L’amore ai tempi delle Botteghe Oscure (*)

gen 8, 2013 by

L’amore ai tempi delle Botteghe Oscure (*)

Per chi malauguratamente se lo fosse perso, ho deciso di copia-e-incollare questo straordinario pezzo firmato Umberto Silvae apparso su IL FOGLIO del 31 dicembre 2012. Spero lo apprezziate anche voi.

“Torno sul luogo del delitto, affondo il piede nella mia orma. Milano tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il comunismo, il primo amore… sono i tre temi che con un saluto o un sorriso, a volte digrignando i denti, a ogni angolo della memoria mi ripropongono l’enigma: come ho potuto fare certe cose, come ho potuto soltanto immaginarle? Scrivo per cercare di capirlo… ma è una bugia, me ne frego di capire, voglio solo nuotare in quel passato che come ogni passato non passa mai, o meglio, passa sempre, sotto i miei occhi e le mie orecchie, e strilla: “E’ arrivato l’arrotino, arrota coltelli, forbici, forbici da seta, coltelli da prosciutto, donne è arrivato l’arrotino…”.
A Milano pioveva sempre, piove anche ora ma non è la stessa pioggia. Era una città assai romantica dove lavoravano tutti, gli arrotini arrotavano indemoniati e i lattai erano più aristocratici di un principe russo. Ogni tanto il nonno o lo zio di qualcuno moriva, la conta dei necrologi sul Corriere era un rito più sacro dei funerali. Chi più ne aveva, più velocemente andava in paradiso, mentre dai nomi che in gramaglie vi comparivano l’occhio attento delle sarte ricostruiva il giro degli amori e degli odi nelle grandi famiglie.

Milano era la città dei ricchissimi e dei poveri, che però non erano tali perché militavano nel Partito comunista italiano. I proletari erano più ricchi dei ricchi, “eredi della filosofia classica tedesca” li nominò Marx o Engels, non ricordo più. Pensare che a quel tempo, camminando sotto la pioggia, gli occhi bassi sul marciapiede e l’Unità nella tasca del cappotto, sapevo solo quello, perché c’era tutto un gran daffare nel distinguere i due amiconi: Marx la verità incarnata, l’altro assai più sospetto per via della nascita. Anch’io ero sospetto, nato da una famiglia che fino a un certo punto fu opulenta, e dovetti scontare questa tenebrosa origine. Ero uno studente liceale che cercava di capire qualcosa di quella vita che di riffa e di raffa, per eccesso di una cosa o la mancanza dell’altra, mi era preclusa. Mia madre non usciva mai dalle sue stanze, mio padre dalle stanze delle altre donne; le governanti e le cameriere mi volevano bene ma fuori dalla vita domestica non sapevano come fare ed erano facili prede di astuti rappresentanti di commercio. La sorte mi fece conoscere Ugo Ugolini, professore di Storia e filosofia al glorioso Istituto dei gesuiti, luogo sacro non tanto per le messe mattutine quanto perché ospitava i rampolli del capitale milanese. Il professore era un genio sotto ogni punto di vista e subito lo adorai, io che odiavo tutti quelli che mi dicevano qualcosa. Lui era diverso, di poche parole che lasciavano il segno. Del sapere celebrava il mistero solo muovendo nell’aria le sue bellissime mani “lunghe e affusolate”, come in coro ripetevamo tra noi ragazzi. Eravamo tutti così presi dalla sua magia, che l’ascolto di quel che diceva passava in second’ordine, era come il libretto di una musica di Wagner o di Stravinskij. Esterrefatti se ne accorsero i commissari dell’esame di maturità: non sapevamo niente, però era un niente che evocava il coro dei cherubini. Il rettore dell’Istituto ci mise una grandiosa pezza e fummo tutti promossi.

Quando m’iscrissi all’università di Giurisprudenza – volevo diventare magistrato per sbattere in galera mio zio banchiere, il Lupo – anche Ugo Ugolini abbandonò l’Istituto: correva voce che fosse stato cacciato dai preti per una tresca con la mamma di uno della terza A. S’installò al Jamaica, un antro buio dove tutti fumavano, un luogo di redenzione e di martirio. Lo andai a trovare, con un cenno della mano il professore m’invitò al suo tavolo. Ero con Paola, la mia ragazza, e lui la odiò fin da subito. Le fumava addosso sputacchiandole sulle dita. A un certo punto cominciò a strapparle i capelli. Più lei cercava di piacergli, più la sbeffeggiava. Anch’io la odiai per essersi messa in quel pasticcio, dimentico che ero stato io a insistere. A un certo punto Paola si alzò in lacrime e guardando il professore negli occhi disse:
“Eppure io l’ammiro, professore!”.
Era solo l’inizio dell’educazione sentimentale, politica e cosmologica che Ugo Ugolini mi avrebbe impartito.
A quei tempi papà aveva già dilapidato tutto. Come? Perché? Impossibile dirlo, tanti furono i modi. A scopo terapeutico, che non ne seguissi l’esempio, zio Lupo – davvero si chiamava così, era il suo secondo nome di battesimo al seguito di Francesco che era il primo – mi guidò nel giro delle bische di Milano. Ovunque era accolto con grande sorpresa e reverenza. In uno di quei misteriosi luoghi vidi papà per l’ultima volta. Curvo su un tavolo di Chemin non si accorse di me; ma io mi accorsi che aveva davanti a sé un’unica fiche da diecimila lire. Senza dare nell’occhio zio si mise alle sue spalle e fece scivolare accanto alla cenerentola tre sorelle maggiori da un milione. Papà le accatastò una sopra l’altra senza voltarsi. Il Lupo mi strizzò l’occhio a dire: “Adesso hai capito chi è tuo padre”. Lo sapevo bene, ma vederlo all’opera mi fece una strana impressione, era uno sciagurato ma anche un eroe che su quei tavoli combatteva le sue battaglie sapendo in partenza che le avrebbe perdute. Le sue mani erano bellissime, virili e delicate insieme, tutto in lui era tenebroso e splendente. Una volta avevo tentato di ucciderlo tritando un diamantino materno nella sua minestra, ma all’ultimo momento nascosi la polvere in tasca. Un po’ rimase attaccata alle dita che mi misi in bocca ed ebbi crampi tutta la notte. In realtà lo amavo e speravo che un giorno sarei diventato come lui, peggio di lui.
 Mai ho rinnegato la mia antica cosmogonia che vede i colti, severi e industriosi protestanti in perenne lotta con noi spagnoli, avvinghiati in un corpo a corpo da cui, per malsana copula, originano i pirati. Eterna è la sfida tra convitati di pietra e burladores, il cui slancio verso il denaro e le donne maschera la passione per la morte. Suicidio, disfatta, esilio: per quanto lo spagnolo si agiti, questa è la sua paga. Di lì a poco papà morì in circostanze oscure solo per chi non ha occhi, e pensai di onorare la sua memoria. Ero cresciuto secondo la dottrina che attribuiva l’inizio della paterna sventura a un colpo di mano dello zio, e così un giorno – ero appena entrato nel Pci e pensavo che giusto queste cose lì facessero – cercai di vendicare papà insieme a migliaia di lupizzati. Quando mi ricevette nel suo studio e gli puntai la pistola contro, impavido e impunito il Lupo mi guardò negli occhi, sereno come una forca. Era un uomo di rara eleganza, fin troppo, le ciglia orientali e la bocca che scivolava in una smorfia sprezzante. Premetti il grilletto, ma la Mauser che il compagno Ernesto mi aveva regalato non si comportò a dovere. Nascosta nel frigo si era impiastricciata con la maionese e al momento dell’azione s’inceppò. Commosso dal mio odio e divertito dalla mia sfortuna, congedandomi zio staccò un assegno di due milioni. Intascai l’assegno e gli sparai una seconda volta. Di nuovo la maionese fece cilecca. Gli porsi la Mauser, se la meritava. La soppesò da intenditore; di scatto distese il braccio mirando alla testa di un distinto signore appeso alla parete: mio nonno, suo fratello, il fondatore dell’impero! Indugiò qualche secondo, gli occhi che si facevano piccini, poi mi riconsegnò l’arma. Sapevo a chi veramente stava pensando quando la stringeva. Sua figlia, la birichina che arrivava alle feste indossando gli smoking del padre e costringeva i camerieri a ballare, si era sposata all’improvviso con un funzionario del Partito comunista. Il Lupo era impazzito. Andò a Botteghe Oscure offrendo qualsiasi cifra purché spedissero l’indesiderato genero a morire in qualche siberia o rivoluzione. Milano sparlava e gongolava. Ma quando, vent’anni dopo, il Lupo morì, ben seicento necrologi sul Corriere adornarono la sua bara.

