King of Tripoli

feb 26, 2012 by

King of Tripoli

(*)  Pubblicato su IL MANIFESTO del 25 febbraio 2012

Che sia il nuovo re di Tripoli lo si capisce dal vociare sommesso di chi fa la fila da ore nell’anticamera del suo ufficio, presidiato da un bel po’ di uomini armati e in uniforme, che filtrano le varie richieste del pubblico e stabiliscono l’ordine di entrata di tutti. A sorpresa, invece, Abdelhakim Belhadj si presenta all’appuntamento con noi in borghese e con un look piuttosto dimesso rispetto al combattente fiero e impettito che avevamo visto espugnare la città a fine agosto. Sembra semmai un notabile democristiano d’altri tempi, tutto pazienza, retorica e salamelecchi.

Abdelhakim Belhadj non è affatto un re – dice di sé, sorridendo sotto la barba corta e curata – è un semplice cittadino, che ha dato il suo contributo – come tutti i libici – alla Rivoluzione del 17 febbraio. E voglio rassicurare i media internazionali: non ho alcuna ambizione al comando, mi limito a lavorare per garantire una maggiore sicurezza al mio paese in questa difficile fase di transizione.”

- Ma non pensa che lo strapotere delle milizie armate, spesso in lotta fra loro, sia oggi il principale ostacolo alla sicurezza?                                                                                           

“E’ vero, qui a Tripoli ci sono ancora molte milizie armate e questo crea qualche problema. Ma trovo tutto sommato che sia fisiologico, viste le dinamiche che hanno caratterizzato la nostra rivoluzione. In ogni quartiere,  così come in ogni villaggio e città sono sorti infatti dei gruppi che si sono organizzati e armati per combattere  il vecchio regime. Oggi sono loro che garantiscono la sicurezza. Spariranno man mano che riusciremo a riassorbire i combattenti nelle nuove forze armate e di polizia, oppure destinandole ad altri incarichi. Ma tranquillizzatevi: la Libia non rischia nessuna guerra civile. C’è solo qualche scaramuccia, fra le varie milizie, e per futili motivi. Niente di cui preoccuparsi.      

- Lei è stato fra i fondatori del Libyan Islamic Fighting Group (LIFG) che si è opposto con le armi a Gheddafi negli anni ’90. E’ vero che gli ex combattenti del LIFG hanno avuto un ruolo di primo piano nella Rivoluzione, almeno in alcune regioni?

Non rinnego affatto il mio passato. Abbiamo provato con il LIFG a combattere il regime di Gheddafi e la repressione del regime è stata spietata. Ma erano altri tempi e quei tempi sono finiti. La rivoluzione del 17 febbraio è nata invece su basi diverse, non ideologiche. Proprio per questo è diventata una vera rivoluzione di popolo. Certo, anche i combattenti che stavano con il LIFG hanno fatto la loro parte, ma individualmente e non su basi organizzate. Si sono semmai mobilitati quartiere per quartiere, città per città, come tutti gli altri cittadini libici.

- Resta il fatto che in Cirenaica, a Bengasi e soprattutto a Derna, ci sono stati gruppi di combattenti che si ispiravano apertamente all’islam più militante…

Ripeto, è stato il popolo libico a rivoltarsi il 17 febbraio e se ci sono stati dei gruppi più religiosi e più militanti questo non autorizza nessuna a etichettare come estremista quella che è stata una rivoluzione di popolo.

- Ci sono rapporti di intelligence che denunciano negli ultimi mesi l’infiltrazione in Libia di diversi membri di Al Qaeda dal Pakistan e dall’Afghanistan. Qual è la sua opinione al riguardo?  

Sono tutte chiacchiere. Al Qaeda in Libia non esiste e non potrà mai avere delle basi. Perché il popolo libico è impermeabile al messaggio ideologico che Al Qaeda porta avanti. Chi dice il contrario non conosce la Libia oppure vuole screditarci.

- Ci sono diversi combattenti libici che sono partiti per la Siria. Ce lo conferma?  

Anche in questo caso si tratta di scelte individuali, che non meritano tutta questa attenzione. Il popolo libico soffre ed è ovviamente solidale con i fratelli siriani e con la loro rivoluzione. C’è perciò chi ha deciso di andare in Siria e di mettersi a disposizione. Ma non c’è stato alcun supporto logistico e nessuna organizzazione di queste partenze da parte delle nuove autorità libiche. Sono scelte personali, che non hanno sponsor.  

