Islam politico e Africa nera

apr 24, 2012 by

Islam politico e Africa nera

Che ci fanno i salafiti in Mali? E soprattutto, come fanno ad aver presa sociale in questo Paese, dove l’islam ha sempre avuto un’impronta tollerante e dove la convivenza fra le molte etnie e religioni è stata la norma, accettata sia pure a malincuore da tutti?  Per capirlo bisogna dimenticare per un attimo le bandiere nere di Ansar al Dine che sventolano in questi giorni su Gao, Kidal e Timbuctu e fare un passo indietro, a metà degli anni ’70, quando l’avvento dei  petrol-dollari imprime una svolta decisiva alla politica estera dell’Arabia Saudita, trasformando l’Africa nera subsahariana in uno spazio vitale per l’espansione dell’islam di stampo wahabbita

E’ in quegli anni che inizia infatti la penetrazione lenta ma inesorabile di un islam fino ad allora estraneo alla tradizione delle confraternite africane, un islam che si fa però portatore di risorse ingenti, attraverso cui costruire moschee,  centri studi, scuole coraniche e ospedali. Come scrisse Alain Gresh in un vecchio ma fondamentale dossier di Politique Africaine, i vettori principali di questa penetrazione furono l’ Organizzazione della Conferenza Islamica  - alla data della sua creazione, nel 1969, i Paesi africani membri sono solo 5, mentre oggi sono 20 –  e soprattutto il Fondo saudita per lo Sviluppo,  il quale, soprattutto negli ultimi due decenni, per via del collasso economico di quasi tutti gli stati post-coloniali, si è imposto come uno dei principali “donatori” in Africa nera. D’altronde, è negli stati della fascia saheliana  che l’Arabia Saudita ha provato a regolare i suoi conti con Muammar Gheddafi, cercando di contrastarne a suon di petroldollari le pretese egemoniche sul continente. Non c’è perciò da stupirsi se si sono convertiti all’islam personaggi insospettabili come il presidente del Gabon, Omar Bongo, e si capisce anche perchè proprio ai sauditi sono stati vendute migliaia di ettari di terra, in Mali come in Senegal, Sudan, Tanzania, Liberia e Mozambico.

I salafiti sono arrivati in Mali e in tutta l’Africa nera con l’accrescersi degli scambi culturali con l’Arabia Saudita. Grazie alle borse di studio che hanno portato a Ryad migliaia di studenti africani, per effetto del Pellegrinaggio alla Mecca – alla portata ormai di molti fedeli – e nelle valigie degli imam e dei predicatori che dai deserti del Golfo si sono spostati nei Paesi sotto il Sahara.  A Kidal si sono insediati sul finire degli anni ’90, facendosi subito notare per i costumi assai rigidi. Ed oggi sono loro ad avere il comando militare della città, così come a Gao e Timbuctu.  Scrive Le Figaro che proprio a Gao una banda di rapinatori è stata sorpresa in flagrante dai miliziani islamici di Ansar al Dine - mentre provava a taglieggiare i passeggeri di un autobus  - ed uno dei delinquenti è stato subito sgozzato, a mò di esempio. A Kidal, invece, secondo la IPS, gli islamisti avrebbero invitato le donne a velarsi, prima di uscire di casa, ed hanno minacciato di tagliare le mani a ladri e malfattori. “Il malessere del popolo è dovuto alla mancanza di fede” – ha spiegato a Radio Bouctou il leader di Ansar al Dine, Iyad ag Ghali, che ha annunciato l’instaurazione della shari’a in tutto il nord del Mali.

Prove tecniche di un nuovo emirato islamico? E’ ancora presto per dirlo, ma gli ingredienti ci sono tutti e ricordano molto l’ascesa dei talebani in Afghanistan, a metà degli anni ’90. Anche lì i fondamentalisti si imposero nell’indifferenza della comunità internazionale, restaurando da un lato l’ordine e la sicurezza compromessi dai signori della guerra e contrastando dall’altro la corruzione dilagante, con una rete abbastanza efficiente di assistenza sociale. In cambio, però, precipitarono il Paese nell’oscurantismo più totale, in nome di un’interpretazione dell’islam a dir poco  retriva.  Certo, il Mali di oggi non è l’Afghanistan degli anni ’90: la società è più aperta, i costumi sono improntati alla tolleranza e c’è  una certa dialettica politica, oltre ad una ricca e combattiva società civile. Non bisogna però dimenticare che il Nord del Mali, l’Azawad dei tuareg, è una regione immensa, isolata e negletta, che nell’ultimo anno è diventata una sorta di far-west in cui imperversano bande armate di tutti i tipi. I prossimi mesi saranno decisivi, per capire chi comanda da quelle parti e, soprattutto, cosa vuole. Pare che ci sia già qualche segnale di insofferenza, nella popolazione locale, rispetto alla shari’a imposta con la forza delle armi. Ma il rapporto di forze sul terreno vede prevalere per ora i salafiti e i loro alleati dell’AQMI, a danno del MNLA, l’organizzazione laica che raggruppa la stragrande maggioranaza dei ribelli tuareg.   Vedremo come finirà.

P.S. Sugli intrecci fra bande armate nel Sahel e sul loro rapporto con i servizi segreti, algerini soprattutto, si legga l’ottima ricostruzione fatta dall’ex spione francese che si cela sotto lo pseudonimo di Abou Djaffar e tiene un blog su Le Monde.

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