Sul risveglio arabo

dic 1, 2011 by

Sul risveglio arabo

Pare che nel bel mezzo della presa della Bastiglia, il 14 luglio del 1789, Luigi XVI abbia chiesto ad uno dei sui maggiordomi: “Che succede? Una rivolta?”. “No, sire – sarebbe stata la risposta. Questa non è una rivolta. E’ una rivoluzione”.  Non so se un dialogo del genere abbia avuto come protagonisti anche Zine El Abidine Ben Ali, Hosni Mubarak, Muammar Gheddafi e Ali Abdallah Saleh, i quattro raìs arabi le cui teste sono già rotolate da quando, un anno fa, è iniziato quel terremoto che va sotto il nome di “Primavere Arabe”. Certo è che i sommovimenti in corso, che si tratti o meno di  vere rivoluzioni, stanno ridisegnando da cima a fondo la mappa geopolitica del Nord Africa e del Medio Oriente. E i primi pezzi del nuovo puzzle sono già sul tappeto.                                                                                                                                                                                                                                                                  

Tunisia, Egitto, Libia e Yemen, sia pure con modalità diverse – e diversi gradi di resistenza espressi dai vecchi regimi - hanno già visto mutare il loro quadro politico e istituzionale. Trasformazioni più o meno profonde sono inoltre in corso in Kuwait, Giordania, Marocco, Oman, Bahrein e addirittura in Arabia Saudita, sotto la spinta di una piazza che mai come oggi appare ricca di fermenti e soprattutto determinata nel perseguire gli  obiettivi che si è data.  Una guerra civile strisciante ha investito infine la Siria ed ha delegittimato l’autorità della famiglia al Assad, ormai in caduta libera.  In pratica, quello che sta cedendo – pezzo dopo pezzo - è l’assetto dei poteri emerso alla fine della Seconda Guerra Mondiale, sulla base degli interessi e delle alleanze strette dalle vecchie potenze coloniali. E la nuova mappa della regione finirà per promuovere nuovi equilibri e nuovi dati geopolitici con cui doversi confrontare. 

Il primo è l’avvento di un nuovo islam politico, in forme che saranno tutte da studiare. La vittoria alle elezioni prima di Ennhada in Tunisia, poi del Pjd in Marocco, e infine dei Fratelli Musulmani in Egitto sono il segnale inequivocabile che il mondo arabo del prossimo futuro verrà costruito attorno all”islam, vale a dire con riferimenti espliciti alla tradizione e alla religione della stragrande maggioranza delle popolazione. E’ per molti versi una scelta conservatrice, ma questo era largamente prevedibile, dopo che per cinquant’anni si erano succeduti regimi laicisti e autoritari, che avevano relegato la religione nella sfera del privato, a volte mortificandola.  Conforta, comunque, il fatto che il modello di riferimento per questi  partiti islamici sia la Turchia di Recip Erdogan, vale a dire un Paese musulmano ma moderno, niente affatto integralista. Per tentare invece un paragone con l‘Italia, questi partiti hanno molto in comune con la vecchia Democrazia Cristiana, un partito i cui valori potevano anche non essere condivisibili, ma erano pur sempre compatibili con le libertà individuali e l’esercizio della  democrazia. E’ il caso perciò di abbandonare i pregiudizi ed anche i luoghi comuni. Perchè l’islam che si sta imponendo oggi in questi Paesi non è riducibile al velo delle donne e alla barba degli uomini.

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6 Comments

  1. Qaundo dici a proposito della Siria “deligittimato l’autorità della famiglia Assad” intendi dire verso l’estero, o nel paese? Lo chiedo perchè fino ad ora mi sembra lo stesso copione libico, con tutti i motivi di sospetto che ciò dà.

    • admin

      No, attento, non è lo stesso copione libico. La ribellione agli Assad è reale e di popolo, anche se adesso anche gli oppositori sono armati. Leggi le corrispondenze di Lorenzo Trombetta (sul sito SiriaLibano) oppure il libro appena uscito di Antonella Appiano.

