La retrovia

mag 16, 2012 by

La retrovia

“Se il prezzo della liberta’ e’  la morte, siamo tutti pronti a morire”. Il cartello  campeggia fra i due letti della prima stanza che visitiamo, occupati da due ragazzi che vengono da Homs, il primo con una gamba amputata e il secondo con diverse ferite da arma da fuoco, al braccio e al torace. Difficile che riescano a tornare in Siria, almeno per i prossimi mesi. E forse e’ per darsi coraggio che hanno tappezzato le pareti con i vessilli  della loro rivoluzione: gli adesivi dell’ESL, l’esercito siriano libero, e le vecchie bandiere dei tempi dell’indipendenza, quella in nero, bianco e verde, con tre stelle al posto delle due utilizzate invece dal regime di Bashar al Assad. In effetti, piu’ che in un ospedale sembra di stare nella sede di un partito politico o in club di tifosi di calcio. A far la differenza sono i cartelli, stampati su fogli A4 e presenti in tutte le stanze, anche in quelle occupate dai civili, quasi tutte donne, e non dai combattenti, che comunque sono la magggioranza. ” Potete distruggere le nostre case ma non la nostra volonta’”, dice uno. E un altro: “Allah e’ con noi”.                                                                                                                                                                   

L’ospedale si chiama Dar Zahra, la casa dei fiori, e sta sulle colline di Tripoli, nel nord del Libano. La frontiera siriana  e’ a una manciata di chilometri, appena dietro le alte montagne che prottegono la citta. E di la’ dal confine, a 30 km, c’e’ Homs, la citta’ divenuta il simbolo della guerra civile siriana, per il lungo assedio cui e’ stata sottoposta dal regime. Tra i soldati che l’hanno circondata, mesi fa, c’era anche Khaled, 28 anni, faccia seria e una stampella in mano per via di un piede maciullato da una granata . Khaled pensava che ci sarebbe stato un dialogo con la popolazione che manifestava nelle strade di Homs; e quando ha visto che i generali davano l’ordine di sparare sulla folla, alla cieca, “senza distinguere fra uomini, donne e bambini“, non ce l’ha fatta piu’ e ha disertato, passando dalla parte dei rivoltosi. Mahmoud, invece,  viene da Bab Amro, il quartiere di Homs dove la battaglia si e’ protratta per mesi, casa per casa. Appena guariranno le sue ferite, Mahmoud tornera’ a combattere, “fino alla vittoria” dice, ” che presto o tardi non potra’ non arrivare, a Dio piacendo“.

Tripoli funge da retrovia della guerra civile siriana. Vi arrivano i feriti e vi arrivano le famiglie in fuga: 3000 finora, per un totale di quasi 15mila profughi, sparsi per la citta’. Con i giornalisti sono gentili ma niente nomi e niente foto o riprese dei loro volti: molti hanno lasciato qualcuno dall’altra parte della frontiera e sanno percio’ che la repressione del regime li colpirebbe senza pieta’. In citta’, d’altronde, c’e’ un intero quartiere abitato dagli alauitiJabal Mohsen – e la foto del presidente siriano e’ in bella mostra sulla facciata delle case. Motivo in pi’ per mantenere un basso profilo, senza mai abbassare la guardia.  Chi non lo fa sono invece i gruppi salafiti, che a Tripoli hanno la loro roccaforte libanese- nel quartiere Bab El Tabbaneh –  e che sono apertamente schierati con i ribelli siriani dell’ESL.  Da una settimana qui in citta’ alauiti e salafiti – che abitano due zone limtrofe, separate solo da una strada che, ironia della sorte, sia chiama proprio  ”rue de Syrie” – si fronteggiano armi alla mano, in nome di una faida che dura da 30 anni ma che e’ stata rinfocolata dagli avvenimenti in corso dall’altra parte del confine. L’esercito libanese nei giorni scorsi ha dovuto occupare la green line fra i due quartieri con i carri armati, per evitare che il bilancio degli scontri – gia’ 9 morti e diverse decine di feriti – si aggravasse ulteriormente. Stamane abbiano pero’ visto i tank andar via e subito e’ riesplosa la battaglia, coi kalasnhikov e gli RPG. Insomma, per essere solo la retrovia, Tripoli oggi ci sembrava molto, troppo calda

N.B. Le interviste e i video su www.lastoriasiamonoi.it/siria nella VI Puntata del nostro Diario dalla Siria in guerra: SULLA VIA DI DAMASCO

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