 

L’euforia d’iscriversi al Pci, in odio alla passata ricchezza
Mai mi sentii euforico come quando, in odio al ricco che non ero più, m’iscrissi al Partito comunista. Il Jamaica mi aveva sgrezzato, ma era impossibile fare le rivoluzioni o le riforme essendo ubriachi giorno e notte. Al Pci invece era tutto ordine e legge, e subito mi diedi un gran da fare, tanto che erano molto soddisfatti di me, all’inizio. Un compagno si era ammalato e all’ultimo minuto fui precettato per un viaggio di apprendimento a Mosca. Feci salti di gioia, pensai che i sovietici mi avrebbero avviato allo spionaggio, che mi avrebbero insegnato a come schiacciarmi il dente di cianuro in caso di bisogno. Tutta la mia libidine e la mia idea dell’Urss era concentrata in quel dente, che peraltro non apparteneva a un gerarca russo ma al famigerato Göring. Confonderli mi sembrò brutto ma anche no. Chiesi a Mario Carbone, il compagno capogruppo, ragguagli sul dente al cianuro, ma si limitò a fissarmi severo. In tal modo potei sentire la saliva che a fiotti gli scendeva nell’esofago.
In aereo noi giovani ci guardavamo increduli di tanto privilegio; cantavamo l’Internazionale e dalla cabina spalancata i piloti del Tupolev ci facevano segnali di fraternizzazione, ma anche di qualcos’altro che non comprendevamo. Ricambiavamo con larghi sorrisi, ma quando erano troppo larghi i piloti russi tornavano cupi e sospettosi. Ci voleva ben altro per smorzare i nostri entusiasmi. Ubriachi di felicità, appena sbarcati ci precipitammo nella piazza Rossa a bordo di un pullman tutto per noi dove feci conoscenza della prima donna sovietica, piuttosto tarchiata. Esauriti i posti mi si schiacciò contro.
Il Mausoleo! Come un antropofago sceglie la sua preda tra i turisti che lo vanno a visitare, così ricordo Lenin nel suo antro guardarci sornione uno per uno, senza sbilanciarsi. C’era anche l’Altro, nei paraggi, in apparente disgrazia, e sogghignava. Senza di lui, spente le luci e gl’inferi fuochi, Mosca era diventata noiosa come uno zoo senza iene, e solo gli occhi entusiasti dei neofiti come me potevano ridarle vita. I moscoviti ci guardavano con disprezzo e scuotevano la testa. Regnava Krusciov e i pareri su di lui erano molteplici, in occidente e forse anche da quelle parti. Un trasformista o un convertito? Uno simpatico, si diceva. Ma il compagno Carbone sorrideva con aria di mistero, lasciando intendere che la sapeva più lunga. Ci fece penare per un paio di giorni, poi si rivelò. “Stalin”, ci disse, “era caduto sul legno della dacia, morto. Ma per il timore che fosse ancora vivo, nessuno attorno a lui si mosse. Questo significa essere un capo”. E fece un brusco movimento all’indietro, come per crollare a sua volta di schiena, tanto che mi venne da soccorrerlo. “Fermo lì, compagno!”, sibilò: “Non sono ancora morto, non sperarci, sta attento!”. Ecco, questo era il nostro capogruppo, e per tutto il viaggio mi tenne d’occhio, e ogni tanto ripeteva quel gesto di crollare per terra e rideva, nemmeno tanto.
 Mosca mi parve fantastica. Esalava un odore che mi portava al deliquio: fiale di Gulagin scaduto, cessi di scuole di partito, muffa di opera omnia in similpelle, vesciche sfatte di Politburo, mentre la porta girevole dell’hotel Lux non la finiva mai di sputare i fantasmi del Cominform e del Comintern. Ammiravo chi da morto artiglia i viventi, adoro la scienza quando è al servizio dell’occulto, mi entusiasmava la mania dei medici sovietici di conservare il cervello dei segretari, anche di quelli dei partiti fratelli. Sognavo di percorrere le spettrali cliniche di Jalta dove con qualche siringata di Insurrectional i superbi cervelloni si mettevano a comiziare tutti insieme gonfiandosi come seppie.
“Perché non andiamo a Jalta?”, chiesi alla sovietica che parlava un po’ d’italiano. Non so se avvertitamente o meno ma la sua testa urtò con violenza la mia. Non ci portarono a Jalta ma a visitare un kolkoz modello. I contadini modello stavano tutti diritti sull’attenti e anche noi, intimoriti. Ci fecero vedere una mucca che sembrava proprio una mucca modello e una pecora che non sembrava affatto una pecora. “E’ una pecora sovietica”, ci spiegò Carbone, che sapeva il russo. Tutti abbassammo gli occhi, pieni di vergogna. I colchoznik si diedero di gomito l’un l’altro, doveva essere una scena frequente che li faceva ridere risarcendoli del duro lavoro quotidiano. Le ragazze erano addobbate in vestiti tradizionali, ma nessuno di noi guardava le donne, come in tutti i paesi del mondo avremmo fatto. Nemmeno le ballerine del Bolshoi che si esibivano nel “Lago dei cigni” riuscivano a sedurmi. Ben altro di Mosca ci avvinceva: il potente afrodisiaco della ferocia che profumava le strade di notte. Sapevamo, sapevamo dei gulag e di tutte le altre porcherie, sapevamo tutto e ci andava benissimo. Forse che la compagna Iotti non si era innamorata del Migliore, che ancora dopo la morte di Stalin infieriva sugli antistalinisti? Mi eccitavo terribilmente quando in un vecchio disco spagnolo sentivo la voce di Dolores Ibarruri, la passionaria delle Brigate Internazionali, urlare roba del tipo: “Meglio condannare cento innocenti che assolvere un solo colpevole”. Sapevamo, sapevamo tutto, e il mio terrore era di essere arrivato tardi alla Grande Festa. Ma un po’ di coriandoli erano rimasti sul pavimento… Camminando per la città di notte sentivo i miei passi, ero Raskolnikov ed era un gran bel brivido. Lo assaporai fino in fondo. M’identificai con Jagoda, lo sterminatore giustiziato da Stalin per averne ammazzati pochi. Poi optai per Ezov, il suo successore, che pensò di salvare la pelle ammazzandone ancora di più; Stalin lo fece fucilare per averne ammazzati troppi. A quel punto scelsi direttamente Stalin.

Il mio compagno di stanza, il buon Petri delle cooperative, a mezzanotte si drizzò sul letto e cominciò a delirare. Farfugliava che il Migliore era un imbroglione, e vomitava. Faceva impressione, un indemoniato, pensare che era venuto con grandi pacchi di formaggio e pareva l’uomo più mite del mondo, uno che calpestato a morte ti avrebbe ringraziato. Gli dissi di smetterla, era indegno quel che diceva. Diceva che i sovietici erano peggio dei nazisti che si accontentavano di uccidere la gente, mentre dalle vittime i compagni esigevano il ringraziamento. Mi fece ridere. Aggiunse che i nazisti torturavano per conoscere la verità, per esempio dov’era nascosto l’ebreo, mentre ai comunisti della verità non fregava niente, s’inventavano un complotto e qualcuno doveva dire che sì il complotto esisteva e l’aveva ordito lui. M’innervosì, il Petri, gli punzecchiai la mano con la forchetta da kolkoz. Concluse urlando che dopo il nazismo non si può più credere in Dio ma dopo il comunismo si è costretti a credere nel diavolo. Era troppo, era uscito di senno. Avevamo un medico nel gruppo e mi offrii di svegliarlo. Petri mi supplicò di no, si fidava soltanto di me, perché ero ancora un ragazzo e i ragazzi non possono essere carogne. Figurarsi! Pensai ai microfoni che stavano registrando i suoi improperi e mi sentii al centro della congiura; ci avrebbero suppliziato entrambi se non mi davo da fare. Figurarsi se mi lasciavo scappare la mia prima carognata, tanto il nome delatore mi pareva, in quei tempi e in quei posti, autorevole e magico, denso di promesse. Mentre gli cambiavo le pezze d’acqua fredda sulla fronte, mi eccitava il pensiero di potere disporre del suo destino. La slitta di Cheka, Gpu, Nkvd, Kgb, scivolava sulle nevi, imboccato il viale sorpassava la prima casa, la seconda, la terza, svoltava l’angolo, si fermava… e alcuni cuori ricominciavano a battere mentre altri si arrestavano di colpo. Ero fuori di me e divorai un chilo di stracchino. L’alba mi ritrovò rincoglionito accanto al letto del giuda; gli tenevo la mano come a un batjuska moribondo. Avevo passato la notte a convincermi della bontà della mia delazione ma anche a massaggiargli i piedi intirizziti.
 “Tesoro”, mormorò il Petri con un filo di voce, “non dire niente di quel che è successo, ti prego”.
“Dirò tutto, compagno, dirò che hai dato del porco a Togliatti e dei mentitori a tutti i comunisti del mondo. Ti sbatteranno fuori, stanne certo, ti radieranno”.
La mia ferocia lo guarì di colpo. Via via che parlavo mi accorsi che Arnaldo Petri mi guardava sempre più sereno, incredibilmente felice, radioso, radioattivo. Non lo denunciai, fu lui a denunciare me una volta tornati in patria. Sparse la voce che non lo facevo dormire perché mi facevo pippe tutta la notte. Dal compagno Carbone invece contrassi il tic di buttare all’indietro la testa e il dorso simulando un crollo sul pavimento. Sentirmi un dio feroce con tutti gli occhi spaventati addosso, è una gran bella cosa.

