La casa di pietra

nov 6, 2012 by

La casa di pietra

Di Pulitzer ne aveva vinti non uno ma due. nel 2004 e nel 2010. E che fosse un giornalista vero -non uno dei tanti, troppi “hotel warriors”, quelli cioè che si pavoneggiano pashima al collo e culo parato – lo provano le cicatrici che si portava addosso: Anthony Shadid nel 2002 fu ferito alla spalla a Ramallah da un cecchino israeliano che per poco non gli lese la spina dorsale; e nel 2010 venne fatto prigioniero dai soldati libici, mentre seguiva da vicino la rivolta contro Gheddafi. E’ morto in Siria quest’anno, il 16 febbraio, mentre cercava di lasciare in tutta fretta il Paese – dove era entrato illegalmente – dopo uno dei suoi tanti reportage sulla rivoluzione che ha messo in un angolo Bachar al Assad. A stroncarlo è stato un attacco d’asma, dovuto molto probabilmente all’allergia ai cavalli, di cui soffriva da tempo (e dietro cui si nascondeva, nella sua rocambolesca fuga). 
“La casa di pietra” , uscito postumo, non è il suo primo libro. Immagino però che sia quello a cui teneva di più. Perché racconta il progetto più ambizioso della sua vita, più importante ancora di quella carriera a cui Shadid aveva sacrificato tutto, anche la vita coniugale in Oklahoma, negli Stati Uniti: ristrutturare, anzi riportare in vita la sua casa di famiglia a Marjayoun, nel Libano meridionale. Un’idea folle, che gli era venuta in mente mentre “copriva” la guerra dei 33 giorni del 2006 e che ha perseguito con ostinazione. Poi sono arrivate le “primavere arabe“, che Shadid ha seguito da giornalista con passione e competenza, senza mai risparmarsi. Anche lui si è entusiasmato davanti alla folla che occupava Piazza Tahrir, al Cairo, ed anche lui ha tremato a Tripoli, prigioniero di un regime che non voleva rassegnarsi a cadere. Unico punto fermo, unico faro, anche nei momenti più duri: la casa di Marjayoun, la casa dove tornare, la casa dove tutto era iniziato.
Casa in arabo si dice bayt. Ma è qualcosa – ci ricorda Shadid – che va oltre le stanze e le pareti. La bayt è l”identità che non sbiadisce“, è la continuità, è quel passato che innerva il presente e lascia intravedere un futuro. Per questo La casa di pietra non è solo un libro di memorie ma una sorta di testamento a futura memoria: una malinconica ma lucida meditazione su quello che è stato e quello che potrà essere il Medio Oriente, con tutti i suoi problemi e le sue contraddizioni che vengono da lontano. In sospeso, purtroppo, resta solo una domanda: che ne sarà della casa di Marjayoun adesso, che Anthony Shadid non c’è più?

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