La ciliegina sulla torta

mag 19, 2014 by

La ciliegina sulla torta

Leggo che sia  l’Associated Press che la Reuters hanno imposto ai loro giornalisti una secca riduzione nella lunghezza dei loro pezzi. 500 parole saranno d’ora in poi il massimo consentito. E solo in casi eccezionali. Ne deduco che anche i giornali si adegueranno -seguendo peraltro una tendenza avviata già da tempo – in base all’idea che gli articoli troppo lunghi possono indurre i lettori ad  abbandonare la lettura, soprattutto sui dispositivi mobili, quali i tablet o gli smartphone.

Sarà vero? Non so. So però che anche in tv quello che viene definito il “ritmo” – e che determina la lunghezza di un pezzo – sta diventando una sorta di ossessione.  Vuoi fare un’inchiesta – sulla mafia 0 sull’ambiente ? – bene, che duri non più di 7 /8 minuti. E lo stesso vale per un reportage sul ruolo delle milizie in Libia o sulla guerra in Ucraina. Se poi hai un’intervista bella, esclusiva, a un personaggio importante, e magari sull’argomento del giorno, ti tocca “stringere”, “tagliare“, ridurre all’osso. Col risultato che l’opinione espressa dal soggetto in questione – può essere un passante oppure un grande filosofo – viene ridotto ad uno slogan di 30-40 secondi al massimo, tagliata o meglio copia&incollata con l’accetta.                                                             

Ma siamo sicuri che sia giusto? Siamo cioè sicuri che il pubblico – lettore o radio/telespettatore – capisca meglio e di più ? Me lo chiedo perché è questo che dovrebbe interessare noi giornalisti e i nostri editori. E me lo chiedo perché, anagraficamente, appartengo ad una generazione di giornalisti cresciuti con l’idea che il racconto della realtà – per immagini o con le parole – abbia una vita (e una durata) tutta sua, che può sì essere compressa – com’è sacrosanto – ma non più di tanto. Non si fanno inchieste degne di questo nome in 7-8 minuti oppure  in 60 righe. E non si fanno veri reportage se la pezzatura è sempre quella. Qualsiasi racconto ha infatti i suoi tempi, e provare a “stringere” troppo può essere un errore fatale. Beninteso, in termini di qualità.

Eppure, tutti i giorni, siamo lì a combattere con chi vuole “tagliare” i nostri pezzi. Col risultato che i mass medi presentano e pretendono pezzi sempre più brevi, che al massimo danno la notizia, male, ma non la approfondiscono quanto serve, per mancanza di spazio. E’ il mito della velocità. Un mito, perché non sarei tanto convinto del fatto che il mondo – anche quello dei lettori – ne abbia bisogno. E in ogni caso è un mito che si perpetua attraverso scorciatoie, non sempre condivisibili.

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3 Comments

  1. Hanno abituato il pubblico alla carenza di attenzione e concentrazione. Questi erano classificati come disturbi. Ora, invece, si propaga la distrazione a si impone la rapidità come metodo “normale”, ma così non si informa: si indottrina.

    Potrebbe essere l’occasione per il rilancio del settore dei Blog, andato in caduta con la diffusione dei “140caratterideltweet”. In un blog personale si può essere padroni del proprio spazio e avere come riferimento i lettori che non vogliono ammalarsi di deficit d’attenzione.

  2. Amedeo, la cosa preoccupante è la motivazione: le testate socie di Ap e Reuters dicono che i loro redattori (sempre di meno) non hanno tempo per accorciare, cucire, rigirare le agenzie. Le vogliono prendere pari pari e sbatterle in pagina.

  3. Sono integralmente d’accordo.

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