La feccia che fa la Storia

gen 28, 2012 by

La feccia che fa la Storia

Guardate queste foto. Sono degli anni ’50, un  B/N che (almeno a me) toglie il fiato per come esalta la realtà, ed a scattarle è stato uno dei più importanti fotografi africani: Jean Depara (nell’ultima foto in basso, a destra), a cui la rivista Feuilleton dedica un omaggio. Le sue foto ritraggono ragazzi e ragazze delle prime bidonville della capitale dell’ex Congo belga, Leopoldville  – oggi si chiama Kinshasa - e in particolare i membri di quella che è stata una delle prime gang giovanili, non solo dell’Africa: i cosidetti “billisti“.  Una gang che non si è limitata a lanciare mode e stili di vita ma ha avuto un ruolo di primo piano nei moti di piazza che hanno scatenato in quegli anni la ribellione di massa contro l’oppressione coloniale e hanno portato poi all’indipendenza del Congo, nel 1960. Come dire: c’è anche la feccia quando si fa la Storia.

“Billisti” viene da Buffalo Bill. Sì, proprio lui, l’eroe del Far West americano, che i diseredati di Kinshasa hanno conosciuto al cinema – nelle missioni cattoliche, molto spesso – e di cui si sono subito innamorati, al punto da volerne imitare il look e lo stile di vita. L’aria spavalda che mostrano in foto – ma soprattutto lo sguardo lucido e  l’occhio terribilmente arrossato – non sono però da seminaristi e future suore. E infatti il motto dei billisti è quanto mai esplicito: erba-rapine-e-ragazze, legate perdippiù a filo doppio, perchè le rapine servono a pagarsi l’erba e a fare i fighi con le ragazze, mentre l’erba serve sia a conquistare le ragazze senza troppa fatica oppure a non sentirne troppo la mancanza. Non era, insomma, gente frequentabile. Ma contribuì alla rivolta contro i coloni belgi molto più del gruppo sparuto di intellettuali cui in genere vengono attribuiti i meriti meggiori nel processo di decolonizzazione dell’Africa. Forse, invece, ha contato di più il cinema – o la rumba – degli scritti di Senghor e di Lumumba

A vederli, i billisti sembrano i fratelli maggiori degli attuali sapeur – da Société des’Ambianceurs et des Personnes Elegantes (SAPE) – che spopolano già da qualche decennio negli stessi quartieri popolari di Kinshasa (vedi foto sotto, a sinistra). Ma lo sfoggio di un certo look, all’epoca, non era solo un fenomeno di costume: era un modo per rivoltarsi contro il potere coloniale che voleva i neri dimessi e sottomessi, anche nell’abbigliamento, in quanto  incapaci – a detta dei bianchi che li sfruttavano – di avere un proprio gusto.   

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