anni ’70 le due ruote sono vietate nelle città “per motivi di sicurezza”. Il regime giustifica tale misura col fatto che negli anni del “terrorismo dei Fratelli musulmani” (1976-82), numerosi “assassini mirati” furono eseguiti a bordo di moto da parte dei fondamentalisti. Anche se viene da Idlib, una delle roccaforti dell’Islam sunnita conservatore ostile al regime degli Assad, il mio amico lustrascarpe non sembra avere alcun legame con ambienti fondamentalisti. E’ sposato, padre di due bambini. E a Beirut lavora per mandare i soldi a casa.

Lo rincontro oggi e subito dopo il primo sorriso mi racconta la sua disperazione. “Saraqeb è quasi tutta distrutta”. Come se non ne sapessi molto, gli rivolgo domande banali. Come se fossi uno dei tanti italiani che conosce la Siria da lontano e attraverso qualche titolo di giornale. Chi sono a distruggere le case, i terroristi?, domando. Ride. “Ma che terroristi! E’ l’esercito regolare (nizami)… della mia famiglia solo mio cugino più grande è rimasto. Suo fratello, aveva 25 anni, è stato ucciso con un colpo alla testa”. Da chi?, chiedo, cadendo dalle nuvole. “Dal regime”, risponde come fosse la cosa più ovvia al mondo. “A Saraqeb ci sono rivoluzionari (thuwar) ma non terroristi. La gente lo sa. Anche se dicono che sono bande armate (majmuat musallaha). Ma chi ci crede?”, domanda lui in modo retorico. Ma retorico non è – penso – perché in Italia c’è molta gente che preferisce credere alla versione del regime. E su quella costruisce articoli, editoriali, e persino siti Internet pur di trovare uno spicchio di visibilità. Pur di accreditarsi come colui che ne sa più degli altri. Come colui che sa come andrà a finire, e giù paragoni impropri con la Libia.

“La mia famiglia, compresa mia moglie e i bambini sono scappati a Latakia (sulla costa). Ma l’affitto è caro. Non sappiamo cosa né è stato della nostra casa. L’esercito governativo saccheggia tutto ciò che trova nelle case abbandonate e spesso le distrugge. Non vogliono farci tornare indietro”, mi racconta ed è un fiume in piena. All’angolo di questa tranquilla domenica di Pasqua cattolica in un quartiere cristiano di Beirut, lontano anni luce da Saraqeb. “$Mia moglie ha tentato di raggiungermi con i bambini. Ma alla frontiera l’hanno fermata”. Perché?, chiedo. “Perché? Non vogliono farci ricongiungere. Oppure per altri motivi che non so, ma sta di fatto che non è potuta uscire dal Paese. Ed è tornata a Latakia”. “Ogni sera li chiamo e mi dicono di non tornare. Che è inutile, che è meglio se continuo a lavorare qui. Ma qui ormai tutti i soldi che guadagno li spendo in telefonate. Che vita è questa? Non so che fare…”. Ha gli occhi umidi il mio amico lustrascarpe, che non è certo un rivoluzionario. Nel 2010 non aveva una posizione politica, così come non l’ha adesso. La sua dimensione è la famiglia che lo aspetta e la sua lotta quotidiana a Beirut.

Eppure non ha dubbi nell’attribuire al regime e alla strategia della repressione la responsabilità della distruzione della sua cittadina e della fuga della sua famiglia. Il mio amico vive con altri siriani di Idlib in un sottoscala di un palazzo nella periferia sud di Beirut. Non ha il televisore e le uniche informazioni che ha le riceve dalle telefonate con la famiglia. “I miei mi dicono quel che ripete la tv (di Stato). Non possono fare altro. Siamo costretti a parlare tramite la linea fissa, l’unica che funziona ancora perché è controllata e loro (quelli del regime) hanno bisogno di controllare”. Il mio amico, un immigrato che si barcamena come tanti altri, non vede al Jazira o al Arabiya. Non ha un progetto politico per la Siria del futuro. Non riceve soldi dal Qatar o dall’Arabia Saudita. Né dall’ex premier libanese Saad Hariri.

Mentre lo ascolto mi chiedo come come aiutarlo: non accetterebbe soldi, si sentirebbe offeso nel suo ruolo di padre di famiglia. Penso poi al suo racconto e all’impatto che queste parole potrebbero avere nella testa molti analisti e commentatori italiani, di destra, di sinistra, cattolici, sionisti e pseudo-pacifisti. Quelli che parlano troppo di geopolitica e di “broader picture” e non hanno occasione – oppure non se la cercano – di ascoltare questi siriani, gente comune, vittima dell’ingiustizia.0

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2 Comments

  1. edoardo

    sul sito di silviacattori.net,ci sono interviste di persone che dicono il contrario di quanto dice questo signore,l’avvenire ha pubblicato una lettera di italiani che stanno in siria e dicono il contrario,il sito francese voltairenet.org lo stesso dice il contrario di questo signore,questi video
    trovati in rete
    http://www.youtube.com/watch?v=dDnbVSbMfLM

    http://www.youtube.com/watch?v=SteUoGZSH0w&feature=youtu.be

    ma dove sta la verità???

    • admin

      caro Edoardo, in Rete c’è di tutto: verità e propaganda, citizen journalist e provocatori di professione. Per questo le notizie che vi circolano vanno verficate con attenzione, senza fidarsi alla cieca. Io di Thierry Meyssan e della sua Rete Voltaire non mi fido, perchè li ho visti in azione in Libia e raccontavano delle grandi cazzate (profumatamente pagati da Gheddafi). Quanto alla lettere pubblicata su Avvenire sono già intervenuto su FB per stigmatizzarne la pubblicazione: perchè è anonima e perchè gli stranieri in Siria oggi più che mai sono ricattabili dal regime. Andava accompagnate quanto meno da una nota di avvertenza. Lasciami però dire una cosa più generale: ma ti sembra così strano – al punto da doverne dubitare – il fatto che il popolo siriano si stia ribellando? Sei masto in Siria? E se sì, non ti sei accorto che quello degli Assad era un regime repressivo? E’ QUESTA LA PRIMA VERITA’. Poi, che i “ribelli” possano raccontare qualche cazzata per farsi propaganda, che rispondano al terrore con il terrore, che siano infiltrati da agenti estreni, per me sono VERITA’ SECONDARIE, che non smentiscono la prima.

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