L’ultimo degli snob

giu 20, 2012 by

L’ultimo degli snob

Era snob in tutto, anche nell’animo. E come tutti i veri snob non perdeva occasione per dimostrarlo. Sia nel modo di presentarsi in pubblico - sempre ben vestito, in giacca e cravatta anche in mezzo alla polvere delle capitali mediorientali – che nello stile di scrittura: sicuro, elegante, ascitto ma impreziosito da citazioni, ricordi e dettagli che lasciavano trapelare, con una malcelata noncuranza, le buone letture e le frequentazioni giuste.  Ancora oggi conservo i suoi articoli in un grosso faldone che ho chiamato “Giornalisti che vale la pena di leggere“. Sono quasi tutti colleghi della vecchia generazione e lui è sempre stato fra i miei preferiti, prima all’Espresso e poi su Repubblica.

Con Sandro Viola, scomparso oggi dopo una lunga malattia, se n’è andato un pezzo da novanta del vecchio giornalismo, quello dei dimafoni e della Lettera 22, in un’epoca in cui i nostri inviati all’estero viaggiavano sì molto ma potevano contare solo sulle proprie capacità di fotografare e interpretare i fatti, senza l’ausilio di  Internet e senza poter barare col copia&incolla. Sandro Viola non l’avrebbe mai fatto, se non altro per rispetto nei confronti di se stesso e della propria storia. Era una aristocratico, che non sopportava gli aggettivi usati per stupire e si stupiva di chi della vita non sapeva apprezzare le cose giuste. “All’ Hotel Metropol non sanno più stirare le camicie” : iniziava così un suo pezzo sulla Russia post-sovietica, e in quell’attacco memorabile quanto stravagante c’era tutto quello che lo contraddistingueva dalla massa dei suoi colleghi, che si affannavano dietro ai fatti senza ruscire a coglierne i dettagli veri.

Fra i suoi articoli che ho conservato, ve ne propongo due che, a mio modesto parere, sono la quintessenza del suo stile e del suo personaggio. E’ vero infatti che i suoi grandi amori sono stati la Russia e il Medio Oriente, ma è vero anche che, soprattutto negli ultimi anni, si era dedicato con grande maestria agli “affreschi” sempre molto cosmopoliti del mondo che più amava, quello degli anni ’60 e ’70.  Secondo me sono piccoli gioielli di scrittura giornalistica. E allora buona lettura (E grazie, Sandro, ci mancherai).