Nel periodo rosso conobbi qualcosa che mai mi sarei immaginato: la fame. Non era male, mi dava allegria l’idea di faticare a mettere insieme il pane con il gruviera. Scoprire di non avere un soldo in tasca per pagare il caffellatte mi costringeva a chiedere una colletta agli altri avventori; mostrarmi imbarazzato e sghignazzare sotto i baffi era uno dei miei passatempi preferiti. L’altro era impietosire lì per lì una nobile fanciulla, magari di famiglia ultracattolica: come un’infermiera della Grande Guerra lavava i genitali dei soldati feriti, così la mia fatina con mano intrepida mi allungava dieci lire, non meno sporche, non meno sessuali. Esageravo nella riconoscenza, mi gettavo sul caffellatte e sulla brioche come un moribondo, a una ragazza baciai le ginocchia con un tale trasporto che rimase paralizzata per qualche minuto, una Lourdes all’incontrario.
 Tutto quel bendidio che la povertà mi propiziava, andava a nutrire la mia vendetta. Trovandomi un giorno a protestare davanti ai monumentali cancelli della Piva & C. che aveva licenziato un centinaio di operai, al megafono urlai tutte le porcherie che a scuola il Sandro Piva, il mio compagno di banco, era solito fare nei ritiri spirituali, a cominciare dalla merda che metteva nella zuppa dei preti, i suoi più solidi azionisti. I guardiani dello stabilimento non sapevano che fare, gli operai e le operaie si affacciavano alle finestre e ridevano. Facendo segno ai guardiani di allontanarsi, Sandro venne al cancello supplicandomi di smetterla. Era più grasso e sudato che mai, gli occhi piccini e cattivi.
 “Capitan Blood”, mi disse stringendomi un braccio, “Ti prego. Le cose vanno male, siamo pieni di debiti, sto andando in malora”.
 Il Piva senza soldi? Intollerabile! Il mio braccio si ritrasse come se l’avesse toccato un lebbroso. Sentì il mio ribrezzo, si pensò perduto.
 “L’azienda è ancora solida, credimi”.
“Dimostralo Piva, hai tempo qualche giorno”.
“Mi chiamavi Sandro, anzi Sandrone”, disse il Piva, tristissimo.
“Altri tempi. Ora tu sei un padrone e io un comunista”.
“Non siamo più amici?”.
Vecchio Piva, ai ritiri spirituali quando ancora stavamo alle medie, Fratello Augusto lo rimproverava di grattarseli col dito, i denti. Non parliamo dei cessi! “Aiuto, aiutatemi!”, si sentiva echeggiare per i corridoi bui e deserti, e il buon frate volava in soccorso. E dire che il Sandrone viaggiava già verso i quattrocento milioni di reddito annuo. Non conta. Al cesso conta solo la tua forza d’animo e il Piva non ne aveva una briciola. E quando nelle camerate giungevano quelle grida, non li si vedeva mica ghignare gli spagnoli, no, era la volta che stavano zitti, pallidi, presaghi d’un destino. Un’altra epoca, di quaderni neri e sanitari di ghisa, e le seghe erano seghe, ti portavano in paradiso e poi il terrore per l’inferno t’inchiodava tutta la notte. Si era negli anni Cinquanta e il mondo esisteva ancora, ben piantato su robusti appetiti. La gente era forte, buona, cattiva, vera comunque, dietro i muri della periferia operaia e dei palazzi di corso Venezia. Uccidere era uccidere, amare amare. E i comunisti erano davvero comunisti, fieri, magri, belli come posso immaginare belli gli uomini, nelle loro giacche lise ma pulite, le camicie bianche stirate dalle mogli, i visi affilati e lo sguardo serio che così serio mai più nell’Italia si vide e si vedrà.
Qualche giorno dopo arrivarono soldi freschi e il Piva riassunse gli operai. Ritornammo amici. La notte il Sandrone mi portava in giro con la Maserati ad attaccare manifesti, poi andavamo allo Stork a berci una vodka. Lo insultavo tutto il tempo ed era contentissimo. Altre notti di veglia le passavo con le famiglie sfrattate improvvisando per i ragazzini un brechtiano Gli spazzacamini cacciano i proprietari in portineria. Il più ricciolino mi si addormentava sulle ginocchia e la mammina col marito in galera mi guardava come fossi un angelo. I compagni della federazione, tuttavia, non si fidavano e mi tenevano d’occhio. M’interrogavano sul Lupo facendo facce terribili, segno che stava venendo loro durissimo. Mi veniva in mente Padre Giotto, il sordo. Lui se ne fotteva dei miei atti impuri, e qualunque cosa dicessi, anche la storia del diamante nella minestra, sorrideva beato. Non era sordo, era santo. Questi invece avrebbero voluto nettarmi a colpetti di lingua dai contatti col capitalismo, che qualcosa di quel saporino toccasse anche a loro. Stavo in guardia, ero sempre il più ligio e grigio. Smisi ogni frequentazione di amici e ragazze della buona società, quando le incrociavo per strada camminavo diritto. Scuotevano la testa, ridacchiavano. Incontrai Paola, facemmo finta di non conoscerci. Dopo dieci passi mi voltai a guardarla. Anche lei si era voltata. Mi soffiò un bacio e sparì nella folla. Mi tenni solo il Piva, ma lui non era un capitalista, era il Piva.
Tanta abnegazione fu premiata. Quella sera fatale Piera venne con la bambina a prendere Vittorio, e dalla vampa che mi bruciò la fronte ebbi la lampante controprova che in quegli anni ci si poteva davvero innamorare solo alla federazione del Partito, d’inverno, sostando infreddoliti nelle latterie dove gli operai chiacchieravano con i professori, tristi e solidali.
Non fu una decisione facile, le mie notti divennero un processo cecoslovacco, di quelli che se la scampi hai il presentimento che finirai ancora peggio. Piera era la moglie di Vittorio, un compagno, era una madre di famiglia. Era la figlia del Lupo, mia cugina. Era una cosa da pazzi. Ma non fui io a decidere, fu quella che Marx chiamava Dialektik, Freud Trieb e il Piva fregola.
 “Zietto”, qualche giorno dopo mi chiamò la figlia di Piera, una graziosa bambina di cinque anni, e le accarezzai la testolina. Sua mamma mi guardò e sorrise. Era così fiera Piera e spensierata. Camminava a braccetto di un rassicurante marito, l’immagine stessa della lealtà, e d’un pimpante sciacallo in amore, io, che mi muovevo magro e viscido come una falsa coscienza. Ogni dubbio e senso di colpa si era dileguato, non sapevo che farci, in una calda sera di maggio se alla festa dell’Unità pisciavi in una latrina da campo ti sentivi al centro della Storia. Figurarsi poi se eri innamorato: il piscio mi usciva caldo e soave, severa e carezzevole la sorella Ideologia lo indirizzava per il verso giusto con una forza tale che potevo alzare le mani al cielo in segno di trionfo. Tenendoci a braccetto visitammo i corroboranti stand della Corea del nord, del Vietnam del nord, della Mongolia interna. Le appendici sud erano invece tutte infiammate d’imperialismo, spiegava Ugo Ugolini a un centinaio di ferventi uditori tenuti a bada da una gigantografia di Lenin. Quando il professore mi vide, agitò la mano. Risposi con un certo imbarazzo.
 Guardando paterno le coppie volteggianti sulla pedana, Vittorio ci spronò:
“Forza ragazzi, ci vuole un ballo!”.