  2. adele

    In un momento in cui l’estremismo religioso sta cercando di appropriarsi dell’eredità delle “primavere arabe”, vorrei segnalare il romanzo-verità di Ilaria Guidantoni, “Tunisi, taxi di sola andata” (NO REPLY Editore), che ha il merito di riportarci indietro alla fase più ricca di fermento ed aspettative nel Paese da cui tutto è partito: la Tunisia dell’estate-autunno 2011.
    L’autrice, attraverso l’espediente letterario di una protagonista suo alter-ego, Sophie – che si presenta come giornalista europea che vuole scrivere un reportage per raccontare la rivoluzione e capirne le ragioni – si muove per le strade di Tunisi a bordo di taxi per scoprire cosa è successo dopo la fuga dell’ex presidente Ben Ali e quale fase stia attraversando il Paese tra spinte riformiste, aspettative di cambiamento ma anche paure e incertezze sugli sviluppi futuri. I tassisti, categoria particolarmente sensibile ai cambiamenti politici, sono i primi interlocutori della protagonista: durante il regime di Ben Ali, erano spie governative, con cui infatti bisognava essere molto cauti ed evitare di esporsi; durante i giorni delle manifestazioni di piazza e a ridosso della fuga del vecchio presidente, sono diventati tutti rivoluzionari e, una volta che il partito filo-islamico moderato EnnahDa ha ottenuto la maggioranza nelle elezioni dello scorso ottobre, sono diventati tutti filogovernativi. Sono delle vere e proprie cartine di tornasole del cambiamento politico, che “accompagnano” Sophie alla scoperta della Tunisi post-rivoluzionaria e all’incontro con i suoi protagonisti: studenti, blogger, uomini politici, ma anche esponenti della società civile come librai, artisti o semplici cittadini con il loro entusiasmo e allo stesso tempo con l’incertezza e le perplessità che inevitabilmente affiorano in un momento di rivolgimento così repentino e radicale.
    Dai colloqui della protagonista, italo-francese colta e un po’ disillusa, con le persone incontrate a Tunisi emergerà la contrapposizione tra la stanchezza del Vecchio Continente, dove la gente sembra ormai inesorabilmente assopita ed assuefatta allo status quo, rispetto alla gioventù di un Paese, che sta assaporando per la prima volta nella sua storia il profumo inebriante della libertà e del cambiamento e che, se pure in parte spaventato dalle incognite del futuro, ha avuto il coraggio di reclamare a gran voce i propri diritti e le proprie rivendicazioni, innanzitutto di maggiore dignità, e di questo va giustamente fiero.
    Naturalmente, accanto alla centralità dell’argomento politico, il libro offre molti altri spunti, essendo un viaggio a tutti gli effetti anche nella vita quotidiana, alla scoperta di luoghi, tradizioni, racconti, sapori di un Paese che scopriremo incredibilmente vicino, non solo geograficamente, all’Italia.
    Oltre a raccontarci la Tunisia in un momento di cambiamento e riscoperta della propria identità, Ilaria Guidantoni attraverso le pagine di questo libro, realizza anche un invito a riscoprire le radici comuni del Mediterraneo come luogo in cui, fin dall’antichità, diverse culture hanno convissuto influenzandosi ed arricchendosi reciprocamente e a guardare da ciascuna sponda l’altra come terra di opportunità, confronto e scambio. Del resto, sarà proprio questo che cercherà di fare Sophie, vivendo fino in fondo l’opportunità del viaggio come occasione di cambiamento e lasciando in sospeso, in un finale aperto – che il lettore avrà il piacere di completare con la propria fantasia – la decisione di ritornare o meno a Parigi.

    • admin

      Ho deciso di pubblicare questo commento anche se, parlando con estrema franchezza, ha l’aria di essere una “marchetta”. E mi dispiace molto. Perchè conosco Ilaria, l’autrice del libro d cui si parla, e non c’era affatto bisogno di esaltarla in maniera così spudorata. Anche a me “TUNISI: TAXI DI SOLA ANDATA” non è dispiaciuto. Ma da qui a trasformarlo nel libro del secolo – come fa la zelante Adele – beh, ce ne vuole.
      FERRI VECCHI è un blog aperto e tutti possono rendersene conto sfogliando i commenti che autorizzo. Non ci sarebbe nulla di male a segnalare libri, articoli o riflessioni che possano allargare e stimolare il dibattito sui temi che tratto. Ma le marchette no, per favore, teniamole fuori dalla porta.

  3. Orlando

    Ma, seriamente, come si fa a lasciare le “marchette” fuori dalla porta di un giornalista?

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