Titolo: ALCOOL    Fonte: Repubblica del 18 agosto 2009
“Un tempo, dice un amico guardando dal suo balcone, verso le undici di sera, la famosa piazza romana sottostante, non dicevamo movida, dicevamo deboscia: ricordi?. Sì, ricordo: il termine deboscia – francesismo da “debauche” – era molto usato nelle conversazioni delle famiglie borghesi, a significare esattamente quello che il mio amico ed io stiamo osservando adesso nella famosa piazza romana. Giovani vestiti come i forzati della Caienna nel film Papillon (stracci intrisi di sudore, monili in forma di bracciale o catena che ricordano i “ferri” dei bagni penali), e molti altri addirittura a petto nudo. Quasi tutti, uomini e donne, con una mezza bottiglia di birra in mano, mentre altri bevono a turno e festanti da una bottiglia più grande, whisky o brandy o vodka. Una parte dei giovani sono già ubriachi, e tra un paio d’ ore alcuni di loro saranno probabilmente, come abbiamo letto nelle cronache di questi giorni, sulla soglia del coma etilico. Deboscia, appunto, che i vocabolari descrivono come “depravazione dei costumi”. Oppure un tale vuoto, una tale demenza, una tale disperazione, cui altro non può seguire se non la spinta al degrado e all’ ottundimento. Fa ridere pensare che solo adesso, e solo in poche città d’ Italia, la vendita delle bevande alcoliche ai minori sia stata proibita. Ormai la misura servirà infatti a poco. Terrà forse lontane dallo stomachevole spettacolo che si svolge ogni sera nella famosa piazza romana, le piccole pattuglie di ragazzi sotto i sedici anni. Ma per il resto, tutto rimarrà tale e quale: l’ ubriachezza di massa, gli schiamazzi notturni, l’ abbrutimento. Altro che movida: la vivacità, l’ onda delle speranze, la caduta dei tabù sessuali che animarono le strade di Madrid immediatamente dopo la morte di Francisco Franco. L’ alcol? No, il problema non sta nell’ alcol. Chi ne conosca bene l’ uso, e quindi l’ usi accortamente, sa bene che l’ alcol non degrada. Anzi, come diceva William Faulkner («civilization begins with distillation»), l’ alcol civilizza. Insegna infatti a contenersi,a diffidare delle euforie improvvise, e soprattutto a disprezzare gli ubriachi. Nelle giuste dosi, aguzza l’ intelligenza, immette un po’ di calore e d’ allegria nelle conversazioni, e bevuto dopo il tramonto aiuta a togliersi di dosso il peso della giornata. Senza dire che è una manna nella conduzione d’ un “flirt”. D’ altronde, non fosse così, come spiegarsi che per secoli hanno bevuto alcolici le aristocrazie, i pensatori, i grandi artisti, i Marescialli di Francia, Camillo Benso di Cavour, gli Junker prussiani e generazioni di Cardinali? Si potrà obbiettare che nel Settecento inglese di Fielding e Defoe, di Hoghart e Boswell, e nella Francia della seconda metà dell’ Ottocento descritta da Emile Zola, l’ alcol è esattamente deboscia. Basta pensare alla Gin lane di Hoghart, o all’ Assommoir di Zola. Ma insieme ai dannati che si distruggevano con l’ assenzio o col gin («the gin steals your life away», tuonavano nelle chiese di Londra i pastori anglicani), c’ erano poi gli assennati che, avendo imparato sin da giovanissimi a controllarsi, non bevevano smodatamente.E officiando con l’ alcol una loro liturgia sociale che spesso serviva a vincere la timidezza («drinking is romantic, even chic», diceva Lilian Hellman), ne ricavavano i benefici sopra accennati. Forse che c’ erano in Europa altri luoghi, negli anni tra i Dieci e i Sessanta del secolo scorso, più tranquilli e costumati di un buon bar? Bei legni, luci basse (“How dark, how pleasing”), il tenue brusio delle conversazioni ritmato dal tintinnare del ghiaccio nei bicchieri, un pianista che suonava senza strepiti Gershwin, Berlin, Noble e Porter. Nessuno beveva, come vediamo adesso, senza bicchiere, tenendo la bottiglia di birra in mano. Nessuno avrebbe osato alzare la voce. Non c’ erano esibizioni Gay & Lesbian, non frastuoni di pop e rock. E quindi, quale piacere nel sistemare la scarpa sinistra sulla sbarra poggiapiedi d’ un buon bar, accendere una sigaretta, puntellare il gomito destro sul banco, e attendere trepidi che il barman mescolasse il nostro Martini. E quanta compassione, per gli astemi. Si restava sinceramente addolorati pensando che non avevano mai bevuto un Martini al St. Regis o al Carlyle di New York, al Savoy di Londra o all’ Harry’ s di Venezia. Che non avevano provato l’ ouzo di Mykonos, il malt di Bushmilla Dublino o a Galway, il pastis a Capo Corso, il moquito a Cuba, la caipirinha a Copacabana, il Kyr royal al banco della Closerie de lilas a Montparnasse, il Colonnello al bar del Posta di Cortina, l’ Aqvavit al bar dell’ Opera a Stoccolma, la Manzanilla Carta Blanca da Chicote a Madrid. Come avevano, gli astemi, senza mai avvicinare un bicchiere di alcol alle labbra, alleviato la solitudine, rimestati i ricordi, istruiti quei veloci, indulgenti e consolanti autoprocessi da cui usciamo sempre assolti, assaporato la canzone di Cole Porter che dice “The fountain of youth / is a mixture of gin and vermouth”? Che cosa avevano fatto una sera di pioggia a Torino, una sera di plenilunio a Lisbona, nell’ afa e nella noia profonda di Hong Kong: bevuto acqua minerale e aranciata? No, i buoni bar erano luoghi civilissimi. C’ è forse un’ esagerazione in quel che sostiene la scrittrice Fran Lebovitz, uno dei lari del mito newyorkese: «È nei bar, nelle conversazioni al bar, che s’ è svolta negli ultimi sei o sette decenni la storia delle idee». Ma c’ è anche qualcosa di vero. E adesso che nei pochi, superstiti bar decenti non si fuma più, sicché frequentarli significherebbe sottoporsi alla tortura di bere un alcol senza fumare, non resta – la sera – che versarsi una dose di gin in un recipiente colmo di ghiaccio, aggiungervi un filo sottilissimo di Martini Dry, mischiare, e prima ancora di passare il tutto nel bicchiere adatto, accendere una sigaretta. (SANDRO VIOLA)

 

