La casa di Jasha

set 4, 2012 by

La casa di Jasha

Quando vado a Mosca agli alberghi preferisco la casa del mio amico Jasha. E non perchè non ce ne siano di belli e confortevoli, no. E’ che per uno come me, che è stato comunista in gioventù ed ha ancora oggi il cuore che batte a sinistra, entrare nella casa di Jasha è un po’ come infilarsi in una macchina del tempo e lasciarsi cullare dalla memoria di un’epoca e di un mondo, quello sovietico, che era sì illusorio, che di certo ha ingannati diverse generazioni ed ha anzi prodotto delle mostruosità, ma che ha comunque alimentato la mia parte migliore ed a cui oggi posso guardare con affettuoso e libero distacco.                                                            

Jasha abita nella Casa sul lungofiume, un complesso residenziale a due passi dal Cremlino e dalla Cattedrale del Cristo Salvatore – vedi foto in copertina, scattata però ai giorni nostri - commissionato da Stalin al famoso architetto Boris Jofan, per ospitare i membri della nomenklatura sovietica. Gli appartamenti, 505 in tutto, sono di gran lunga più belli e più spaziosi di quelli in cui vivevano i poveri cittadini moscoviti; eppure presentavano anch’essi, almeno all’epoca, qualche scomodità: ad esempio mancava la cucina, che era considerata incompatibile con l’ideologia collettivista ed era stata rimpiazzata da una mensa comune, a pianoterra; e farsi da mangiare in casa era un bel rischio, perchè i vicini di casa erano tutti dei potenziali delatori, come dimostra l’alto numero di residenti finito nei gulag. In compenso, ogni edficio della Casa sul lungofiume era dotato di una sala per le proiezioni cinematografiche, di lavanderia e di un servizio interno per la raccolta dei rifiuti.

Il fascino della casa di Jasha sta nel fatto che tutto è rimasto più o meno come all’epoca di Stalin. Tutto cioè sa di sovietico. I mobili, il parquet, gli arredi, le foto alle pareti, la polvere sui libri, finanche i sanitari in bagno, dove i rubinetti cigolano come le ossa di un centenario. E’ come stare in un museo e in più c’è il vantaggio che nulla di quello che ti circonda è morto. Addosso, infatti, si porta tutto l’odore del tempo. E che tempo! Jasha, che è il diminuitivo di Jacov,  di cognome fa Sverdlov. E suo nonno paterno – vedi foto a sinistra – fu il braccio destro di Lenin al tempo della Rivoluzione d’ottobre e capo del primo governo bolscevico. Prese il suo nome la città di Ekaterimburg,  lì dove proprio per ordine di Sverdlof venne giustiziato Nicola II, l’ultimo degli zar, e la sua famiglia.  Era destinato a seguirne le ombre anche il figlio, Andreji, che di Jasha era il papà. Ma sotto Stalin non fu facile: venne arrestato e internato a più riprese – probabilmente perchè ebreo – e nonostante le varie riabilitazioni non fece mai fortuna. La famiglia di Jasha visse comunque al Cremlino, dove certo non c’era la puzza di cavoli che aleggiava (ed aleggia tuttora) nelle case popolari di stampo sovietico; e l’appartamento da 5 vani nella bella Casa sul lungofiume fu una sorta di risarcimento gradito quanto dovuto.

Muoversi in casa di Jasha è come entrare in questo libro di storia. Il piano a coda che sta in soggiorno è quello infatti su cui si dilettava il giovane Troskii; la foto che sta sul letto che in genere occupo io ritrae Sverdlof con Lenin ed Avanesov che guardano lontano, verso il “Sol dell’avvenir”; il telefono che fa da fermacarte su una delle scrivanie del soggiorno stava al Cremlino ed è un regalo di Stalin alla mamma di Jasha, di cui pare fosse un po’ innamorato; e quella copia ingiallita del Capitale che sta in libreria è autografata se non sbaglio da Karl Marx in persona, regalo a non so quale rivoluzionario russo.

Jasha vive la sua vita in mezzo a tutti questi cimeli, di cui va fiero, com’è giusto: gli hanno offerto più di un milione di dollari per vendere l’appartamento con tutto quello che c’è dentro, ma lui non vuole. E pazienza se in frigo – un vecchio esemplare degli anni ’60 – non c’è mai granchè, a parte le marmellate che fa la sorella. Il passato, dice lui, non si vende.

P.S. Scritto il 10 settembre. Mi ha chiamato Jasha, per rettificare un po’ di cose.  Nell’ordine:  1) Non è certo che fu suo nonno a dare l’ordine di giustiziare la famiglia di Nicola II, ‘ultimo zar di Russia. Anzi, è probabile che la “colpa” venne data a lui perché ebreo. (Può darsi, resta però il fatto che da allora la città di Yekaterimburg cambiò nome in Sverdolsk ); 2)  Nella foto che ritrae Lenin, Sverdlof e Avanesov, lo sguardo dei tre è rivolto non verso “il Sol dell’Avvenir” bensì, molto più prosaicamente, verso un aereo che stava sorvolando la Piazza Rossa; 3) Non è vero che Stalin fosse innamorato di sua nonna. Nei corridoi del Cremlino ci fu solo un incontro molto ravvicinato fra i due, che salvò la nonna di Jasha da una caduta.  A mo’ di ringraziamento per queste rettifiche, Jasha mi ha spedito delle foto di casa sua, che ho subito inserito nel post.

 

 

 

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