Le colonie e i kibbutz

mag 4, 2012 by

Le colonie e i kibbutz

Bella, molto bella, l’intervista di Francesco Battistini allo scrittore israeliano Amos Oz, pubblicata qualche giorno fa dal Corriere della Sera ed ora disponibile in Rete. Ti riconcilia un po’ con un Paese che ormai da anni fa di tutto per meritarsi l’isolamento in cui vive. Ed è anche la dimostrazione che non bisogna sempre confondere i suoi cittadini con le scelte miopi e scellerate dei sui governi. A Battistini che gli chiede ad esempio: “Spieghi a un antisionista la differenza fra un kibbutz e un insediamento, Oz risponde«È la differenza che c’è fra trovare una casa al popolo ebraico e prendere la casa dei palestinesi. Questo Paese è la terra di due popoli. Noi abbiamo la nostra porzione, dobbiamo lasciare ai palestinesi la loro. Ecco perché gl’insediamenti in Cisgiordania sono immorali. Quando mi muovo da qui, se non sono stato invitato dai palestinesi, non passo mai per i Territori: è una questione di principio. Rifiuto pure incontri pubblici nelle colonie. Questo poi non significa che i coloni siano fanatici assassini d’arabi, come spesso si crede in Europa. Ne conosco tantissimi che vivono lì solo perché costa meno. E che se ne andrebbero, ci fosse un’alternativa».

L’occasione per l’intervista è l’uscita in italiano dell’ultimo libro dello scrittore israeliano, “Tra Amici”, che verrà pubblicato a giorni da Feltrinelli ed è una galleria di ritratti ispirati alla vita nei kibbutz,  un’esperienza fondante per lo Stato di Israele, di cui per molti versi si è perso l’insegnamento. “ I padri fondatori – dice Ozavevano l’ambizione di cambiare la natura umana. Questo era impossibile, infantile e crudele: la natura umana va lasciata in pace. Pensavano che, in villaggi egualitari, di colpo le meschinerie, il pettegolezzo, l’invidia sarebbero spariti. I miei personaggi vivono le loro storie in questa tragicommedia. Il loro segreto è che il kibbutz è una rappresentazione dell’umanità. Una metafora».                                                                                                                                

Peccato che le parole di Amos Oz facciano a pugni con la realtà quotidiana che si vive nei Territori palestinesi occupati, anche per via degli “insediamenti” con cui Israele si fa beffe, da anni, degli accordi di pace. L’ultima, intollerabile ferocia si chiama TAG MEHIR, che in ebraico sta ad indicare “il prezzo da pagare“:  sono in pratica le spedizioni punitive con cui i coloni reagiscono alle iniziative politiche prese contro di loro e, ovviamente, ad essere presi di mira sono villaggi della Cisgiordania,  di cui si profanano le moschee, si bruciano i raccolti e si distruggono le case. A parole, l’insieme della classe politica israeliana ha condannato questi raid. Ma in realtà l’esercito lascia le mani libere ai giovani coloni ideatori del Tag Mehir e permette loro di scorazzare impunemente per le strade ed i villagi palestinesi. Chissà, speriamo sia anche per questo che Amos Oz  ha deciso di rifiutare gli incontri pubblici nelle colonie.  

 

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