La piccola batté le mani contenta e il suo papà la prese tra le braccia e la fece danzare. Al suono della voce altoparlata del Migliore che sfumava in Ciao ciao bambina, strinsi mia cugina tra le braccia. La guancia di Piera era una magnolia, la voce di Modugno echeggiava come l’irresistibile richiamo di un Maelstrom. Dopo esserci strusciati le pance per qualche minuto Piera avvicinò le labbra al mio orecchio:
“Scopami”.
Ci rimasi male, a quei tempi tra compagni si diceva chiavare.
Nel Partito l’Ugolini passava per una specie di commissario politico e perfino il segretario lo temeva, sapendo che a Roma faceva colazione con il Migliore. Rilasciava quel profumo di virtuosa scelleratezza che tanto infiamma i cuori e si aggirava vestito di nero con una camicia sempre immacolata che chissà perché sembrava anch’essa nera, nerissima, I suoi occhi torvi illuminavano come fari del Kgb i corridoi della federazione, pareva Riccardo III il vendicatore di ogni umana gobba. Aveva sfrondato il marxismoleninismo riducendolo a un solido e robusto argomento: se si vuole salvare l’umanità non devi lasciarle scampo; fedele a questa aurea massima inchiodava alla parete una titubante compagna o un diffidente funzionario e non li mollava finché sfiniti e consapevoli non avessero emesso segnali più che evidenti di sottomissione. Alle riunioni nessuno riusciva a tenergli testa; maneggiava l’Ideologia come un fachiro i serpenti e un suo cenno di approvazione mi compensava delle mie umiliazioni. Non erano poche. Una sera venne a trovarmi mamma. Era sempre bellissima e sbattendo le sue ciglia di velluto mi chiese quanti anni aveva.
 “Trentacinque”, dissi senza esitazione.
Si affacciò alla finestra e sorrise. Poi, come se all’improvviso si fosse ricordata dove stava e con chi, con aria mesta si mise a osservare la soffitta, le travi tarlate e il lettino sfatto, e scosse la testa, come se presagisse che tutto il mio furore sarebbe approdato, nel migliore dei casi, a un’uretrite con qualche complicazione prostatica. Non tolleravo quel che le leggevo nel pensiero: facevo il comunista perché non avevo di meglio. Mamma si sedette sulla mia brandina guardandomi perplessa; si sdraiò e per la tristezza si assopì. Le sue gambe non dimostravano trentacinque anni ma venticinque. Quarant’anni più tardi quando la vidi morta alzai il lenzuolo: erano le gambe di una fanciulla.
Una sera che doveva cenare col segretario, Vittorio mi pregò di accompagnare Piera. Certo, anche lui… Sbagliai tutte le strade. Lei finse di non accorgersene ma io m’accorsi del suo sorriso. Cominciò a piovere. Dovevo farcela; non ero più un perditempo, ero un comunista ora e avevo tutto il diritto d’innamorarmi. Cercavo di mettere insieme una dichiarazione d’amore ma mi veniva qualcosa più simile a una mozione d’ordine; disperato ripetevo la litania tra di me e temevo che lei stesse guardando il movimento delle mie labbra. Dopo quasi un’ora di giri e raggiri arrivammo davanti alla modestissima casa operaia dove abitava la coppia Calligari. Piera non mi diede il tempo di dire alcunché, scese di corsa senza salutarmi. Avevo piegato il capo sul volante per lo sconforto, ma anche per il sollievo. Alzai la testa e vidi Piera, i capelli bagnati sulla fronte, immobile davanti al portone.

 

La fatale notte era appena cominciata. Ebbro di un disperato bacio, marchiato da un imperiale succhiotto, piombai sulla cena degli ex compagni di liceo. Stavano già tutti lì, nella saletta riservata del più rinomato ristorante della città; parevano uomini fatti e parlavano di affari, d’intrighi, di cose loro. Appena mi videro entrare, avvicinarono le teste e abbassarono la voce, attenti a non farsi sentire. Sapevano che avevo tradito. Sandrone Piva – di nuovo avevamo litigato, l’avevo chiamato scorreggione davanti alla sua segretaria – mi sbirciava con aria cattiva, ma c’era un fondo d’immensa tristezza nel suo sguardo. Non lo sopportavo, mi faceva male al cuore, il vecchio Piva mi avrebbe dato la luna. Da tanti pasticci mi aveva tratto in salvo e io a combinargliene di tutti i colori solo per farmi bello con il commissario! Non potevo vedere i suoi occhi tristi. Gli andai vicino e delicatamente gli chiesi della Lucia; finse di non sentire. La Lucia se la ricordava eccome, con quelle sue gonne strette strette. Strinse i denti il buon Sandrone, ma gli occhi non trattennero un lampo a cui fece seguito un sordo brontolio:
“Vaffanculo sai! Le ho messo su una   boutique alla Lucia e alla fine te la sei scopata tu!”
“E tu cosa volevi scopare, coglione, ne eri innamorato!”.
Rise fragorosamente il Piva, era un bel po’ di tempo che voleva ridere così. “E’ il solito stronzo, ragazzi, Capitan Blood è il solito stronzone!”. Con questo autorevole salvacondotto rientravo trionfalmente nel giro. Il comunismo non mi aveva traviato, decretarono gli amici, la mia animaccia era intatta. Si cominciò a pistoleggiare alla grande, si tornò sui banchi dell’Istituto e subito si presentarono al completo i paciosi fantasmi dei pretoni anziani e grossi che attendevano il cancro e gli spettri ardenti dei pretini giovani e smilzi che speravano di andare in Africa; ma a volte il cancro si portava via proprio i giovani con i bei sogni di gloria. E il Piva ricordò di quando a ping-pong il Padre Spirituale tirava la palla altissima verso il soffitto, e quella ricadeva precisa sullo spigolo del tavolo, inesorabile come una condanna divina. Tutti gli ex ricordavano tutto in nobilissima gara. E se all’inizio cercarono di darsi un tono, di rievocare il passato come se veramente appartenesse a un’altra vita, una vita da riderci su, a poco a poco lo scherzo divenne sempre più serio, colorandosi di mestizia e di trionfo. Gli occhi luccicarono e le mogli, i figli, le industrie, le grandi responsabilità, tutto svanì al ricordo degli anni immensi. Ci alzammo in piedi e brindammo. Giurando che mai ci saremmo separati urlammo:
“Gloria e morte!”.
Magnifici amici della mia giovinezza, tragici e derisori cavalieri d’un infinito torneo tra i viali delle puttane e i lugubri parchi delle ville di famiglia, possiate un giorno riposare in pace.

***

Se i miei coetanei sapevano a memoria i giocatori delle squadre di calcio, io conoscevo la nomenclatura di tutti i paesi comunisti e veneravo come misteri eleusini gli impercettibili spostamenti di rango. Quando qualcuno veniva cancellato di brutto, avevo un tuffo al cuore. I grandi capi del Pci sembravano da cent’anni immortalati nella Storia ma quando andavo a Roma me li trovavo lì, al bar accanto a Botteghe Oscure a bere un caffè. Erano giovanissimi, alcuni addirittura ragazzi birichini, come il compagno Pajetta. Mi piacque tantissimo. Aveva fama d’essere molto feroce ma con me fu gentilissimo. Mi fece accomodare su una poltrona del suo studio e si mise in ascolto delle cazzate che dicevo. Cazzate brutte, senza humor e nemmeno follia. Eppure ascoltava accavallando le gambe in un modo che, chissà perché, mi faceva pensare a Henry Miller. Una compagna chiese se volevamo del tè, e lui si premurò che mi portasse un paio di biscotti. Mi risolse una spinosa questione e mi disse di tornare quando volevo. Pietro Secchia invece mi riempiva di pastasciutta. Pretendeva che ne mangiassi tre portate e io le mangiavo perché era effettivamente buonissima. La cosa che mi eccitava di più era la sua mano destra, che in tempi lontani ma sempre vicini al mio cuore aveva stretto quella di Stalin. Se ne accorse e cominciò a guardarla anche lui, con rimpianto, ora poi che se ne stava in disgrazia dopo l’affare Seniga. A un certo punto cominciò a muoverla davanti ai miei occhi, ero ipnotizzato, le sue dita danzavano come seducenti ballerine. Quando ci congedammo la strinsi con vigore, e lui me la lasciò per un bel po’. Appena uscito la odorai: sapeva di pastasciutta. Il compagno dirigente che più mi sorprese fu però Terracini, di cui, come di tutti gli altri, chissà perché, curai discorsi e memorie. Gli arrivavano continuamente in studio contadini con grandi ceste di frutta e di legumi del loro paese, e lui li accoglieva con allegria. Si vedeva che era innamorato della vita e delle belle donne. Parlava come un libro stampato di cose condivisibili da tutti, salvo in certo i momenti, lui, il più liberal e mansueto dei comunisti, l’uomo che non s’inchinò a Stalin, uscirsene con certe frasi che mi fecero sobbalzare e guardare attorno semmai ci fosse un poliziotto che ci stava ascoltando. Era un po’ distratto. Chi invece non lo era mai perché cospiratore di professione fu Lelio Basso, che era impossibile chiamare compagno innanzitutto perché di un partito fratello assai sospetto, il Psiup, in secondo luogo perché si presentava così aristocratico nel suo mantello, nella sua parola scivolosa quanto il suo passo e il suo sguardo, che lo imparentavano con gente assai più veloce di pugnale dei comunisti: il cardinale di Retz. Nei nostri colloqui non si lasciò mai scappare una parola compromettente, ma in un modo tale da lasciar immaginare le cose più losche.
Quel fatale pomeriggio stavo nella stanza di Vittorio a discutere della riorganizzazione di una sezione. Con quanta competenza parlava. Il suo volto calmo e volitivo diceva che lui davvero credeva a quel che faceva, e lo faceva bene, gli operai e i contadini erano gente da aiutare e lui li aiutava. Era anche un bell’uomo, robusto e cordiale, veniva da Lambrate e aveva fatto la gavetta. L’ho incontrato due anni fa in piazza del Duomo e ci siano stretti la mano. Vigorosa come sempre la sua, anche il viso dagli zigomi sporgenti era intatto. Anche l’anima.
 Inaspettata si presentò Piera. “Ciao”, mi salutò distrattamente, si chinò su Vittorio e lo baciò sulla fronte.
“Sono molto nervosa. Ho bisogno di un po’ di riposo, ho bisogno del mare, solo lui mi dà pace”. Aveva pensato a tutto, un’amica avrebbe tenuto la bambina.
“E io”, chiese sorridendo Vittorio, “a chi mi affidi?”.
 “A mio cugino”, disse storcendo l’incantevole bocca.
 “Allora sono fritto!”, scoppiò a ridere Vittorio. “Ma siete davvero cugini voi due? Mi sembrate così diversi”.
Lo eravamo, diversi, Piera non aveva paura di niente. Vittorio fu convocato nell’ufficio del segretario e lei si allungò sulla scrivania spingendosi verso la mia bocca che spaventata si ritraeva contro la parete mentre la cugina si allungava sempre di più, finché la raggiunse. Dall’emozione e dallo spavento conficcai le unghie nel legno. Lei mi guardava con occhi scintillanti, riconobbi nel suo volto la smorfia tirannica del Lupo.
Piera con un maglione blu da pescatore, io in un paio di calzoni bianchi di suo padre, scendemmo al porticciolo tenendoci abbracciati. Un anziano amico di famiglia la fermò sulla piazzetta. Indicandomi con il bastone da passeggio, le chiese:
“E’ tuo marito?”.
E lei, allegra: “E’ il mio amore”.
Il vecchio signore sorrise. Sul panfilo che portava il nome di Piera ci ubriacammo di champagne guardando le vele che maestose si spiegavano in nostro onore. E poi? L’amore, il sole che scende nell’acqua e la luna che appare nel cielo, contavamo le stelle e ridevamo, sbronzi della più tenera, meravigliosa infelicità. Nel pieno della notte, dal tratto di mare sotto la nostra finestra si alzarono romantiche canzoni: un misterioso dio vegliava sui nostri destini.
Con simpatica confidenza interclassista a mezzogiorno la moglie del portinaio irruppe nella stanza e spalancò le finestre. Ci nascondemmo sotto le lenzuola come due liceali che marinano la vita. Squillò il telefono, suo padre voleva parlare con me. Piera esitò un attimo, poi mi porse la cornetta. Arrossii quando con voce commossa zio Lupo ricordò con quanta pena mi avesse visto errare per situazioni ambigue e indegne di un suo nipote, ma lui sapeva che sarei tornato: la sua bambina non era destinata a quei porci di comunisti.
“Ma anch’io sono comunista”, mi sfuggì di dire con voce così incerta e vergognosa che a zio dovette far migliore impressione di una roboante abiura. Con gravità sentenziò:
“Tu sei uno di noi, figliolo”.
E il mezzo incesto e tutto il resto? Boh.