- Un’ultima domanda. Lei e molti altri combattenti del LIFG siete stati amnistiati nel 2010 e avete lasciato il carcere di Abu Salim grazie all’iniziativa personale di Saif Al Islam, nel quadro del suo progetto “riformista”. Si sente riconoscente nei suoi confronti? E cosa ci può dire circa il suo processo?

Noi non vogliamo vendicarci. Garantiremo a Saif al Islam le migliori condizioni per la sua difesa, in un processo che sarà giusto e conforme alle nostre leggi. E’ normale e legittimo che si voglia giudicarlo qui, in Libia, e c’è già un team al lavoro per raccogliere tutti gli elementi per valutare le responsabilità di Saif Al Islam nei crimini di guerra perpetrati dal regime nei confronti del popolo libico. Gli indizi a suo carico sono gravi, ma verranno  valutati con tutta l’attenzione che serve.        

 

 

 

SCHEDA: AL Qaeda in Libia

 

E’ stato il Guardian a denunciare per primo presunte infiltrazioni di Al Qaeda in Libia. L’attuale numero due dell’organizzazione, Abu Yahya Al Liby, alias Mohammad Hassan Qaid, considerato da diversi servizi di intelligence come il vero successore di Osama Bin Laden, è infatti un libico, già combattente del LIFG, sodale e amico di Abdelhakim Belhadi, che combattè al suo fianco ai tempi della jihad in Afghanistan contro l’occupazione sovietica.

Abu Yahya Al Liby punterebbe a fare oggi della Libia un nuovo santuario di Al Qaeda, viste le difficoltà incontrate negli ultimi tempi nelle zone tribali del Pakistan, sotto la pressione crescente dei droni americani. Non a caso il 5 dicembre scorso Abu Yahya Al Liby si è rivolto in video ai suoi connazionali, invitandoli a non deporre le armi finchè non verrà proclamata la sharia sul territorio libico. E in gennaio 2 membri influenti di Al Qaeda sarebbero sbarcati in Libia, per organizzare una rete affidabile, contando soprattutto sulle cellule del LIFG in Cirenaica, a Bengasi e soprattutto a Derna.

Derna è stata ribattezzata dall’Economist la “capitale mondiale” del terrorismo islamico. Questa piccola città costiera conta infatti meno di 100mila abitanti ma può vantare diverse centinaia di combattenti integralisti, molti dei quali sono stati in Iraq e in Afghanistan. Quando nel 2007 l’esercito americano diffuse una lista dei muhaiddjn stranieri che combattevano a fianco degli insorti, in Iraq, si scoprì che dei 112 cittadini libici identificati ben 52 (fra cui diversi kamikaze) venivano da Derna. E non è un caso se nel marzo scorso, all’inizio della rivolta contro Gheddafi, proprio a Derna venne proclamato un “emirato islamico”, sotto l’egida di Abdulhakim Al Hasadi, anch’egli reduce dell’Afghanistan, catturato a Pehawar e consegnato agli americani, liberato infine dal carcere libico di Abu Salim nel settembre 2010, assieme al nuovo re di Tripoli, Abdelhakim Belhadj. La  notizia dell’emirato venne poi smentita, per non indispettire le potenze occidentali che appoggiavano la Rivoluzione del 17 febbraio. Ed oggi a Derna liquidano in tutta fretta ogni domanda sull’argomento, limitandosi a ripetere che Derna è solo una città “molto religiosa”, che vanta una lunga storia di opposizione al regime di Gheddafi.

La porosità dei confini a sud della Libia in questa fase di instabilità politica, l’ampia disponibilità di armi rubate dagli arsenali di Gheddafi e le possibili sinergie con Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) – ma anche con la nuova guerriglia tuareg in Mali e soprattutto con il gruppo integralista dei Boko Haram in Nigeria – sono ulteriori elementi che rendono praticabile una tale strategia, in un’area peraltro molto vasta e che si è già dimostrata difficilmente controllabile. Del resto, uno dei leader dell’AQMI, Mokhtar Belmokhtar, non ha avuto nessun problema nel riconoscere pubblicamente di aver recuperato una parte delle armi trafugate dagli arsenali di Gheddafi. E non bisogna dimenticare che all’appello mancano sempre 17mila missili Sam 7, terra-aria, capaci di fare grandi danni. Dietro la facciata sempre più presentabile di Abdelhakim Belhadj c’è dunque tutta una galassia integralista in movimento.  

(*) Questi appunti fanno parte di un reportage su “LIBIA IERI, OGGI E DOMANI” che la RAI manderà in onda nelle prossime settimane, all’interno della trasmissione LA STORIA SIAMO NOI.

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1 Comment

  1. admin

    Grazie della citazione. Il report che hai tradotto è molto interessante e veritiero. Bravo.

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