L’arte dell’inganno

apr 30, 2012 by

L’arte dell’inganno

Dalla Siria all’Afghanistan, dal conflitto israelo-palestinese alle Primavere Arabe, le guerre mediatiche – quelle che si combattono sui media mainstream, per la ricerca del consenso ed il controllo dell’opinione pubblica internazionale – sono diventate più importanti delle guerre guerreggiate, quelle che si combattono invece sui campi di battaglia. Ed è solo in apparenza che le prime fanno meno vittime delle seconde. Le prime uccidono infatti la Verità, seppellendola (o annacquandola) nel mare della propaganda e della disinformazione. E questo impedisce a noi cittadini di esercitare il nostro diritto-dovere ad essere informati, in maniera libera e corretta.

Ai Media come Armi è dedicato l’ultimo numero speciale di Limes. E diverse sono le riflessioni interessanti al riguardo,  anche in relazione agli attuali teatri geo-mediatici. Comune è la sottolineatura dello strapotere esercitato oggi dallo storytelling, un’arte antica e che in passato ha rappresentato un importante strumento di condivisione dei valori – come spiega un ottimo libro uscito qualche anno fa – ma che si è trasformata ai giorni nostri in una terribile arma di persuasione nelle mani dei guru del marketing, del management e della comunicazione politica e militare, attraverso cui plasmare le opinioni non solo dei consumatori ma anche dei cittadini. Ormai – è un dato sotto gli occhi di tutti – non si vendono più nè i fatti nè le idee ma le “storie”. E sono storie talmente ben sceneggiate, talmente appassionanti, che si fa fatica a non crederci. Cadendo così nell’inganno.                                                                                              

Lo storytelling abbaglia i cittadini indifesi e gli stessi giornalisti. anche i migliori. Questione di pigrizia, spesso, oppure di faciloneria, fretta, connivenza o mancanza di  competenza. Sta di fatto che al fascino delle “belle storie” – soprattutto quelle confezionate secondo archetipi consolidati, come bene e male -  è difficile resistere, anche quando si ha il sospetto che possano non essere vere.  A ben riflettere, le Primavere Arabe scoppiate negli ultimi anni sono state raccontate dai media mainstream non come “processo” – com’era giusto che fosse, trattandosi di un fenomeno storico – ma come una sequenza di “storie”, selezionate con l’intento di toccare i cuori più che di parlare alle menti, e a rischio di forzare i fatti e la loro interpretazione. A raccontare storie, d’altronde, sono in primo luogo i protagonisti, i governi in causa cioè e i loro contestatori, come si è dimostrato in Libia prima e poi in Siria.  E districarsi nel mare della disinformazione non è affatto facile, nemmeno per i professionisti più scafati.

Per lo stesso motivo non è facile capire quanto sta succedendo in Afghanistan.  Come ci spiega Federico Petroni in questo numero di Limes il presidente Barack Obama è riuscito infatti ad escludere dal mercato della notizia questa guerra costosa e impopolare, che lui stesso ha contribuito a “gonfiare“, sia in termini di truppe che di budget. Tutto merito di una “narrazione” ad hoc, talmente suggestiva e ben articolata che i media maistream non l’hanno di fatto mai sfidata, senza cioè provare mai ad interrogarsi sulla fondatezza delle sue tesi. A questo risultato ha contribuito anche la pratica sempre più diffusa del giornalismo embedded, che – come ho provato ad argomentare anch’io, sulla base della mia esperienza -  fa perdere autonomia e“tende a sviluppare un punto di vista vicino e simpatetico a quello delle truppe”.  Il risultato, solo apparentemente paradossale, è che Barack Obama è riuscito nel giro di due anni a far sì che i suoi elettori, il suo pubblico, avessero poco interesse a sapere come sarebbe andato a finire il conflitto in Afghanistan. Portato a casa questo obiettivo ha poi cambiato narrazione, puntando oggi a riportare “a casa” i suoi ragazzi.  E su questo  punta ad essere rieletto.

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