Le parole del Lupo mi avevano istillato un fiero dubbio: ero veramente un comunista? Sicuramente non fino in fondo. E comunisti lo si è solo fino in fondo. Nelle riunioni di partito ero il più estremista, ma durante le manifestazioni m’imbarazzavo e facevo segno agli spettatori che non c’entravo davvero. Persino da una dimostrazione sacrosanta come quella contro la bomba atomica mi dissociai, uscendo e rientrando nel corteo fino a sparire nell’accogliente buio del cinema Apollo. Eppure non c’era da tagliare il capello in quattro in casi simili, niente revisionismo, riformismo, linea giusta, morbida, pugno di ferro ecc., la bomba atomica era palesemente e solamente orrenda come la donna cannone o quella barbuta, eppure… mi sembrava più seria lei di me. Se non altro lei, la bomba, aveva dato prove assai convincenti, ampiamente dimostrando di esistere. Insomma, in mille modi veniva fuori che non ero comunista. Peggio. Davo persino retta alle storiacce che si dicevano sui comunisti russi, a cominciare dalla ridicola calunnia che si mangiavano i bambini. Facevo bene: era tutto verissimo. Nel giardino della dacia di Beria si sono trovate le ossa di decine di adolescenti. Ma ancora gli (ex?) comunisti non lo accettano. Mi hanno colpito le memorie di Miriam Mafai, persona per più versi ammirevole. Fino al suo ultimo giorno di vita se l’è presa con le parrocchie ree di “essersi impegnate fino allo spasimo in una campagna elettorale, nel ’48, stupida e feroce insieme”, campagna che ha costretto gli italiani a scegliere tra la Russia e l’America. “Quell’America”, scrive ironica e rabbiosa, “che ci mandava il grano con il quale facevamo il pane che mangiavamo. L’America che ci avrebbe difeso dai cosacchi che, se avessero vinto i comunisti, sarebbero arrivati a Roma per abbeverare i loro cavalli nelle fontane di San Pietro. La Russia, dove i comunisti avevano trasformato le chiese in stalle…”. E così via. Tutto assolutamente vero, cara Miriam.

Erano i giorni dello sbarco alla Baia dei Porci e la sconfitta degli anticastristi si profilava sempre più grottesca di ora in ora. Kennedy regnava da soli tre mesi e aveva combinato uno dei pasticci più clamorosi della storia; al Partito si festeggiava con grandi risate e pugni levati in alto. Venne Piera a trovarci ed ebbe così un’ottima scusa per abbracciarmi e accennare passi di samba che, secondo lei, andavano benissimo per l’evento. Gli americani bastonati e derisi, non sembrava nemmeno vero! Era la prima volta di una lunga serie, intanto il mito dell’invincibilità era sfatato. E poi, Baia dei porci, che nome fantastico, che imbecille Kennedy a proporla come meta. Pensava di essere spiritoso? Fidel divenne un dio, aveva castigato i prepotenti e avrebbe potuto fare il prepotente per i prossimi cinquant’anni. Il segretario era raggiante, finalmente qualcosa di forte in anni di magra. Approfittando del gran subbuglio Piera mi spinse in uno stanzino pieno di scatole di cartone e mi baciò.
“Sei pazza”, dissi con un filo di voce. “Se ci scoprono questo posto diventa la nostra baia e noi i porci”.
Rise così forte che dovetti tapparle la bocca con un altro bacio. Mi sbottonò i pantaloni e s’inginocchiò. Venti minuti più tardi, sbirciando nello studio di Vittorio, li vidi baciarsi appassionatamente.
Ero geloso di Vittorio; tanto più che, per non insospettirlo, ogni tanto mia cugina gli concedeva qualche diritto coniugale. Me lo aveva confessato con l’aria della brava compagna aggiungendo qua e là qualche dettaglio del tutto innecessario. Impallidii e lei mi guardò sprezzante, facendomi capire che per la causa era pronta a farsi qualche nerissimo fascista. Eppure avrei giurato che nel profondo, laddove persino l’ideologia cede il passo, Piera sapeva di essere mia, solo mia. Aveva ragione il Lupo, ero suo nipote, carne della sua carne. Entrare nel ventre di sua figlia era tornare tra la mia gente, tra i miei più veri desideri; non nell’antica dimora distrutta dalla paterna follia ma nel caldo focolare che avevo sempre sognato, dove mi aspettava una cuginetta con la quale giocare, bisticciare e fare pace confidandoci i più intimi segreti.
“Lupo rosso!”, mi chiamò il commissario quando gli confidai il segreto amore per Piera. Mi ringalluzzii tutto. Ci voleva proprio. Quella sera dovevo dedicarmi anima e corpo ai compagni di Cinisello e si trattava di una missione non facile: prepararli alle future alleanze con i cattolici. “Un’operazione di pura facciata”, mi rassicurò il commissario. “Ma perché funzioni bisogna che i compagni ci credano davvero. Se si limitano a recitare fanno come quei gangster chiamati a far la parte dei gentiluomini al matrimonio dei capobanda con la marchesina”.
“E quando verrà il momento dell’azione e del sangue, come li riconvertiamo?”, mi permisi di chiedere.
“Ma quelli stasera mica si convertono”, rise di cuore Ugo Ugolini. “Fanno le scimmie, si suggestionano”.
Conservavo qualche dubbio, fu utilissimo. La sezione insorse imbestialita e più m’infervoravo più nel fondo della mia coscienza prendeva piede il sospetto che quando si vuole convincere qualcuno lo si vuole convincere di una sola cosa: che è un cretino. Ma quella sera, il sangue ancora infuocato dalle notti di Portofino, ero incontenibile e alla fine riuscii a rincretinire tutti, me compreso. L’euforia non si placò nemmeno quando raggiunsi mia cugina che già stava nella soffitta, nuda nel letto. Mi vantai di avere domato una rivolta e ripetei una decina di volte che il sangue e la morte non mi facevano paura. Piera mi baciò appassionatamente. Ballammo canticchiando “Ciao ciao bambina, un bacio ancora…”. Da quella fatale sera del festival dell’Unità ogni volta che ci trovavamo nella mia soffitta intonavamo quella canzone, e ridevamo, dapprima, ma dopo un po’ non più, ci tenevamo stretti e le mani cercavano sotto la gonna, tra i pantaloni, e al terzo refrain cadevamo in ginocchio. “Ma piove piove, sul nostro amor…”.
All’improvviso turbata, Piera si alzò e mi chiese cos’avevo veramente intenzione di fare a suo padre quando fosse venuto il momento. Quale momento? pensai perplesso. Le nostre nozze? La cugina mi fissava. Finalmente intesi e allargai le braccia. Mi guardò spaventata, cercò di piangere ma non ci riuscì. Si alzò e prese a camminare nervosa per la stanza; si fermò e consapevole annuì.
“E’ giusto”, disse, “ma mi perderai”.