 Titolo: Quel biglietto era il mondo

Fonte: Repubblica del 18 novembre 2007

Il dollaro? Bisogna tirar giù dagli scaffali Hemingway e Fitzgerald, per ricordare che cosa fu ai suoi bei tempi. Leggere qui un brano di Festa mobile, lì un altro di The sun also rises (Fiesta, nella famosa traduzione einaudiana), e poi qualche pagina di Tenera è la notte o di Babilonia rivisitata. Ed ecco affiorare, in pochi capoversi, la grandezza della moneta americana. Il suo fiabesco potere d’ acquisto. Negli anni successivi alla Prima guerra mondiale, Hemingway vive a Parigi con la prima moglie Hadley. Dall’ America riceve la piccola pensione che lo Stato assicura ai reduci (Ernest è stato autista d’ ambulanze sul fronte italiano), e dal Canada arrivano i magri compensi che il Toronto star gli paga, in dollari americani, per i suoi articoli. Eppure campa quasi come un re. Nel 1920 un dollaro vale infatti quindici franchi, nel ’23 ne vale quasi diciassette, nel ’24 supera i diciannove. E con diciannove franchi – come capiamo da quel senso continuo di felicità che percorre le pagine di Festa mobile – si possono avere una quantità di cose. Un pranzo alla Closerie des lilas, vari bicchieri di discreti Bordeaux e Sancerre al Select, al Dome e al Jockey, parecchie tazze di café crème alla terrazza della Rotonde o della Coupole. E non basta: con il gruzzolo di dollari che rimedia ogni mese, Hemingway si può permettere persino d’ andare ogni tanto sino in Andalusia, verso Ronda, a pesca di trote. Lo stesso quando arrivano a Parigi Scott e Zelda Fitzgerald, Harry e Mary Crosby, e tutte le altre famose coppie americane di quegli anni. Grandi alberghi, un fiume di champagne, notti di follie. A New York, i guadagni che Fitzgerald ha ricavato da Di qua dal paradiso e da Belli e dannati, i generosi compensi che le grandi riviste americane gli stanno pagando per i suoi racconti non consentirebbero una vita tanto dorata. Ma a Parigi il dollaro pesa: si cambia un Traveller’ s cheque in banca, e se ne esce con le tasche gonfie di franchi. Né si tratta soltanto di Hemingway e Fitzgerald, o dei ricchi come Harry Crosby e Ford Maddox Ford. A godere della manna-dollaro è l’ intera «lost generation», da Pound a Dos Passos e ad Anderson, tutti a Parigi, tutti senza molti mezzi, ma tenuti a galla da un cambio tanto propizio da sembrare miracoloso. Anzi, a pensarci bene, senza il dollaro a diciannove franchi non ci sarebbe stata la «lost generation». Non ci sarebbero stati cioè gli «expatriates» americani sulle rive della Senna, Gertrude Stein non avrebbe mai parlato d’ una «generazione perduta», e noi non ci saremmo beati a rievocarla – cinquanta e più anni fa – ogni volta che entravamo al Select, al Dome o alla Closerie. La festa mobile durò parecchi anni. Ancora nella seconda metà dei Venti, quando già se n’ erano andati Hemingway, Fitzgerald e molti altri scrittori americani, dagli Stati Uniti continuavano ad arrivare a Parigi coppie celebri e aspiranti artisti. Era in genere gente ricca (basta pensare al Maugham di Il filo del rasoio) che non abitava a Montparnasse ma all’ Avenue Foch, resa ancora più ricca e prodiga dalla potenza del dollaro. Poi, d’ un tratto, giunse la scossa tellurica del ’29. Il crollo di Wall Street si portò dietro anche il valore del dollaro, la vita a Parigi si fece costosa, e gli «expatriates» – salvo Henry Miller, che viveva con molto poco – sparirono. Ma si trattò d’ una eclisse temporanea. Il legame dollaro-Parigi-letteratura americana si riprodusse infatti, tale e quale, alla fine del secondo conflitto mondiale. A partire dal ’48-49, poiché il dollaro ha intanto ritrovato la sua imbattibile robustezza mentre il franco della Quarta Repubblica zoppica vistosamente, la capitale francese s’ empie ancora una volta di scrittori americani. Di nuovo, una piccola rendita in valuta americana consente di vivere a Parigi abbastanza bene, e soprattutto consente di frequentarne giorno e notte i bar. Il quartiere degli americani è adesso Saint Germain-de-Prés, ed è lì che vanno ad abitare William Styron, James Jones, Richard Wright, James Baldwin, William Gardner Smith, ed altri di cui s’ è persa la memoria. Più in là verso il boulevard Saint Michel, tra Git-le-coeur e la Houchette, andranno invece ad attestarsi alcuni anni dopo William