Inviati (sempre più) speciali

dic 14, 2012 by

Inviati (sempre più) speciali

Magari mi sbaglierò ma ho sempre pensato – e dichiarato a più riprese - che gli avvenimenti libici del 2011 siano stati pesantemente condizionati dal fatto che non c’erano giornalisti stranieri a Bengasi nei primi giorni della rivolta contro Muammar Gheddafi. Quest’assenza, infatti, che in altri tempi sarebbe stata ininfluente ma che può essere cruciale nell’era dei social network e delle all news, ha consentito infatti ai ”ribelli” di occupare liberamente e senza alcun filtro il proscenio dei grandi media mainstream, imponendo così la propria narrazione dei fatti, farcita di molta propaganda, a colpi di video e foto postati in Rete e soprattutto su Yootube. Con conseguenze nefaste, anche in termini politici.

Mi conforta perciò leggere oggi su Repubblica l’editoriale di Bill Keller, responsabile delle news al New York Times - una delle poche testate che continua a seguire con i propri inviati gli eventi che si succedono in giro per il mondo, nonostante i costi che deve sostenere – secondo cui non avere giornalisti laddove le cose accadono comporta molto spesso un deficit di comprensione. “Il prezzo che paghiamo per non trovarci là dove le notizie accadono – scrive Keller -  si traduce non solo in una qualità inferiore di giornalismo ma in una qualità inferiore di politica.”  E chissà se nel leggere queste righe fischieranno le orecchie ai generali della NATO che proprio in Libia, sulla base del frame abilmente costruito dai ribelli di Bengasi, si sono lanciati in un’avventura bellica senz’arte nè parte e di cui stiamo ancora oggi pagando le conseguenze. (vedi la situazione nel nord del Mali).

Avere più giornalisti sul posto, dunque, aiuta a capire. Come argomenta infatti Bernardo Valli nel bel pezzo che affianca l’editoriale di Keller  “un giornalismo senza uomini sul terreno è un giornalismo di seconda categoria, poichè si limita ad interpretare sulla base di notizie fornite da altri“. Mentre invece il cronista vero “decifra“:  ”il suo lavoro impone la presenza sul posto, il contatto diretto con gli avvenimenti, e una conoscenza una certa familiarità con l’ambiente“.  Altrimenti, avverte, “nella civiltà delle immagini e di Internet, il filtro televisivo e quello degli strumenti offerti dall’informatica alterano la notizia, la fanno dipendere dai poteri politici o finanziari che controllano o influenzano il labirinto della comunicazione“.

Parole sante. Ma che non sono ovvie. Perchè putroppo il cronista, ammesso che ci sia un editore che lo mandi in giro a lavorare, deve oggi reinventarsi un ruolo che, per come si era storicamente strutturato, non è più al passo dei tempi. Inutile nasconderselo. La Rete sarà pure un labirinto in cui spesso la Verità dei Fatti smarrisce la sua strada, persdendosi nei meandri della propaganda ma è anche vere che troppi cronisti cucinano aria fritta. Serve una rinnovata credibilità, serve una rinnovata onestà intellettuale, serve un nuovo patto di fiducia da siglare con la propria community di riferimento e più in generale con l’opinione pubblica. E servono editori che non si limitino a predicar bene ma abbiano anche il coraggio di non razzolare male.

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