Il pensiero che il nostro amore sarebbe finito nel sangue ci scaraventò sul mio anchilosato lettino con l’entusiasmo sperimentato con successo nei secoli da torme di giacobini napoletani, carbonari genovesi, nichilisti capresi, anarchici marchigiani e partigiani torinesi. Mi sentivo pazzo, malvagio, generoso, e lei così mi voleva. Pallida, folle, perduta: così io la volevo e mi abbandonai alle fantasie più sanguinarie. Sul più bello Piera si sottrasse, furibonda.
“Ma veramente uccideresti il mio papà? Ma sei scemo?!”.
Seduta sul bordo del letto fece il muso. Si alzò e nuda com’era s’infilò il cappotto. Il compagno Ernesto proprio in quel momento bussò alla porta della soffitta. Tre colpi ravvicinati e uno a distanza era il suo segnale fin dai tempi della Resistenza. Piera afferrò il vestito, le scarpe, le mutande e si nascose sotto la branda. La situazione era tragica ma anche comica, feci accomodare il compagno sulla branda e sentivo i pugni di mia cugina colpirmi il sedere. L’Ernesto mi raccontò un paio di storie dei suoi bei tempi, tanto per scaldare l’atmosfera, poi mi chiese di avallargli cambiali per centoventimila lire. Quando con la sensibilità del vecchio rivoluzionario titino avvertì che c’era qualcuno sotto il letto, mi disse: “Facciamo duecento”. Non potei dirgli di no, anche perché mi aveva regalato la famosa Mauser, un arnese del tempo di guerra. Ancora adesso, ogni volta che nel frigo cerco il burro o il latte mi aspetto d’incontrarla; mi piaceva accarezzarne il freddo acciaio assassino.
Alle sette del mattino mi presentai al maggiordomo della casa del Piva, avevo bisogno di un’automobile. Venni introdotto in un boudoir dove il padre del Piva faceva colazione. M’invitò a sedermi e dopo un po’ arrivò il Sandrone infilandosi la camicia nei pantaloni. Il Cavaliere del lavoro Gino Piva era un uomo grande due volte il figlio, che già era piuttosto in carne. Beveva il suo caffellatte e mi scrutava. Dopo un po’ mi disse che conosceva mio padre. Sorrisi controvoglia e minimizzai. Precisò che aveva visto anche mia madre, una donna splendida. Sorrisi un po’ più convinto. Il figlio gli aveva detto che ero comunista e mi chiese perché. Gli offrii una decina di motivi, non fece una piega. M’indispettii, gli dissi che nella vita occorre fare certe scelte e io l’avevo fatta. Precisai che senza di noi comunisti i nazisti sarebbero ancora a San Pietro. Allora Gino Piva fissandomi in volto si alzò in tutta la sua immensa figura. Arretrai d’istinto, pensavo mi volesse picchiare. Invece si tolse la giacca e il gilet, che ripose piegati sulla sedia. Si sbottonò la camicia, si alzò la maglia di lana e mostrò il petto poderoso. Un merletto di cicatrici lo attraversavano tutto, alcune rotonde altre a sciabolata.
“Queste non me le hanno fatte i nazisti ma i tuoi amici in Russia”, disse con voce pacata ma occhi fiammeggianti.
Il Sandrone mi guardava supplice, che non replicassi. Ero incerto, le manone spaventose del Piva senior m’incutevano rispetto. Per fortuna rientrò la sorella da chissà quale baldoria, elegantissima nel suo vestito di Pucci. Ci guardò tutti e tre con disprezzo e sbuffò:
 “Ci risiamo”. Mi prese in disparte e mormorò:
“Non dargli retta. Tu piuttosto, sei il figlio del Carlo?”.
Si pentì della domanda, mi carezzò la guancia e salì su per le scale agitando la sciarpa.
A bordo di una lussuosa Alfa Romeo del Piva partii con il commissario per una mitica riunione di quadri alle Frattocchie. Mi accorsi subito che lì l’Ugolini era un dio. Tutti lo guardavano adoranti come se stesse tramando chissà che e coglievano portentose allusioni in ogni minchiata che diceva. Per spirito di giustizia mi veniva voglia di urlare che non era vero niente, che era solo scena, che l’avevo battuto infinite volte a calcio balilla e a ping-pong, che non gliene fotteva un cazzo della Rivoluzione ma solo del whisky, della vodka e degli occhi rapiti di chiunque lo stesse ad ascoltare. Pensavo anche che io avrei dovuto essere lui, ma era impossibile, lui era troppo in là. Là dove? Questo mistero lo rendeva inaccessibile, perfino il fatto che mi scopassi la cugina era poca cosa davanti alla sua ineffabilità. Masticavo amaro.

Ugo Ugolini raccomandava di tener d’occhio la Basilicata, che lì si preparava qualcosa. Era solo ciucco, ciucco da mattina a sera. Eppure anche da ciucco il commissario riuscì a umiliarmi. Mi chiamò al tavolo degli oratori dandomi la parola nel nome della gioventù e dell’entusiasmo, ben sapendo, naturalmente, che avrei preteso di dire la mia. Le mie parole non arrivarono nemmeno alla prima fila della platea; si fermavano subito guardandosi in cagnesco, si masturbavano in modi lubrichi, infine si strozzavano l’una con l’altra. I quadri insorsero dandomi del massimalista, avventurista, anarcoindividualista e, con particolare soddisfazione, del coglione. Ugo mi strizzava l’occhio come a dire: “Sta’ tranquillo, pagheranno tutto”. Ma intanto pagavo io, il commissario non spese una sola parola in mia difesa, anzi ora come ora sospetto il contrario. Per non deprimermi troppo mi convinsi che era una strategia di quelle che l’Ugolini poi mi spiegava a cena: “Bravo, li hai stanati uno per uno e io li ho fotografati tutti. Al momento giusto: zac!”.
Zac me lo fece il responsabile della scuola di partito. Artigliandomi una spalla, come un sacrestano pedofilo mi sospinse in una saletta buia.
“Sei troppo impulsivo, compagno”, sentenziò passandomi un ditone invidioso sulla giacca, un tweed dei tempi dell’oro. “Non basta l’entusiasmo per servire bene la causa, occorre sapere servirla. Tanto per fare un paragone, storicizzato s’intende, molti facevano a gara per servire Stalin, ma solo il compagno Beria sapeva come servirlo”.

Ciao ciao bambina
Tutti così i miei patrigni. Tranne quel sant’uomo di Vittorio che davvero mi voleva bene e aveva tenuto a bada i più incazzati assicurando che ero un ragazzo intelligente! Capii perché Piera aveva fatto una figlia con lui; e mi fu chiaro anche perché mi voleva: era un po’ stronza e per questo la volevo tanto. La volevo anche perché avrebbe potuto comprare gli atelier di Dior e Balenciaga e invece vestiva gonne scozzesi di second’ordine che addosso a lei diventavano preziose. La sua povertà spandeva ricchezza tutt’intorno, la sua rinuncia mi eccitava. Solo al dito portava un oggetto costoso, l’anello che era stato di sua madre. Un diamante d’incalcolabile valore che, quando entrava in federazione, marcava la differenza tra i servi e la padrona sotto mentite spoglie. Un giorno, pensavo, avrebbe ereditato un’immensa fortuna. Che ne avrebbero fatto lei e Vittorio? L’avrebbero devoluta al Partito? Cinque anni dopo questa domanda divenne retorica: Piera lasciò il marito per un celebre giocatore d’azzardo, uno che aveva consumato molti patrimoni. Era un bellissimo uomo con l’inferno stampato sulla fronte. Quando vidi la loro foto su una rivista, pensai a papà.
Ubriaca, una notte Piera cadde in acqua dallo yacht. Nessuno se ne accorse e affogò. Non piansi, non l’amavo più. Significa che non l’avevo mai veramente amata? Cugino, cugina… ah! Avevo amato di più il comunismo? Ciao ciao bambina, un bacio ancora, e poi per sempre, ti perderò. Come una fiaba, l’amore passa, c’era una volta, poi non c’è più. Cos’è che trema, sul tuo visino, è pioggia o pianto, dimmi cos’è. Vorrei trovare, parole nuove, ma piove piove, sul nostro amor.