Burroughs e Allen Ginsberg. Oggi il dollaro sbanda, pericola, sembra un ferito che si sforzi di restare in piedi. Ma allora, l’ abbiamo visto, metteva il vento in poppa persino alla letteratura. E non era solo questione di scrittori americani a Parigi. Dagli anni Cinquanta sino alla fine dei Novanta, il biglietto verde è un “passe-partout”, un “apriti Sesamo” per ogni tipo di viaggio in ogni angolo del mondo. Viaggiare senza dollari (dollari contanti, non Traveller’ s), avrebbe significato infatti andare incontro a qualche guaio. I viaggi dei giornalisti, per fare un esempio: l’ Africa, l’ Asia, il Medio Oriente, l’ Urss e i suoi satelliti, come si sarebbero potuti percorrere più o meno tranquillamente senza avere in tasca un rotolo di dollari tenuti insieme da un elastico? Capitava infatti che un doganiere ugandese, all’ aeroporto di Entebbe, negli anni della follia di Idi Amin, bloccasse il giornalista asserendo che nella sua macchina fotografica c’ erano foto di installazioni militari: e che perciò – se avesse voluto partire – avrebbe dovuto consegnargli l’ apparecchio. Litigare non era il caso, perché a quel tempo si poteva finire in una prigione di Kampala per molto meno d’ una lite alla dogana. I minuti intanto trascorrevano, il giornalista rischiava di perdere l’ aereo e di dover aspettare due o tre giorni per il prossimo. Ma il dollaro, un biglietto da venti lasciato scivolare sul banco del doganiere, risolveva infine la controversia, che mai e poi mai si sarebbe risolta se il viaggiatore avesse avuto con sé franchi francesi, marchi tedeschi o lire italiane: biglietti di banca che l’ ugandese non aveva mai visto, anzi non aveva mai saputo che esistessero. E lo stesso negli anni di Mobutu all’ aeroporto di Kinshasa, altra città dove si finiva facilmente in galera, quando un sergente della polizia fermava il giornalista, lo spingeva in uno sgabuzzino e lì l’ accusava di traffico di diamanti. Le proteste non servivano a niente, il congolese continuava a gridare: «J’ ai l’ ordre de vous arrèter, monsieur». E anche qui, senza il dollaro talismano, sarebbe finita male. Ma un altro biglietto da venti faceva il miracolo, e dopo averlo intascato il sergente accompagnava il viaggiatore sino alla scaletta dell’ aereo profondendosi in una serie di calorosi «Bon voyage, monsieur». No, non si sarebbero potuti dare franchi, marchi o lire ai telescriventisti di Dacca, ai telegrafisti di Delhi, ai telefonisti del Cairo che rifiutavano – ciascuno con un suo pretesto: il coprifuoco, un guasto della telescrivente, la mancanza del visto della censura – di spedire gli articoli o di dare una comunicazione telefonica. Ma qualche dollaro serviva di colpo, come per magia, ad abbattere l’ ostacolo. Né si sarebbe potuta ottenere la colazione in camera negli alberghi sovietici, un whisky in Kuwait, un taxi per raggiungere la piazza Tienanmen durante la rivolta degli studenti nell’ 89, un argento vittoriano al mercato cairota di Khan al Khalili, qualche pacchetto di sigarette non rumene – cioè fumabili – nella Bucarest degli anni peggiori di Ceausescu, se non s’ avesse avuto in tasca l’ amuleto, quel rotolo di dollari tenuti insieme da un elastico. E adesso che il biglietto verde cede, retrocede, periclita, viene in mente un’ ultima immagine di quella che fu la sua leggendaria potenza. Le processioni nei paesi del Meridione d’ Italia, trenta o quarant’ anni fa, quando le madonne procedevano portate a spalla, coperte di dollari attaccati con la carta gommata, dono degli emigrati lontani ma sempre devoti. La banda suonava, e se il pomeriggio si faceva un po’ ventoso i biglietti verdi tremolavano leggeri lungo il manto della madonna. (SANDRO VIOLA )

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1 Comment

  1. mario l.

    L’ articolo “alcool” è bellissimo. Un uso della lingua,uno stile così ricco e allo stesso tempo semplice, una bellezza dei periodi che non diventa mai stucchevole,le citazioni che strizzano l’occhio ad un lettore di buona cultura. E’ stato scritto quasi tre anni fa,ma potrebbe essere di qualunque anno, senza tempo. In tutta la mia ignoranza mi permetto di dire che questo tipo di giornalismo, e di giornalista è merce assai preziosa oggi. Ed è un vero peccato mor(t)ale.

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