La foto che non vi mostrerò (*)

set 16, 2012 by

La foto che non vi mostrerò (*)

(*)    Autore: Michele Smargiassi        Fonte:   Fotocrazia del 14-09-2012

“Diane Arbus avrebbe fatto quella foto”. Invece Sylvia Plachy, per trent’anni fotografa del Village Voice, non l’ha fatta. Qualcosa dentro di lei le ha impedito di inquadrare e catturare la figura di quell’uomo grande e grosso e spaesato, attonito, coperto di polvere e calcinacci, ovviamente era il drammatico 11 settembre delle Twin Towers.

E ora è pentita, amareggiata, irritata con se stessa, “quell’immagine mi tormenta”, come se una parte di lei, l’essere umano, avesse tradito, soffocato, fermato prepotentemente la mano dell’altra, la fotografa.

L’ho letto d’un fiato questo curioso libro del tutto privo di immagini e pieno di pagine bianche (Pictures not Taken, A cura di Will Steacy): una sessantina di  fotografi, in maggioranza fotogiornalisti, descrivono in prima pesona le più belle fotografie che non hanno fatto.  

Ci sono molti motivi che impediscono a una fotografia di esistere: decisioni etiche, impossibilità pratiche, esitazioni fatali, circostanze sfavorevoli… Ma direi che, in fin dei conti, le non-fotografie recuperate con le parole in questo libro si possono dividere in due grandi categorie: quelle che avrei potuto fare ma non ho voluto; quelle che avrei voluto fare ma non ho potuto.

La cosa singolare è che il tasso di pentimento è distribuito in misura non troppo sproporzionata su entrambe le categorie. Insomma anche chi ha scelto di non fotografare, a posteriori spesso soffre per la sua decisione. Rinuncio a fare quella foto perché il mio super-io dice che non devo, che non è giusto, che non è etico. Ma una voce dentro me dice che dovrei, invece.

Ma del dilemma etico dell’ “essere o fotografare”, tormento del testimone oculare delegato, in Fotocrazia si è già parlato altre volte e non ci torno adesso. Ora vorrei condividere con voi il tratto più intimo e personale della rinuncia a produrre un’immagine. Cosa resta, in noi, di un’immagine negata? Allora aggiungo il mio piccolo, immodesto capitoletto a quel libro.

Arizona, questa estate. Un piccolo poverissimo villaggio sulla ruga di un costone roccioso, nel cuore della riserva Hopi. Cartelli segnalano ovunque che è vietato fotografare persone e anche oggetti e paesaggi, nelle riserve Hopi. Le guide scrivono che persino prendere appunti su un taccuino è considerato un gesto predatorio e aggressivo. La mia fotocamera ovviamente resta nella custodia per tutta la giornata. Ma i miei occhi no.

Vorremmo visitare le rovine di un antico insediamento indiano, ma l’improbabile ufficio visitatori del villaggio, in una baracca di legno e ondulati come le altre, ovviamente è chiuso. Ci chiediamo se lasciar perdere, ma si apre la porta della capanna accanto, e il volto sorridente di un indiano ci invita a entrare. Bill l’artista ci stringe la mano con la sua, sporca di colori, ci mostra la sua casa, un giaciglio, una cucina, un tavolo, un grande schermo tivù. Ci presentiamo, ci raccontiamo qualcosa a vicenda, guardiamo e lodiamo il suo lavoro, compriamo due bamboline intagliate e dipinte, ci scambiamo nomi e indirizzi.

Mentre ci salutiamo, sulla soglia, con la coda dell’occhio vedo la fotografia. In mezzo alla strada, piedi scalzi, vestitino senza colore, una bimba hopi di tre o quattro anni cammina sovrappensiero, trascinandosi dietro per una mano, nella polvere, una bambola di stoffa: è un Woody, il cowboy giocattolo di Toy Stories. La bimba indiana e il cowboy pupazzo. La fotocamera è nella borsa a tracolla. Guardo Bill, che sorride ineffabile. La mia mano stringe la sua. Torniamo in auto, la macchina resta nella custodia.

Ma quella foto mai nata, tuttavia esiste. Io la vedo, distinta, nella mia memoria. Non è un vago ricordo, una sensazione, è proprio una fotografia: ha un’inquadratura, una prospettiva, una tonalità precisa di colore. Non so se ho infranto qualche sacro tabù hopi, ma io quella fotografia l’ho fatta, e la possiedo. Semplicemente, non posso condividerla con nessuno, tranne nell’insufficiente versione che ne riescono a dare le mie parole.

Le fotografie non prese, allora, non sono altro che fotografie non mostrate. L’occhio e il desiderio le hanno già istituite come immagini, e indietro non si torna. La consistenza del dilemma del fotografo va trasferita allora  sul suo vero terreno, che non è quello dell’etica individuale, ma delle relazioni, della comunicazione. In definitiva, è sempre un’etica politica.

Il fotografo si trova a decidere non se sia giusto che una foto esista, ma se sia giusto che sia mostrata al mondo. È una decisione che, in molti casi, può essere rimandata a dopo, alla mente fredda del secondo sguardo. Ed è una decisione in cui non siamo più solitarie anime belle, ma che chiama in causa il nostro essere sociale, ci coinvolge come membri di una comunità, in relazione al ruolo che in questa comunità abbiamo scelto di svolgere.

Per questo, credo, di fronte alla stessa scena, la scelta del fotografo turista sarà diversa, dovrebbe esserlo, da quella del fotografo giornalista, da quella del fotografo antropologo, eccetera.

Non so se Diane Arbus avrebbe fatto la foto della bimba hopi e non mi intessa saperlo, visto che non sono Diane Arbus. Io non ho fotografato la bimba hopi, perché l’uso che da fotografo dilettante avrei potuto fare di quella foto (mostrarla agli amici e vantarmi di come ero stato bravo a cogliere un’immagine così tenera e assieme simbolica) era meno importante del rispetto che come ospite provavo in quel momento per Bill e la sua gente. Non ho rinunciato a qualcosa, ho scambiato una condivisione con un’altra.

Non ci sono solo le foto fatte e le foto prese, ci sono anche le foto trattenute. Ecco: la foto della bimba hopi, in copia unica, non riproducibile, resta nell’hard disk bloccato dei miei sentimenti. “

( MICHELE SMARGIASSI)

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