***

Ogni mattina Piera accompagnava la figlia a scuola. Io ero appostato due incroci più in là e lei mi faceva salire in macchina. Non c’era troppo tempo, Piera lavorava al sindacato ed eravamo costretti a qualche bacio o poco più in una viuzza deserta. Era comunque un bell’inizio di giornata. Un’interminabile giornata. Non c’erano ancora gli sms e dovevamo accontentarci di pensare uno all’altro, per poi dirci a cosa avevamo pensato quando lei andava alle quattro a prendere la bimba e un quarto d’ora prima ci incontravamo sempre in quella stradina. Uscivo come un razzo dalla federazione senza dare alcuna giustificazione, che di plausibili non ce n’erano. C’era però la complicità del compagno Ernesto al quale abbonavo piccoli prestiti e pacchetti di sigarette. La sera Piera riusciva a inventarsi ogni tanto un’amica da soccorrere o roba del genere, ma era tutto molto stringato e questo accresceva il desiderio e attutiva il senso di colpa del tradimento: un peccato così sudato era quasi una penitenza.
Tra un bacio e una carezza Piera mi raccontò che Vittorio l’aveva salvata dal male, perché lei aveva preso la piega di andare con tutti ma proprio con tutti.
“Come con tutti?”, mormorai affranto.
“Ma sì, è un modo di dire”, rise lei, “Non penserai davvero che mi facessi tutti ma proprio tutti”.
Be’, un po’ lo pensavo, anche se non proprio tutti, diciamo molti, moltissimi, e quel che più mi annebbiava è che me lo diceva così, senza badarci.
“Sono anch’io fra i tutti?”
 Mi guardava come se le avessi posto una domanda da cento milioni, una domanda impossibile da rispondere, ma poi rispondeva come se fosse la più elementare delle cose.
“Tu hai un certo modo di guardarmi che mi piace molto, ma non ti dico come fai se no non vale più”.
Passai tutta la notte davanti allo specchio cercando di capire qual era quel modo. Mi parve potesse essere un certo occhieggiare dal basso in alto leggermente di traverso, visus di cui in seguito feci sperpero con altre donne con risultati contrastanti. Una addirittura mi chiese se ero strabico.
A volte facevamo l’amore in una foresteria del Piva che stava a mezzo tra il sindacato e la federazione. Era un museo del kitsch e ci faceva sempre ridere vedere i nuovi acquisti del Sandrone, che provvedeva a farci trovare le bottiglie di champagne in frigo. Quando facevamo l’amore al Palazzo d’Inverno – così l’avevamo battezzato – era un’altra cosa da quando stavamo per strada o nella mia soffitta. Lì tornavamo dalle nostre parti e il senso di colpa svaniva totalmente, anzi ci lasciavamo andare a divertenti parodie del Partito e del nostro lavoro.
“Perché stai con Vittorio?”, di nuovo le chiesi.
“Senza di lui sarei pazza, farei cose assurde. E la bambina ha senso solo con lui, da sola non riuscirei mai a crescerla come si deve.
“Perché allora questa storia con me?”.
 Perché mi assomigli, sei mio cugino e sei stupido quanto me. E pazzo”.
“Non sono motivi nobili”.
“Ci mancherebbe altro!”.
“Come scopa Vittorio?”.
“Meglio di te. Ma a me piacciono quelli che non sanno scopare”.
Un martirio. E ogni volta che rientravo dovevo passare davanti all’Ernesto che mi scrutava cercando le prove. E come se sempre le trovasse scuoteva la testa a farmi capire che, se gli girava, poteva denunciarmi al segretario per abbandono del posto di combattimento o per alto tradimento. Un altro martirio. Per non dire di quando Vittorio mi chiamava nella sua stanza. Sostenere il suo sguardo era superiore alle mie forze e così mi concentravo su un fermacarte d’acciaio, dono di una fabbrica di Sesto San Giovanni. Ma dopo un po’ il fermacarte mi dava l’impressione di diventare sempre più grande e massiccio mentre io sempre più piccolo e fragile, finché mi schiacciava come un ratto.
Infine il gran finale con il commissario, e qui non c’era proprio niente da fare. Il suo sorrisino diceva tutto quello che una persona non vorrebbe mai sentire.
Ho tradito i vecchi amici per amarli in eterno. Essi non capivano, impazzivano, non si davano per vinti. Una sera allo Stork, il tempio della dolcevita milanese, per l’ennesima volta Sandrone Piva tentò di recuperarmi alla causa.
 “Dai, pirla”, mi disse invitando due squinzie al tavolo, “te lo dico io come stanno le cose e la muchi lì”.
 Disse proprio così: la muchi lì, così si espresse il futuro celebre bancarottiere tra i sorrisi estasiati delle ragazze che intravedevano una lucrosa serata. La grandiosa teoria economico-sociale che avrebbe dovuto farmela mucare lì con il comunismo e tutto il resto era la seguente: c’è chi ha il denaro e gli vuole bene, ne vuole dell’altro e sta a destra; sta invece a sinistra chi non ha il denaro e vuole quello di chi ce l’ha. “E fin qui”, ridacchiò il Sandrone strizzando l’occhio, “è tutto chiaro. A complicare le cose c’è un cinque per cento di stronzi: il denaro ce l’hanno, ma odiano a tal punto chi come loro ce l’ha che pur di toglierglielo andrebbero anche all’inferno. Poi, per fortuna, c’è un cinquanta per cento che non ce l’ha la grana ma pensa che sia giusto così. Poi ci sei tu. Hai annusato l’oro e ti sta sempre sulla punta del naso a farti prurito”.

Scazzottandoci arrivammo al suo palazzo. Mi supplicò di non rovinargli la serata, di amoreggiare con una certa Cinzia mentre lui sul divano di fronte prometteva all’altra ragazza una vacanza ai Caraibi. Ma non le badava più di tanto, era preoccupato per me e ogni cinque minuti si alzava e veniva a controllare, un supplizio. Anche perché io pensavo a Piera e non m’interessava fare proprio niente. A un certo punto si scrollò di dosso la sua ragazza e andò ad affacciarsi al balcone su corso Venezia gridando di salire a due tipe che evidentemente stazionavano lì tutte le notti. Poi si mise a telefonare a destra e a manca, promettendo mazzi di bigliettoni. Il palazzo si popolò di ragazze in abiti succinti che non sapevano bene cosa fare. I camerieri erano di nuovo all’opera e si aggiravano con vassoi di bicchieri e tartine. Sandrone si dava un gran daffare presentandomi le nuove arrivate e magnificandone attributi e prestazioni.
A un certo punto non ne potei più. In piedi in mezzo al salone urlai:
 “Io amo mia cugina!”.
 Sandrone annuì convinto, bevve una lunga sorsata di whisky, poi mi chiese: “Come si chiama tua cugina?”.
“Piera”, risposi come un martire che si avvolge nella patriottica bandiera.
“Ragazze”, disse il Sandrone Piva rivolgendosi solennemente alle convenute, “stasera vi chiamate tutte Piera!”. Sentii il crepitio del plotone d’esecuzione.
All’alba le ragazze raccattarono le loro robe e se ne andarono lasciandomi infelice su un letto di casa Piva. Non avevo tradito Piera, avevo messo le mani un po’ qui un po’ là ma solo per far piacere al Piva, e poi si chiamavano tutte Piera, era un omaggio in fondo, e una un po’ davvero le assomigliava. Piuttosto ero molto seccato all’idea che quel tanghero pretendesse di saperne più di me in fatto di lotta di classe. No, mio caro, non la muco lì. Mi attaccai al telefono svegliando il compagno Grozzi dell’Ideologia, un tipo che aspettava l’alba accanto alla cornetta in attesa di domande come la mia.
 “Non si può negare che ci sia del buon materialismo nel discorso del tuo amico”, sentenziò il Grozzi gelandomi la schiena. “Tuttavia è fermo, è quello che è, non c’è un briciolino (parlava così il compagno Grozzi) di dialettica. E se non c’è dialettica il discorso risulta inficiato a monte, e a valle lo raccogli con la pattumiera della Storia”.
 Mi addormentai come un masso felice.
Fu l’ultima volta per un lunghissimo tempo. Nel giro di ventiquattro ore le cose precipitarono. Come tutte le bambine di una certa età quando la nonna le ingozza di bignè, nella notte la figlia di Piera vomitò, notte in cui sua madre ed io stavamo consumando torbidi amplessi intrisi di odio. Lei mi accusava di voler tornare ricco, io di fare la povera; lei di farmela con suo padre, io di guardare troppo il commissario.
 “Dì la verità”, le chiesi, “te lo sei fatto?”.
 “Non ancora”, sibilò fissandomi con disprezzo.
 Vomitò sul suo cuscino, la piccina, e poi, per telefono, un po’ su Piera (un liquido buono, filiale) e, tramite sua mamma, tutto il resto su di me, sputo bilioso, acido. Provai a rassicurare Piera, mi diede uno schiaffo.
 “Non l’ho avvelenata io tua figlia!”.
 Rimase pensierosa, poi sbottò: “Dovevi rapirmi. Sei quel che sei e per me è troppo poco”.
Effettivamente mi parve d’essere pochissimo, ebbi l’impressione che la mia faccia si andasse dissolvendo come quella di un fantasma all’alba. Tuttavia era una donna esigente e volle che finissimo quello che avevamo cominciato, che tanto la bambina di certo non moriva per una crema pasticciera. La bambina era solo un pretesto per chiudere la nostra storia con una dignitosa drammaturgia.
Quando tutto fu finito, ma proprio tutto come si addice all’ultima scopata, Piera balzò sul telefono e disse alla nonna che stava arrivando. S’infilò le mutande e per un attimo i suoi occhi vagarono per la stanza. Aveva un’anima, pensai, o almeno un album dei ricordi. Mi feci trovare davanti alla porta con le chiavi della sua Seicento in mano. Tanta prontezza non mi evitò un’occhiata furibonda, ma sapevo che niente me l’avrebbe risparmiata. Si era calata nella parte di mamma ansiosa. La guardai correre giù per le scale buie e sperai che inciampasse. Sentii il colpo sordo del portone che si chiudeva. Assunsi una classica posizione zen. Alla quarta ora non sentivo più la fame, la sete, non sentivo niente. Una luce misteriosa penetrava nella mia mente melmosa rischiarandola, e ciò mi arrecava un sollievo incredibile. L’unico inconveniente era che più le cose si chiarivano più mi sembravano cretine.
La mattina del giorno dopo ebbi modo di apprendere come i peggiori incubi amino realizzarsi nel modo migliore, il più sbrigativo che toglie perfino il piacere dell’Orribile. Il compagno portinaio, l’Ernesto, quello della Mauser, aprì le danze. Quando gli passai davanti fece una smorfia e biascicò:
 “Malnatt”.

