L’Iraq dieci anni dopo

mar 17, 2013 by

L’Iraq dieci anni dopo

Adoro gli anniversari. Perché sono un’occasione per riflettere e provare a capire. Penso diano un senso meno effimero al nostro lavoro di giornalisti, permettendoci di organizzare dati, eventi e ricordi con più libertà, senza i lacci che impone la cronaca dell’oggi e con l’unico intento di organizzare una prospettiva valida attraverso cui legare passato, presente e futuro. Se l’anniversario poi è il decennale della Guerra d’Iraq - quella di Bush jr, iniziata il 20 marzo del 2003 - c’è solo da divertirsi: perché farne un bilancio, dieci anni dopo, serve non solo a mettere i puntini sulle i di un intervento militare  fra i più controversi di sempre, ma anche a capire il destino del Medio Oriente, che resta l’area più critica del nostro pianeta: la Madre di tutte le Instabilità.

La prima, ovvia domanda  a cui i mass media mainstream stanno provando a rispondere in questi giorni, con i loro inviati e fior di analisti, è se ne è valsa la pena, ra. Al netto, ovviamente, delle bugie vergognose sulle presunte armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein che precedettero e con cui si cercò di giustificare quella guerra. L’inglese The Indipendent si chiede ad esempio”Chi ha perso e chi ha vinto in Iraq”E soprattutto “se l’Iraq si trova oggi in condizioni migliori rispetto a ieri?” . Prova a rispondere con un reportage in sei puntate di Patrick Cockburn, e il quadro che ne emerge è  negativo, sia sul piano della democrazia – quella che George W. Bush ha provato ad esportare con le armi – sia su quello della sicurezza, che a distanza di dieci anni resta l’incubo quotidiano per milioni di iracheni, che non si accontentano della democrazia “formale” ma vorrebbero quella “sostanziale”. 

Che il dopo non sia affatto migliore del prima lo dimostrano poi, meglio delle analisi, le tante “storie” che i cronisti hanno trovato in giro per Baghdad. Come quella di Kaddum al Jabouri, l’iracheno che sbullonò con la forza delle sue mani (e del suo martello) la statua di Saddam Hussein il giorno dell’arrivo in città dei marines. Col senno di poi, vorrebbe non averlo mai fatto, dice al Guardian. ”Perché niente è cambiato – e tutto sembra peggio di prima“. La sua storia fa il paio con quella raccontata su Repubblica oggi da Vittorio Zucconi: la storia del soldato americano che tirò fuori la bandiera a stelle e strisce che venne schiaffata sul faccione di Saddam mentre Kadom ne sbullonava la statua di bronzo. Anche lui non se la passa bene:  Stress post-traumatico. E a leggere il suo diario non viene certo da difenderla, quella guerra, che in pochi ormai difendono.

Ci provano gli ex-consiglieri di Bush convocati da Foreign Policy in una tavola rotonda dal titolo molto interessante, “Ends and means”. Ma sono costretti a incredibili slalom per giustificare un intervento che l’opinione pubblica internazionale non ha mai capito né accettato e che fece impennare alle stelle l’odio nei confronti degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Con conseguenze che stiamo ancora pagando.

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