Vittorio mi chiamò nella sua stanza per comunicarmi che la bimba stava con la nonna mentre Piera si era sistemata da un’amica. Disse che sua moglie era triste e smarrita, però gli aveva assicurato che non c’era un altro uomo. Sospirai di sollievo, rabbrividii di vergogna, mi morsi le labbra per il disappunto. Vittorio mi guardava diritto negli occhi. Abbassandoli borbottai che le donne sono tutte un po’ pazze e fanno le cose senza pensarci. Mi disse di non dire cazzate, che non parlavo da comunista. E chi lo sa, brutto cornuto! Mi voltai per tornare nella mia stanza, sperai che mi arrivasse un colpo di pistola. Sul mio tavolo spiccava una busta sigillata, dentro trovai un assegno di dieci milioni accompagnati da un perentorio bigliettino del Lupo: “Portala a Parigi!”. Parigi, Parigi, ma sì era la salvezza, ci saremmo rintanati in rue des Capucines, lontano da tutto e da tutti, ci saremmo amati appassionatamente, poi avremmo pensato che fare. Il Lupo sarebbe riuscito a strappare la bambina a Vittorio ed eccomi padre, un padre attento, l’avrei amata come una vera figlia, e tutte le mattine avremmo passeggiato per i giardini del Luxembourg. Non avrei dimenticato Marx ed Engels, li avrei rivisitati in un’ottica più pacata, inserendoli nel più vasto contesto. La sera chez Lipp con nuovi amici, e la notte tutta per noi. Piera a Parigi! La sua grazia mi avrebbe guidato sulla strada della scrittura, da lì a poco il grande romanzo sarebbe nato. Bussai alla porta di Ugo, certo che mi avrebbe incoraggiato. Senza alzare lo sguardo dalla scrivania il commissario mi ordinò di chiudere la porta. Mi lasciò in piedi per un paio di minuti mentre con il manico della penna fingeva di correggere qualcosa; poi, con voce bassissima, mi disse che di vigliacchi il Partito non sapeva cosa farsene. Mi sentii impazzire.
“Ugo, fai il feroce con me? Ma noi siamo fratelli, siamo della stessa razza!”.
Scattò in piedi abbracciandomi commosso mentre mi bisbigliava nell’orecchio: “Ma se non faccio il feroce con te amore mio, con chi? Con questi morti di fame?”.
Mi sentii avvampare per la febbre. Barcollando tornai nella soffitta e m’infilai in un letto di sudore e di angoscia. Verso sera il Lupo chiamò.
“Hai fallito. Sei tale e quale tuo padre”.
Arrivò il Piva, con l’aspirina e un pollo arrosto. Saliva, la febbre saliva. Più saliva, più cresceva la speranza. Attendevo la morte come il segno che vi era del metodo nel creato, qualcosa di serio, di giusto. Eravamo alle solite. Parlavano tra loro i veri ricchi e i veri poveri, avevano un mucchio di cose da dirsi, sulla vita, l’amore, la morte, si mettevano d’accordo e mi fregavano, sapevano che non ero dei loro, l’avevano sempre saputo, mi avevano accettato per vedere fino a che punto il bastardo avrebbe osato spingersi. Solo il Piva mi voleva ancora. Mi offrì un congruo stipendio purché tutte le notti andassi a fare casino con lui. Una di quelle notti mi rintracciarono per dirmi che mio padre era morto. Lo piansi una ventina d’anni dopo e scrissi una poesia. “Nel meriggio il mare scintillava calmo / quando tornando dai tuoi viaggi scapestrati / come un padre tu padre mi prendesti per mano. / Ti tuffasti e mi abbandonai nuotando / a fianco del tuo dorso muscoloso / il mio gracile petto verso il largo. / Attorno a noi l’eternità coi suoi / colori i suoi ori / l’azzurra eternità immemore / di dolori e speranze pago / del mio sentirmi eternamente figlio. / Ora torniamo tu dicesti è l’ora / ma io avrei proseguito fino a quando / nelle acque profonde insieme avvinti / fossimo discesi nell’abisso. / Festose avrebbero suonato le sirene / degli yacht ancorati nella baia / di Portofino la ricca la gloriosa. / Che importa se quello che davi mi toglievi / m’hai tolto il gusto padre non i denti…”. E così via, via via, via!
Mamma conservava alcune prestigiose amicizie tra cui Gerda von Walderdoff, un’aristocratica viennese. Finita la storia con Piera non stavo in piedi dalla tristezza sicché una mattina il maggiordomo indiano di Gerda mi prese in braccio e mi portò difilato dal dottor Ragusa. Mi aprì la porta del suo studio e la rinchiuse con un colpo secco che mi fece rabbrividire. Si sedette davanti a me e si mise a fissarmi.
Gerda von Walderdoff riponeva ogni fiducia nel dottor Ragusa e m’incoraggiava a liberarmi di tutto. M’invitò a un tè con mamma che non faceva che sottolineare quanto la sua amica avesse ragione. Gerda accarezzava mamma cercando di calmarla, e intanto ricordava che nel ’36, a Vienna, con i nazisti alle porte, non c’era tempo da perdere: se si andava da uno psicanalista si faceva l’amore fin dalla prima seduta.
Ricordando l’antico splendore mamma teneva in mano un preziosissimo cristallo e lo rigirava ammirata.
 “Ti piace, cara? E’ tuo”, disse Gerda soave.
 “Oh che bello!”, esclamò mamma contenta, aprendo le mani e lasciandolo cadere per terra in mille pezzi. Accompagnandomi alla porta Hugo, il figlio cinquantenne di Gerda, mi confidò che erano trent’anni anni che stava in analisi da Ragusa.

Nella sala d’attesa dello studio dello psicoanalista attendevano donne che mi guardavano con occhi rabbiosi; appena si apriva la porta della stanza dei segreti vi si precipitavano dentro tutte insieme. Un signore elegante una sera mi guardava con benevolenza. Pensai fosse un collega del dottore in visita di cortesia. Ero angosciato e pieno di dubbi. Pensai che quel magnifico uomo fosse meglio del mio dottore. Ricambiai lo sguardo, mi accolse con un sorriso. Fantasticai che sarebbe potuto essere il padre tanto desiderato. Sognai tutto questo e altro ancora finché, con la più squisita buona grazia, il signore mi chiese: “Non trova che i sadici spesso l’azzecchino?”.
La cura funzionò. Mi laureai in Legge, lasciai il Partito, lavorai in uno studio legale, tornai al Partito, che lasciai poco dopo. Vi ero entrato nell’aprile del 1958 quando, poi si seppe, il Migliore aveva supplicato i sovietici di aspettare a impiccare Nagy che in Italia c’erano le elezioni; ne uscii nell’aprile del 1963, quando. poi si seppe, il Migliore sollecitò i cecoslovacchi a differire dopo le elezioni italiane l’annuncio della riabilitazione di Slánsky e compagni, impiccati per sbaglio dieci anni prima. Partii per Parigi, proseguii per Londra… dove beccai il mio primo scolo da una bellissima polacca. Diceva di essere un’émigrée invece era comunistissima. Mamma, come sempre, aveva ragione.
Un anno fa, a Roma, dopo un tempo infinito, tre o quattro vite almeno, rividi il professore nonché commissario del popolo Ugo Ugolini. Pensavo che il Partito fosse solo la seconda o terza tappa di un’avventurosa spettacolare esistenza, invece si era fermato lì. Improvvisamente, in piazza Montecitorio mi trovai attorniato da gente con bandiere di ogni tipo e campanacci. Ugo era l’unico ad agitare una modesta bandierina rossa. Mi vide e mi riconobbe. Mi puntò le dita contro, a mo’ di pistola, poi lentamente le appoggiò alla propria tempia abbandonandosi a una macabra risata. L’avevo amato, all’inizio. E un po’ l’amavo ora, alla fine. L’amore al tempo delle Botteghe Oscure era l’amore di sempre, un fantastico, struggente, tenero, criminale, appassionato equivoco.

 

{lang: 'it'}

Related Posts

Share This

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>